Willie Peyote non è qui per intrattenerci

Elegia Sabauda, il documentario che racconta la sua vita e la sua carriera, è il contrario del solito biopic: niente celebrazioni, niente retorica, niente finzioni. Solo musica e parole.

07 Settembre 2026

Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria sovrapproduzione di documentari dedicati ai musicisti italiani: le piattaforme sono state invase e al cinema sono stati organizzati decine di eventi. Spesso, però, questi documentari mancavano di sostanza: erano celebrazioni fini a sé stesse degli artisti, della loro musica, film agiografici che si rivolgevano principalmente ai fan di lungo corso, non a un pubblico ampio, curioso, pronto ad ascoltare una storia. Willie Peyote – Elegia Sabauda di Enrico Bisi, disponibile su MUBI, è una piacevolissima eccezione. Parte da Willie Peyote, nome d’arte di Guglielmo Bruno, e poi però si guarda intorno, gioca con le immagini, con le riprese dei passanti, la camera in spalla e il ritmo dato dai movimenti. Soprattutto, Elegia Sabauda parla di Torino, di che cosa vuol dire essere torinese e della sofferenza stoica che comporta tifare per la squadra del Torino.

Nel film, Willie Peyote lo senti mentre parla e mentre canta e le due cose, in modo abbastanza incredibile, stanno perfettamente insieme: sono l’una un’estensione dell’altra. Perché non c’è una differenza tra esibizione e dietro le quinte, non c’è quell’artificiosità delle carriere costruite sui successi momentanei, cavalcando questo o quel trend. In Elegia Sabauda si torna indietro, ai primi esperimenti e ai primi incontri, e poi si va avanti veloce, fino al Sanremo del 2025. Willie Peyote cambia, ma cambia davvero, fisicamente: i capelli più corti, più folti, i berretti che si alternano, il modo in cui sta in camera, sorride, le tantissime volte in cui dice “diofa’”. E la forza di questo documentario, molto probabilmente, sta nella sua semplicità. Che, attenzione, non va confusa con l’approssimazione o con la mancanza di idee. Al contrario.

Semplicità, qui, significa coerenza, significa concretezza, significa parlare di musica senza perdersi nei massimi sistemi, significa parlare della propria esistenza e dei propri guai senza diventare moralisti. Significa ammettere gli errori, non nasconderli e non usarli nemmeno come un motivo di vanto. Proprio all’inizio del documentario, Willie Peyote dice che fare musica è un po’ come fare la cremina della cacio e pepe: sono due ingredienti, sulla carta sembra facilissimo, e invece ogni volta si possono cambiare le dosi e si può fare tanto un miracolo quanto un disastro. E a proposito dei disastri: in Elegia Sabauda c’è anche il racconto del Sanremo del 2021, quando Willie Peyote si lasciò andare a critiche ai suoi colleghi in diretta su Twitch. Dopo quel momento, fece un passo indietro, ritirandosi, rifiutando di promuovere il suo pezzo in tv e altrove.

Ho fatto una cazzata, dice. E nella sua voce riconosci la consapevolezza di chi non cerca una scusa o una parola di conforto, ma di chi vuole semplicemente ribadire l’ovvio. Vincere, dice sempre Willie Peyote, non è l’unica cosa che conta per lui, però perdere ti fa girare i coglioni. In poco più di un’ora e mezza, Bisi indaga tutto: i pensieri di Willie Peyote, il rapporto con i suoi genitori, il modo in cui crea, insieme ai suoi musicisti. E ascolta, fa poche domande, compare pochissimo. È un documentario gentile, Elegia Sabauda, e anche per questo merita di essere visto. Essere gentili non vuol dire essere buoni o accondiscendenti. Vuol dire saper trovare il tempo giusto per parlare di tutto, anche della depressione e della paura, di quanto sia difficile volersi bene, apprezzarsi e non autosabotarsi.

Nella vita, dice Willie Peyote, si può imparare tutto: si può imparare la creatività, si può imparare a fare musica, si può addirittura addestrare il proprio talento. Quello che però fa la differenza è la sensibilità. E la sensibilità, ci tiene a ribadire, è tutto. L’inizio e la fine. Ciò che unisce e che avvicina le persone. Ciò che, quasi paradossalmente, le può allontanare. Bisi inquadra la pelle scoperta di Willie Peyote e non la molla: la fissa intensamente, con forza, insistendo. Non è morboso, è delicato. E per essere delicati, a volte, è fondamentale anche esserci, non indietreggiare, non sparire – suona come una contraddizione, e lo è, ma questo è il racconto di un artista, con i suoi pro e i suoi contro, lasciare a metà un discorso e non catturare un determinato momento, anche teso, anche fastidioso, potrebbero fare più danni che altro. Alla fine, chiosa Willie Peyote, lui non è un intrattenitore. Non è una cosa che gli interessa, non è una cosa che cerca. Nelle sue parole e nelle sue canzoni ci sono lui e la sua vita, con la politica e le sue idee, e poi ci sono i suoi genitori, il suo passato e Torino. E la stessa cosa, sia pure con le dovute differenze, succede anche nel documentario di Bisi. In primo piano c’è Willie Peyote, dietro c’è la città piemontese. E tutto intorno c’è la musica, che non va mai via, che resiste sempre, che ritorna con incisi di concerti e di registrazioni in studio: è la grande costante del racconto, la sua colonna sonora e, allo stesso tempo, la sua anima.

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