La moda ha trovato il modo di trasformare anche la crisi climatica nell’ennesimo trend

Infradito e lino indossati in città sono una risposta al caldo record, ma anche l'ennesimo modo in cui il consumismo alimenta la crisi climatica.

02 Luglio 2026

Nel caso non ve ne foste accorti, fa caldo. Molto caldo. Così caldo da rimpiangere gli anni precedenti, quelli in cui le temperature ci sembravano già intollerabili, l’Inferno in Terra. Non sapevamo niente, allora, dell’omega block, né potevamo immaginare che in Europa si sarebbero registrate temperature superiori alle medie stagionali fino a 12 gradi. Sulla veridicità di quest’ultima affermazione, ognuno tragga le proprie conclusioni (gli scienziati ci avvertono da anni dei rischi del surriscaldamento globale). Fatto sta che le capitali europee stanno sobbollendo, specialmente Parigi, causando l’insurrezione del popolo della moda.

La fashion week parigina è diventata un meme online

Durante la fashion week maschile nella Ville Lumière, le temperature hanno sfiorato i 40 gradi, trasformando gli appuntamenti in una sorta di esperimento sociale sulla resistenza umana al caldo. Pascal Morand, Presidente Esecutivo della Fédération de la Haute Couture et de la Mode, assicura di aver inviato a tutti i partecipanti un documento con i principi guida definiti dal governo per questo stato di canicola estrema: tra essi, offrire un’adeguata fornitura di acqua fresca e adattare gli orari di lavoro per limitare l’esposizione alle temperature più alte (mossa che potrebbe non risultare congeniale per i brand minori, le cui capacità di adattamento spesso dipendono da budget risicati).

E infatti, fin dai primi giorni della settimana della moda francese, i souvenir di sfilata più apprezzati sono stati ombrellini, ventilatori portatili e cappelli parasole, postati sui social come trofei. Un insignificante palliativo che dovrebbe giustificare i look improbabili indossati: l’attore Connor Storrie, star della serie televisiva Heated Rivalry, ha fatto il giro del web per i cuissard e il trench in vinile sfoggiati alla sfilata di Saint Laurent. «Penso che una massa di persone che sudano fino all’oblio, mentre guardano abiti sfilare in passerella, sia la metafora perfetta per quello che sta succedendo nel mondo adesso», ha affermato il direttore di i-D, Thom Bettridge, intervistato da CNN alla sfilata di Issey Miyake con tanto di babushka fiorita annodata sotto il mento per ripararsi dal sole. Il colmo, semmai ce ne fosse bisogno, è stato inscenato da Pharrell Williams per Louis Vuitton, che ha aperto la settimana con una passerella di sabbia e un’onda artificiale enorme: una costruzione alta 8 metri e larga 37, irrorata di acqua vera fornita da Eau de Paris (l’azienda responsabile della produzione, del trasporto e della distribuzione di acqua potabile nella capitale francese), poi scaricata nel sistema fognario a fine sfilata. Una trovata molto contestata e criticata sui social, che non dialogava in nessun modo con il drammatico problema della crisi climatica e anzi ne sembrava un’assurda parodia.

Cosa indosseremo quest’estate, ce lo dice il caldo

La Terra si sta scaldando e i consumi reali riflettono la necessità di refrigerio: basti pensare che da maggio 2026, le ricerche online medie per le infradito (considerando un mix di ricerche tra Google e Pinterest) sono aumentate del 128 per cento rispetto al 2025: a riportare i dati è Data, but make it fashion, sito web e account Ig nato dall’esperta di tech Madé Lapuerta che analizza le tendenze usando, appunto, tramite la misurazione e l’analisi dei dati. Che si tratti o meno di mode passeggere, è innegabile una certa correlazione tra l’aumento delle temperature e la necessità di indossare indumenti più leggeri che impatta fortemente il mercato (il lino è più popolare del 78 per cento rispetto all’anno scorso). Le jelly shoes, calzature simbolo delle vacanze al mare degli anni Novanta, sono tornate alla ribalta grazie a Chloé, che ne ha realizzato una versione con kitten heel, e con loro borse di paglia e espadrillas. Tutto un repertorio che fino a poche stagioni fa restava relegato alla spiaggia ha invaso le strade delle città, complici migliaia di post e caroselli sui social che mostrano questi capi indossati lontano da qualsiasi riva, tra asfalto bollente e metropolitane senza aria condizionata.

In gran parte, tuttavia, il merito di questa situazione tragica è nostro. Mentre i meteorologi spiegano che l’attuale ondata di calore non sarebbe stata così intensa senza il contributo umano (ne abbiamo parlato qui), l’industria della moda e dei media che la raccontano rispondono nell’unico modo che conoscono davvero bene: spingendoci a comprare altro. Si moltiplicano a vista d’occhio gli articoli che offrono consigli su come vestirsi con il caldo, completi di guide ai look anti-afa, consigli su tessuti naturali e colori chiari che, scorrendoli, si rivelano quasi sempre vetrine di shopping mascherate da servizio al lettore, con tanto di link e prezzi. Ognuno di questi pezzi promette una soluzione univoca: banalmente, l’acquisto di un salvavita. Più fa caldo, più si produce; più si produce, più si contribuisce al riscaldamento che genera il caldo successivo; più fa caldo, più ci viene chiesto di comprare qualcosa di nuovo per sopravvivergli. Non è una soluzione: è un meccanismo di adattamento perfettamente funzionante al consumismo, e perfettamente inutile al clima. Continueremo a guardare le temperature salire, stagione dopo stagione, sperando che un paio di infradito bastino a farci sentire un po’ più freschi, mentre il problema resta esattamente dove l’abbiamo lasciato.

Sognare il cambiamento, senza mai realizzarlo

Puntuale come ogni estate, da giorni circola anche l’ennesima proposta di rivedere il calendario delle sfilate che, con altrettanta regolarità, si esaurisce in un nulla di fatto. La stagione primavera-estate, infatti, è ancora disegnata sulla base di un’idea di avvicendamento stagionale che non esiste più: i designer presentano la collezione circa sei mesi prima dell’arrivo nei negozi, i buyer piazzano i loro ordini con gli stessi sei mesi di anticipo e i negozi ricevono le prime consegne tra gennaio e febbraio, quando in Europa ancora è inverno. Consegnare tutto il modello di business ad un’ideale di lenta transizione tra l’inverno e l’estate, quando non esistono più davvero le mezze stagioni, risulta a dir poco anacronistico. A confronto, le collezioni che offrono l’assortimento più adatto alla stagione estiva sono le Resort (nate in origine per soddisfare le esigenze dei super ricchi in fuga dall’inverno verso mete al caldo), che oggi sembrano servire uno scopo più mediatico che commerciale. Lo stesso anticipo sulle stagioni vale per le collezioni autunno-inverno, che vengono consegnate ai negozi durante i mesi estivi. È il sistema che Armani, nel 2020, denunciava nella sua famosa lettera aperta: «Trovo assurdo che, in pieno inverno, si trovino abiti di lino nei negozi mentre in estate si trovino cappotti di alpaca per la semplice ragione che il desiderio di spendere deve essere soddisfatto immediatamente. Chi compra un abito per tenerlo chiuso nell’armadio in attesa della stagione giusta?».

Stando al Sole 24 Ore, la Fédération de la Haute Couture et de la Mode di Parigi e la Camera Nazionale della Moda Italiana, che organizzano due delle settimane più importanti del settore, avrebbero da poco rinnovato il loro Protocollo d’Intesa riguardante anche i programmi di sostenibilità: l’occasione perfetta, secondo il quotidiano, per includervi anche una revisione del calendario di giugno, insieme a un vero e proprio protocollo estivo su location, orari e uso delle risorse energetiche. Tra le idee circolate c’è perfino quella di affiancare ai responsabili della sostenibilità delle maison nuove figure professionali, dei veri e propri “manager del clima” capaci di orientarne produzione e distribuzione con competenze scientifiche oltre che estetiche. Sono proposte che, sulla carta, suonano sensate, e che infatti vengono riformulate sostanzialmente identiche ogni estate da almeno un decennio, senza che il calendario si sia mai effettivamente mosso, perché significa alterare i tempi di consegna ai negozi e l’intero ritmo delle campagne vendita. In altre parole, la logica industriale che genera il problema è anche quella che ne impedisce la soluzione più ovvia. Tuttavia, al cambiamento climatico non servono più collezioni, capsule o drop per riempire le mancanze commerciali nel calendario della moda. La soluzione a un sistema che produce troppo, non può essere produrre di più.

In Francia hanno approvato una legge che equipara l’ultra fast fashion a sigarette e alcolici

Una legge che va a limitare fortemente le attività di colossi come Shein, Temu e AliExpress, imponendo una nuova tassa e il divieto di pubblicità.

A Balenciaga piace così tanto Substack che è diventata la prima maison di moda a farci una partnership

La maison utilizza la piattaforma da tempo: lì ha annunciato l'arrivo di Piccioli e fa anche le dirette streaming delle sfilate