E anche del suo nuovo romanzo, Veglia, appena uscito in Italia per Feltrinelli. Ambientato, come ci ha raccontato, in parte a Mantova, uno dei suoi posti preferiti al mondo.
Con W., romanzo d’esordio diventato un caso editoriale in Olanda, in Italia appena pubblicato da Adelphi, il 35enne Tiemen Hiemstra racconta della scomparsa di un ragazzo. Una scomparsa che assomiglia ad una morte, se non altro nella mente del protagonista eponimo, ostinato a sparire dalle vite dei suoi più cari amici Olaf e Hilde senza un’apparente ragione. Le ragioni ci sono, ma Olaf le cercherà con gli occhi sbagliati: dalle telecamere di videosorveglianza al suo telefono abbandonato in un appartamento disabitato, fino all’interno di un computer, alla ricerca di un alter ego digitale. W. non è un libro che risolve enigmi, ma ne crea di nuovi, mostrandoci come le nostre identità, in piena digital era, cambiano di continuo come i dati web in un server VPN vengono crittati per garantire privacy. Ma se siamo una generazione da decrittare, la scomparsa altri non è che il glitch di una realtà cava, che mostra il retro di ciò che più diamo per scontato: le relazioni. Ne abbiamo parlato con l’autore, a margine della quinta edizione del Festival 2084 – Mondi intelligenti, organizzato dalla Scuola di scrittura Belleville.
ⓢ Tiemen, W. è un libro che ha vinto tantissimo per essere un esordio, ma il riconoscimento più curioso è forse De Inktaap 2025, il premio che ogni anno viene assegnato dai liceali olandesi e fiamminghi tra i libri vincitori dei grandi premi “per adulti”. Il suo romanzo, che guarda all’adolescenza con lo sguardo disincantato di chi ormai ne è uscito, è stato scelto proprio da chi quell’età la sta vivendo adesso. Che effetto le ha fatto?
È stata un’esperienza bellissima, molto commovente, perché bisogna immaginare che è stato come avere davanti una sala piena di migliaia di lettori di 15, 16 anni, e sono stati loro a scegliere il mio libro tra tutti gli altri. È stato incredibile, perché per me quell’età è stata molto importante: è quando ho scoperto io stesso la letteratura. La cosa mi emozione, e credo che il libro parli sia della perdita dell’adolescenza sia, più in generale, della crescita, del diventare adulti. Penso sia proprio questo l’aspetto che i lettori più giovani hanno amato, perché il libro comincia quando i personaggi hanno quindici anni e vivono per la prima volta l’amicizia, e la costruzione della loro identità.
ⓢ Mentre scriveva W., ha lavorato come postino a Lipsia: in un posto lontano da casa ha scelto un lavoro che si fa sulla soglia: si consegna qualcosa di privato restando sempre sulla porta, mai dentro casa. Quanto di quello sguardo da straniero, abituato a intuire le vite altrui dall’esterno senza mai attraversarle, è finito nella stesura dei personaggi?
Penso che Olaf, nel libro, sia un personaggio che osserva più che agire perché passa il tempo a guardare, non tanto a fare. Il libro comincia con Olaf che osserva il suo vicino, mentre W. è qualcuno che agisce di più. In questo senso, come Olaf, anch’io ho dovuto osservare molte cose quando facevo il postino. Credo sia vicino alla mia natura, ed è probabilmente per questo che sono diventato scrittore: mi piace molto restare sullo sfondo, osservare e scrivere di quello che vedo. Non cerco troppo di interpretare, sono molto curioso di trovare delle risposte, ma cerco di lasciar parlare la realtà il più possibile per conto suo.
ⓢ W. e Olaf sono anche due amici molto intimi. Come si scrive di intimità maschile senza etichettarla per forza come bromance o storia queer?
Penso questo tipo di amicizia porti ancora con sé molta vergogna, perché per un uomo un pensiero del genere può essere subito etichettato come “omosessuale”. Ma nella mia esperienza sono cresciuto avendo amicizie molto strette, e avevo anch’io questo bisogno di intimità, e mi sembrava importante raccontarlo. Volevo mostrare che è possibile essere intimi anche così.
ⓢ Parliamo del “sarcofago dello spasso”, la cartella di meme salvata sul computer di W.: un archivio di cultura internet degli anni Duemila, che poi diventa l’unico corpo che resta di W. dopo la sparizione. Il corpo digitale può diventare più vero del corpo umano?
In un certo senso credo che nel libro sia proprio così, perché quando qualcuno sparisce dal nulla, quella persona comincia a perseguitarti: cominci a vederla in persone che le somigliano appena, cerchi indizi, ti chiedi “perché se n’è andato?”. Quindi le tracce che quella persona ha lasciato, in questo caso digitali, ti perseguitano finché non trovi altre risposte. È una specie di vita diversa che quella persona continua a vivere. Ed è reale a tutti gli effetti.
ⓢ A un certo punto scrive: «Chi sei? La domanda che non tollera risposta». Penso alle app dove presentiamo una versione di noi stessi, e ci accontentiamo quasi che siano più importanti della verità. Siamo persone così costruite oggi?
Io credo che siamo reali quando interagiamo con gli altri, i ricordi li costruiamo insieme. Voglio dire che siamo reali perché condividiamo dei riferimenti, parliamo insieme, creiamo insieme. Ed è proprio in quel parlare insieme che si formano la tua persona e quella dei tuoi amici. In questo senso, penso che sia solo nella conversazione che le persone diventano reali. Ma probabilmente c’è anche un lato più emotivo: c’è chi è timido, chi è molto estroverso, chi è felice o depresso, cose che restano anche quando non c’è nessun altro presente. Esiste un vero sé anche senza gli altri, ma direi che la maggior parte della nostra persona diventa reale proprio nella relazione.
ⓢ Però ha il suo lato oscuro, la sua faccia nascosta della luna, ed è reale anche quella!
È verissimo, ma lì, in quella faccia nascosta che è il web, è qualcun altro con altri: ha una specie di doppia personalità, crea questi meme e li condivide con altre persone, ed è interessante perché è un personaggio che non vuole essere categorizzato, non vuole essere incasellato. È sempre alla ricerca di modi per avere personalità diverse, vite diverse. Per lui quest’altro sé funziona attraverso una doppia vita, oppure sparendo e ricominciando da qualche altra parte.
ⓢ L’incubo di W. sembra, infatti, essere la prevedibilità. Ma i personaggi del libro sanno che l’originalità è impossibile, eppure non riescono a smettere di inseguirla. È questo il paradosso dei Millennial? La disperata voglia di essere autentici?
Sento che anche la nostra generazione è ossessionata dall’autenticità. Non so esattamente da dove venga, penso abbia a che fare con la crescita negli anni Novanta e Duemila, quando c’era questo senso di possibilità infinite che alcuni genitori trasmettevano ai figli: “Puoi diventare qualsiasi cosa tu voglia, sei speciale.” C’era un tipo di educazione diverso da quello di 15 anni prima, quando i figli dovevano soprattutto soddisfare le aspettative dei genitori ed erano visti molto meno come individui unici: è la benedizione, ma anche la maledizione della nostra generazione, perché quel punto non lo raggiungi mai. Ho scritto quindi questo libro per far notare, in un certo senso, che l’autenticità non è un Santo Graal da raggiungere, non esiste un’unicità vera: conta solo il modo in cui ci esprimiamo.
ⓢ Il rapporto fra Olaf e W., in tutto il suo sviluppo, sembra rimasto fermo al torneo di gare di sguardi delle superiori in cui Olaf non sbatte le palpebre e vince su W. Olaf comprende che amare qualcuno significa anche capire quando sbattere le palpebre e lasciarlo andare?
Ho scritto la scena della gara perché volevo l’immagine dello specchio, l’uno nell’altro. Credo che a un certo punto devi distogliere lo sguardo per ritrovare te stesso, ma è anche vero che in molte amicizie si continua a guardarsi a vicenda, a costruire insieme delle identità, ed è una cosa bellissima. Solo che, in questo caso, W. non si accontenta mai, vuole sempre essere qualcun altro, ed è lui che alla fine distoglie lo sguardo per primo, come in quella gara, e se ne va. Il libro parla proprio di questa perdita che Olaf non può accettare perché W. è la sua immagine speculare, ha bisogno di lui per essere chi è.
ⓢ Nel suo libro le finestre, i vetri, hanno un ruolo importante nel riscrivere la memoria, ma anche nel rimarcare una soglia tra presenza e assenza. Penso al particolare della scelta della casa di W. ad Anversa, raccontata due volte e con dettagli diversi. Ha pensato a questo espediente fin dall’inizio, o la finestra, lo schermo, sono venuti durante la scrittura?
L’ho scritto per lo più in modo intuitivo. Gran parte del libro non è stata pianificata, non ho mai avuto un momento in cui ho deciso a tavolino tutto quello che avrei scritto. Ci ho messo sette anni a scrivere questo libro, ho provato tante cose diverse, tante scene, e ho tenuto quelle che funzionavano per la storia. Così la storia si è evoluta in modo organico. È un libro non pianificato, e questo permette di creare qualcosa in cui i lettori possono trovare le proprie interpretazioni, le proprie visioni, i propri mondi.
ⓢ Nel libro, dà spazio agli insetti stecco, un contrappunto ironico alla natura che si riproduce da sola, senza controllo. Quando Olaf li scopre nell’appartamento abbandonato di W. che ne è invaso, si mostra una vita che va avanti per legge propria, con o senza il bisogno di sapere tutto. Avevi in mente questo scontro più cosmico fra legge di natura e controllo umano?
È un’interpretazione, ma non era pianificata. Ho semplicemente scritto la scena con questi insetti e mi è sembrata giusta. Funziono sempre così: se una cosa mi sembra giusta, la tengo. Ripensando agli insetti, se c’è stata una volontà deliberata di mettere degli strati dentro quella scena, è più il livello dell’anonimato. W. cercava di essere la persona più autentica possibile e non riusciva a farsi definire. Per me quella scena parlava più del crocevia tra anonimato e individualità. Ma questo non significa che non ci siano altri livelli di interpretazione.
