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Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.

Lawrence Osborne, letteratura esotica nel senso migliore del termine

Adelphi ha pubblicato uno dei romanzi più potenti dello scrittore inglese, Nella polvere: una storia ambientata in Marocco che ha ispirato il film The Forgiven.

28 Luglio 2021

Una delle categorie letterarie migliori è quella dei libri in cui tutti i personaggi ti stanno sul cazzo. Nella polvere, il secondo romanzo di Lawrence Osborne, appena pubblicato da Adelphi (uscito nel 2012, ha ispirato un film con Ralph Fiennes e Jessica Chastain), presenta l’imbarazzo della scelta. Siamo in Marocco, dall’inizio alla fine del libro, dentro una storia che non ci lascia respirare fino all’ultima riga (e dire ultima non è un eufemismo), e nemmeno allora il sospiro sarà di sollievo. Una coppia di riccastri – Dally, americano, e Richard, inglese – ha organizzato una festa che dovrebbe durare un weekend e in realtà dura qualche centinaio di anni di civiltà, colonialismo, sfruttamento, incomprensioni. Con dj set e cannule argentate per pippare.

Al ritrovo, con tanto di copertura del New York Times, sono invitati artisti, finanzieri, vip, sconosciuti (c’è una ragazza che si sente di continuo circondata da lucertole e non è nemmeno chiaro se sia dovuto alla droga). Soprattutto, dalle prime pagine, abbiamo come guida cieca, punto di riferimento sfocato e intontito, una coppia. In crisi, ovviamente. Ma una crisi compiaciuta, come se la coppia volesse omaggiare Il tè nel deserto di Bowles. La crisi come citazione. La citazione come crisi di mezza età e della civiltà occidentale. Lui medico e alcolista, lei scrittrice in debito di ispirazione. Noleggiano un’auto e si perdono per raggiungere il castelluccio – ossia ksar, un villaggio fortificato – ristrutturato in modo sontuoso nel cuore del nulla dove si organizzano i baccanali o le orgette o anche solo la vita da sibariti in trentaduesimo. La piccola reggia è un vero inciampo cronologico, una messa in crisi della Storia lineare, tutta contemporanea e tutta arretrata allo stesso tempo. Lungo la strada i due investono un ragazzo marocchino. E così le vite di David e Jo si legano per sempre a quella persa di Driss: la morte salda i due mondi inconciliabili, facendo esplodere il conflitto.

Osborne è un espatriato disilluso, un inglese dall’aria sorniona che vive in giro per il mondo da anni, a scrivere di alcol, cibo e scontri di civiltà. È cinico quanto basta da amare i suoi personaggi per quello che sono, una manica di stronzi che ci risulta molto umana. Che sia la Bangkok dei puttanieri spiantati, la Macao dei giocatori d’azzardo, la Grecia delle famiglie borghesi in vacanza e in vena di filantropismi, si colloca sempre sul confine tra due mondi, due epoche, due età (anagrafiche e storiche) ed esplora quella linea con una maestria sprezzante e insieme compassionevole, inventando un cocktail micidiale di Maugham, Greene, Waugh. Con un po’ di tabasco contemporaneo.

Quando la macchina arriva in ritardo alla piccola reggia, con un cadavere sul sedile posteriore che a noi lettori parrebbe un sublime omaggio al disdegno festaiolo dei padroni di casa, viene convocata la polizia, fatalista e complice. È un incidente, nient’altro, si ripetono tutti impauriti. Cose che capitano, come se quello fosse un animale investito per caso, la perdita di una vita miserabile. Ma quanto vale quella vita? Lo scopriamo non appena la voce comincia a girare per la regione e una legazione, con in testa il padre del ragazzo – pietrificato, ieratico – si presenta alla porta. Pagina dopo pagina, ci inoltriamo nei bagordi leziosi del party inarrestabile (non ci viene risparmiata la descrizione di una tartina o di un cocktail o di un frutto, ricombinato e colonizzato anch’esso) e insieme nell’enigmaticità arcaica del deserto e delle popolazioni che ancora vivono in una capanna sterrata e battuta dal vento (e anche qui la prosa, che prima assume pose da food section di una rivista patinata, raggiunge vette di stupore e bellezza e profondità impareggiabili, e in fondo complementari al resto). Non è solo l’inoltrarsi nel cuore di tenebra del Marocco, ma anche un viaggio in uno spazio-tempo irreale, in uno sfasamento che si rispecchia oscenamente: la polvere della sabbia e la polvere della cocaina, i meccanismi tribali di entrambe le congreghe e l’allusività sentenziosa di entrambe le lingue (quella primordiale e quella snob), fino ad approdare all’ineluttabile avvento della violenza, lì in agguato da una parte come eterna condanna e dall’altra come un gesto rimosso poco consono al bon ton.

L’impatto – tra Europa e Africa, tra macchina e corpo – non lascerà nessuno illeso e nessuno più consapevole di prima. Siamo entrati nel mistero, in cui tutti sono ostaggio di qualcuno che li aiuti a odiare, bruciando in un nuovo falò della vanità. I padroni della casa sono prigionieri degli ospiti che continuano a invitare detestandoli e i personaggi locali sono prigionieri dei capitali stranieri. I bianchi sfruttano donando, i camerieri servono sputando nei bicchieri, i festaioli sono schiavi di un narcisismo liberato solo dalla colpa. E poi in fondo il ragazzo morto era innocente? E che cos’è l’innocenza? Cosa c’è da perdonare (The Forgiven è appunto il titolo originale)? Forse l’unico perdono è il ritorno all’innocenza più radicale, quella della morte, un’innocenza non per questo più vera. La lingua della violenza è una lingua vana: apre un dialogo nello stesso momento in cui, ammutolendo, lo chiude.

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