Non saranno gli apres ski a salvare la montagna dallo spopolamento

Aperitivi, i video dei migliori trail, gli chalet che diventano nuova Arcadia, lo sci e l’arrampicata come status symbol: davvero pensiamo che sia questo il modo di far tornare la montagna a essere un luogo vivo, vero?

06 Febbraio 2026

Andare in montagna è un affare sporco. Alcune settimane fa sono andata a camminare e ho dormito fuori in tenda. Faceva più freddo di quanto pensassi. Ho dormito nel sacco a pelo senza cambiarmi la maglietta e i pantaloni, con quattro strati di vestiti e il guscio addosso. Il giorno dopo, in macchina, mentre scendevo per le strade sconnesse, mi sono guardata nello specchietto e mi sono vista sfatta, i capelli sporchi, la maglietta, la maglia termica, la camicia, la giacca, il guscio, tutto dai colori discordanti. Ho aperto TikTok per combattere la noia del viaggio, e il suo algoritmo crudele e sofisticatissimo mi ha mostrato nel giro di cinque minuti: tre ragazze magrissime e biondissime in pelliccia e leggings in vinile che fanno un fit check nella neve di Cortina, un influencer che balla in ramponi e scarponi La Sportiva su un ghiacciaio mentre fuma una sigaretta, una ragazza che dice di aver appena concluso trenta chilometri di trail e di aver visto una donna che, vestita di tutto punto, da sneakers a gilet da trail, si faceva un video con il treppiede, per poi risalire in macchina senza effettivamente correre.

La discrepanza tra quello che vedevo dallo schermo del mio cellulare e la realtà del mio viso nello specchietto era profonda. Forse, se avessi pubblicato su qualche social video e foto della camminata, il risultato sarebbe stato uguale a qualsiasi altro contenuto legato alla montagna che mi propone il mio algoritmo – paesaggi mozzafiato, visi sorridenti, abbigliamento tecnico, musica struggente o energetica, take a walk on the wild side, into the wilderness, finally breathing – e avrei contribuito ad alimentare l’interesse per la montagna e i suoi sport cresciuto a dismisura negli ultimi anni.

Nonostante due anni fa Noah Johnson scrivesse della morte del gorpcore su GQ, questo non è deceduto ma si è evoluto. Un report di Mediobanca dell’anno scorso ha evidenziato come l’Italia sia leader europeo nello sportswear (22 per cento sul fatturato complessivo dell’Unione europea, e il 29 per cento del fatturato totale viene dalla sezione Mountain Attitude). Il gorpcore sopravvive, seppur l’ironia e il disincanto della Gen Z siano arrivati a colpire le sue storture – proliferano meme sugli uomini da evitare, quelli che scalano e indossano Gramicci e che ti portano a camminare al primo appuntamento – e il brand di riferimento Arc’teryx sia stato ampiamente criticato per uno spettacolo pirotecnico poco ecosostenibile organizzato sulle vette del Tibet a settembre dell’anno scorso. Questo stile sopravvive non solo perché, come sottolinea Johnson, è una sezione dell’abbigliamento relativamente economica e sicura come investimento per il consumatore (una giacca a vento è una cosa sempre utile da avere), ma anche perché, soprattutto dopo l’anno del Covid, ha intercettato bisogni e fratture sociali che fino a quel momento non si erano rivelati nella loro piena incisività.

L’alterità da sempre funziona come specchio per vedere cosa non funziona in ciò che conosciamo e per proiettare fuori da noi tutto quello che vorremmo e che non possiamo ottenere. La montagna è sempre stato il luogo altro, in cui riversare ideali di purezza, salute, ordine, onestà e tutto quello che la vita in città non può dare. Questa idealizzazione della montagna si è accentuata dopo la pandemia, intercettando il malcontento generale per lo stress generato dalla vita frenetica di città. Non ha aiutato il fatto che la Generazione Z è quella che si sta approcciando al mondo del lavoro in questi ultimi anni, per cui, come ha sottolineato il New York Times, è più deprimente lavorare che essere disoccupati.

E al di là della Gen Z e del suo rapporto con il lavoro, su cui vecchi e medio-vecchi hanno sempre qualcosa da dire e ridire, l’interesse per la montagna è dovuto anche al cambiamento climatico e all’innalzamento delle temperature. Andrea Membretti, professore di Sociologia del territorio all’Università di Pavia e autore del libro Migrazioni Verticali. La montagna ci salverà?, si interroga sul ruolo che l’innalzamento delle temperature ha nello strutturare i flussi migratori, che non sono più da pensare come un fenomeno distante che colpisce territori e popolazioni distanti, ma che tocca anche il cosiddetto Nord del mondo e l’Italia stessa. Insieme a Filippo Barbera e Gianni Tartari, Membretti si chiede chi sono i nuovi montanari e chi può abitare le montagne a tutti gli effetti. Ci sono famiglie che vogliono spazi aperti per i propri figli, lavoratori che possono lavorare da remoto, ultra ricchi che cercano un rifugio idilliaco da abitare occasionalmente, giovani che decidono di prendere in gestioni rifugi e di lasciarsi una vita frenetica alle spalle.

Ma chi può davvero abitare le valli montane? Dando un’occhiata ai siti immobiliari della Valle del Biois nelle Dolomiti bellunesi, i prezzi delle case ondeggiano tra i 200 mila euro per un bilocale e i 500 mila euro per i tabià, ovvero fienili in legno un tempo utilizzati per il fieno e il bestiame, ora adibiti ad abitazioni. Per i  Gen Z che vorrebbero scappare dalla pazza folla queste cifre sono proibitive, e viene naturale chiedersi di chi è la montagna nella realtà. Cosa causa e cosa provocherà in futuro questo ripopolamento della montagna? Da una parte il ripopolamento è sempre positivo per l’economia, ma cosa succede al territorio e al suo tessuto sociale? Abitare la montagna diventerà o è già uno status sociale o ci sono possibili forme di abitare alla portata di tutti? Se la migrazione è una questione di necessità, la montagna sarà capace di accogliere noi tutti i profughi climatici?

La montagna, dicevo, è un affare sporco. Come scrivevo un anno fa, è un luogo severo che non perdona e che obbliga all’incontro. Chi vive la montagna sa che come ogni luogo è un ambiente che influenza chi la abita ma è indubbio che allo stesso tempo risente con violenza dell’impatto di chi la abita. Se gli umani che la vogliono abitare per scappare dalla città e le sue storture si portano appresso le stesse dinamiche da cui fuggono, la montagna perderà tutto quello che la rende un luogo altro, in cui c’è ancora la possibilità di creare un tipo di vita diverso. Non è una novità che le fasce sociali più agiate vogliano avere chiari indicatori di status, e che in questi ultimi anni l’abbronzatura, opposta al pallore della vita in ufficio e nello smog, e un paio di sci Fischer e una scarpa ROA sono diventati simboli indiscutibili di un certo tipo di vita. Ma la montagna non è luogo di grandi compromessi e senza consapevolezza da parte di chi la abita, senza una riflessione profonda di come abitarla, diventerà una città qualsiasi, solo a un’altitudine diversa. Con gli aperitivi, gli apres ski, i video dei migliori cinque trail, gli chalet come una nuova Arcadia contemporanea, lo sci e l’arrampicata come nuova eugenetica di classe, l’ideale irraggiungibile e mai esistito di pulizia e purezza.

«Io guardo la montagna della mia vita, ma lei, no, non mi guarda, essa è chiusa nei suoi impenetrabili pensieri e nelle concavità dei suoi precipitosi grembi», scriveva Dino Buzzati, nel racconto “Lo Schiara”. Le montagne non ci guardano. Non ci guardano quando le scaviamo e traforiamo, non ci guardano quando le investiamo di ideali e valori irraggiungibili, non ci guardano quando annaspiamo per raggiungerle, conquistarle, addomesticarle con larghe, comode strade, elicotteri, automobili di lusso, ristoranti stellati e panini gourmet. Siamo noi a guardarle, con lo sguardo ossessivo dell’innamorato ottuso che vuole l’oggetto del desiderio tutto per sé e alla sua idea di amore lo idealizza, tentando di cambiarlo e allo stesso tempo adorandolo. È questo lo sguardo che ci salverà? La risposta dobbiamo trovarla noi, la montagna non ci guarderà di sbieco e rimarrà imperscrutabile nei suoi pensieri e strapiombi.

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