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01:32 sabato 12 settembre 2026
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.
Da oggi è disponibile in streaming La Superviviente, un incredibile documentario sulla donna che si inventò di essere una sopravvissuta all’11 settembre Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.
Queste parole pronunciate nel 1979 da Emma Bonino sull’ipocrisia degli antiabortisti non sono mai state così attuali e così vere «Sono contro l'aborto, dicono. Però contro l'aborto clandestino nessuno faceva assolutamente niente», disse, in una storica puntata di Acquario di Maurizio Costanzo, andata in onda nel 1979 e disponibile su RaiPlay.
Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.
I Muse hanno dovuto cambiare nome utente su Instagram perché Muse ora è il nome del nuovo assistente AI di Meta La band è stata costretta ad abbandonare @Muse e accontentarsi di @Musetheband, perché l'AI, evidentemente, conta più della band.
Un’inchiesta di Haaretz sul 7 ottobre 2023 è valsa al giornale una querela di Benjamin Netanyahu in persona Il giornale sostiene che Netanyahu non prese alcuna iniziativa nonostante fosse stato avvertito di un imminente attentato di Hamas pochi giorni prima del 7 ottobre.

Lawrence Osborne, letteratura esotica nel senso migliore del termine

Adelphi ha pubblicato uno dei romanzi più potenti dello scrittore inglese, Nella polvere: una storia ambientata in Marocco che ha ispirato il film The Forgiven.

28 Luglio 2021

Una delle categorie letterarie migliori è quella dei libri in cui tutti i personaggi ti stanno sul cazzo. Nella polvere, il secondo romanzo di Lawrence Osborne, appena pubblicato da Adelphi (uscito nel 2012, ha ispirato un film con Ralph Fiennes e Jessica Chastain), presenta l’imbarazzo della scelta. Siamo in Marocco, dall’inizio alla fine del libro, dentro una storia che non ci lascia respirare fino all’ultima riga (e dire ultima non è un eufemismo), e nemmeno allora il sospiro sarà di sollievo. Una coppia di riccastri – Dally, americano, e Richard, inglese – ha organizzato una festa che dovrebbe durare un weekend e in realtà dura qualche centinaio di anni di civiltà, colonialismo, sfruttamento, incomprensioni. Con dj set e cannule argentate per pippare.

Al ritrovo, con tanto di copertura del New York Times, sono invitati artisti, finanzieri, vip, sconosciuti (c’è una ragazza che si sente di continuo circondata da lucertole e non è nemmeno chiaro se sia dovuto alla droga). Soprattutto, dalle prime pagine, abbiamo come guida cieca, punto di riferimento sfocato e intontito, una coppia. In crisi, ovviamente. Ma una crisi compiaciuta, come se la coppia volesse omaggiare Il tè nel deserto di Bowles. La crisi come citazione. La citazione come crisi di mezza età e della civiltà occidentale. Lui medico e alcolista, lei scrittrice in debito di ispirazione. Noleggiano un’auto e si perdono per raggiungere il castelluccio – ossia ksar, un villaggio fortificato – ristrutturato in modo sontuoso nel cuore del nulla dove si organizzano i baccanali o le orgette o anche solo la vita da sibariti in trentaduesimo. La piccola reggia è un vero inciampo cronologico, una messa in crisi della Storia lineare, tutta contemporanea e tutta arretrata allo stesso tempo. Lungo la strada i due investono un ragazzo marocchino. E così le vite di David e Jo si legano per sempre a quella persa di Driss: la morte salda i due mondi inconciliabili, facendo esplodere il conflitto.

Osborne è un espatriato disilluso, un inglese dall’aria sorniona che vive in giro per il mondo da anni, a scrivere di alcol, cibo e scontri di civiltà. È cinico quanto basta da amare i suoi personaggi per quello che sono, una manica di stronzi che ci risulta molto umana. Che sia la Bangkok dei puttanieri spiantati, la Macao dei giocatori d’azzardo, la Grecia delle famiglie borghesi in vacanza e in vena di filantropismi, si colloca sempre sul confine tra due mondi, due epoche, due età (anagrafiche e storiche) ed esplora quella linea con una maestria sprezzante e insieme compassionevole, inventando un cocktail micidiale di Maugham, Greene, Waugh. Con un po’ di tabasco contemporaneo.

Quando la macchina arriva in ritardo alla piccola reggia, con un cadavere sul sedile posteriore che a noi lettori parrebbe un sublime omaggio al disdegno festaiolo dei padroni di casa, viene convocata la polizia, fatalista e complice. È un incidente, nient’altro, si ripetono tutti impauriti. Cose che capitano, come se quello fosse un animale investito per caso, la perdita di una vita miserabile. Ma quanto vale quella vita? Lo scopriamo non appena la voce comincia a girare per la regione e una legazione, con in testa il padre del ragazzo – pietrificato, ieratico – si presenta alla porta. Pagina dopo pagina, ci inoltriamo nei bagordi leziosi del party inarrestabile (non ci viene risparmiata la descrizione di una tartina o di un cocktail o di un frutto, ricombinato e colonizzato anch’esso) e insieme nell’enigmaticità arcaica del deserto e delle popolazioni che ancora vivono in una capanna sterrata e battuta dal vento (e anche qui la prosa, che prima assume pose da food section di una rivista patinata, raggiunge vette di stupore e bellezza e profondità impareggiabili, e in fondo complementari al resto). Non è solo l’inoltrarsi nel cuore di tenebra del Marocco, ma anche un viaggio in uno spazio-tempo irreale, in uno sfasamento che si rispecchia oscenamente: la polvere della sabbia e la polvere della cocaina, i meccanismi tribali di entrambe le congreghe e l’allusività sentenziosa di entrambe le lingue (quella primordiale e quella snob), fino ad approdare all’ineluttabile avvento della violenza, lì in agguato da una parte come eterna condanna e dall’altra come un gesto rimosso poco consono al bon ton.

L’impatto – tra Europa e Africa, tra macchina e corpo – non lascerà nessuno illeso e nessuno più consapevole di prima. Siamo entrati nel mistero, in cui tutti sono ostaggio di qualcuno che li aiuti a odiare, bruciando in un nuovo falò della vanità. I padroni della casa sono prigionieri degli ospiti che continuano a invitare detestandoli e i personaggi locali sono prigionieri dei capitali stranieri. I bianchi sfruttano donando, i camerieri servono sputando nei bicchieri, i festaioli sono schiavi di un narcisismo liberato solo dalla colpa. E poi in fondo il ragazzo morto era innocente? E che cos’è l’innocenza? Cosa c’è da perdonare (The Forgiven è appunto il titolo originale)? Forse l’unico perdono è il ritorno all’innocenza più radicale, quella della morte, un’innocenza non per questo più vera. La lingua della violenza è una lingua vana: apre un dialogo nello stesso momento in cui, ammutolendo, lo chiude.

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