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03:44 mercoledì 9 settembre 2026
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.
Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.
Si è scoperto che Van Gogh ha firmato solo il 15 per cento della sue opere perché tutte le altre le considerava troppo brutte per firmarle Lo ha rivelato una ricerca del Van Gogh Museum di Amsterdam, la prima dedicata esclusivamente alla firma "Vincent".
Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.

I peggiori anni della nostra vita

La mitopoiesi collettiva la incensa, ma quella passata a scuola è la fase peggiore dell'esistenza. Il motivo è lo sviluppo del cervello nei teenager.

14 Settembre 2016

Senza offesa per Ginsberg, ma più o meno chiunque ha visto le menti migliori della propria generazione, distrutte da una specie di pazzia, trascinarsi all’alba per le strade alla ricerca di qualcosa. Di solito avviene tra i 14 e i 20 anni, in quel lasso di tempo che psicologi e biologi chiamano da secoli “adolescenza”, secondo la prima riga della relativa definizione dell’enciclopedia Treccani «un periodo particolarmente problematico dell’esistenza». L’uomo si interroga sulla dissennatezza dell’essere giovani più o meno da quando esiste, e mettendo in scena drammi e conquiste dei teenager di ogni tempo ha prodotto alcune delle più belle pagine dell’arte e della letteratura della sua storia: da Holden Caulfield che si aggira per le strade silenziose di New York allo sguardo tenero e terrorizzato della ragazza de La pubertà ritratta da Munch, non c’è fase della vita più misteriosa e rappresentata della giovinezza.

Siamo stati tutti giovani, d’altronde, e tutti ci siamo trovati in un’aula con due dozzine di coetanei ugualmente goffi, istrionici, impauriti, esagitati e inconsapevoli. In quell’aula abbiamo poi passato cinque anni che ci hanno – così vuole la prassi – portati a essere ciò che siamo oggi. Come ogni anno, anche l’apertura delle scuole del 2016 è stata accompagnata dall’innesto rituale in una mitopoiesi collettiva, onnipresente, familiare: «Buon inizio, ragazzi. Ricordatevi di vivere intensamente ogni giorno di questi anni, perché non torneranno più», ha scritto in queste ore, con la giusta accoratezza catalizza-like, un mio contatto su Facebook. Già, non torneranno più, quegli anni lì, ma siamo sicuri che ci sia di che rammaricarsi?

Students take part in the philosophy exa

Quando qualcuno, che sia sui social network o dalle colonne di un giornale, parla agli studenti col benevolente piglio oraziano del carpe diem una parte di me rabbrividisce: o chi scrive non ricorda, oppure ha scelto deliberatamente di piegare il ricordo alla retorica. Del grande liceo di provincia in cui ho passato il mio «periodo particolarmente problematico dell’esistenza» ricordo le stanze colme e chiassose, gli spogliatoi maleodoranti delle palestre, i bagni più gremiti di un club durante gli intervalli, i modi affettati di alcuni professori e la simpatia semi-cameratesca di altri. Non ci tornerei mai. Nemmeno per un giorno. Neanche per sbaglio. All’offerta di un emozionante ritorno al bildungsroman liceale tramite macchina del tempo risponderei “no, grazie”. Può essere che il motivo sia io: d’altronde non ero il più popolare della scuola, o forse a pesare è il fatto che da quell’El Dorado adolescenziale sono uscito con nel sacco poche vere amicizie e pochissima nostalgia. Ma dato che la retorica ufficiale tratta, si diceva, di giornate di giovinezza da celebrare quotidianamente, tanto vale parlare di quelle, che sono (o sono state) più o meno simili per chiunque.

Il me quindicenne si svegliava poco prima delle 7, quando fuori la bassa padana sembrava un libro di Stephen King portato al cinema da Kusturica, sempre che non ci fosse qualche interrogazione (abbandono del letto alle ore 6) o, peggio, che l’interrogazione fosse di matematica o fisica (ore 5). A scuola aveva a che fare con venti persone incapaci di relazionarsi fra di loro, di concepire il loro nuovo ruolo nella società, di dare una forma definita e sostenibile – chissà cosa penserebbe il me quindicenne di un termine del genere – ai loro affetti e alla loro eccitazione vitale e sessuale. Ce l’avete avuto il Compagno Scemo Per Cui Tutti Ridono, no? Ecco, il mio era così dipendente dal ludibrio altrui che per un buon periodo aveva deciso che il rapporto costi/benefici di fare il verso al professore di turno, mentre spiegava, era vantaggioso: l’avevano sospeso, ma era più forte di lui. E non era colpa sua, almeno secondo le ultime scoperte neurologiche.

Students take part in the philosophy exa

Non molto tempo fa alla Temple University di Philadelphia un gruppo di ricercatori si è accorto di un fatto insolito: le cavie C57BL/6J, consumatrici di alcol etilico, si comportavano in maniera strana. Ripartendo 86 esemplari in alcuni gruppi da tre o uno individui, e dividendo poi questi ultimi con piccole barriere in plexiglass, gli scienziati hanno deciso di inserire etanolo nelle vaschette dell’acqua delle gabbie. Alla fine dell’esperimento i topi più giovani, di quattro settimane d’età (che per un topo sono più o meno l’adolescenza) avevano bevuto significativamente di più degli adulti, e nello specifico: i maschi “adolescenti” da soli bevevano quanto la loro controparte anziana, ma in gruppo con altri coetanei raddoppiavano il consumo di alcol. Che quei topolini stessero, insomma, celebrando il loro passaggio nell’età adulta?

Che si tratti di feste di cavie o di studenti di liceo o college, quel che è assodato è che gli atti più gratuiti e insensate dell’esistenza si commettono, statisticamente, tra i 13 e i 24 anni. Non è solo questione di bere, ovviamente: lo sprezzo del pericolo, il peso opprimente dell’accettazione sociale e le prime pulsioni sessuali concorrono a rendere illeggibile un quadro già più astratto di un Kandinskij. Si fanno idiozie perché le fanno gli altri, perché fanno sentire meglio, perché migliorano la propria immagine agli occhi degli amici. O forse solo perché si è biologicamente scemi. Nel suo libro The Teenage Brain (HarperCollins), la neurologa Frances Jensen parte dall’esperienza quotidiana coi suoi due figli adolescenti, Andrew e Will, per svelare l’arcano motivo che porta un essere umano senziente a finire al pronto soccorso dopo aver ingerito diciassette cocktail (è il caso di un’amica di Andrew, raccontato nel libro): è la mente dei “teen”, il problema, o meglio ciò che non è fisiologicamente in grado di fare.

Si fanno idiozie perché le fanno gli altri, perché fanno sentire meglio, o forse solo perché si è biologicamente scemi

La parte più estesa del cervello umano sono i lobi frontali, il luogo anatomico che regola l’attività motoria, il giudizio, la consapevolezza di sé e l’organizzazione del comportamento. In età adulta, peraltro, i lobi frontali funzionano da controllori per i segnali che si originano in altre zone cerebrali. Durante l’adolescenza tuttavia, spiega Jensen, il cervello è in fase di costruzione dei collegamenti tra le sue parti, un processo biologico che inizia nella parte posteriore e talvolta può dirsi completato soltanto dopo i trent’anni di età dell’individuo. A quattordici o sedici, dunque, il processo di sviluppo cerebrale è ancora in fase embrionale. Il tizio della 3C finito in coma etilico durante la gita a Praga non aveva fatto ciò che aveva fatto per inseguire consapevolmente una gloria sfuggente: le sue sinapsi non hanno saputo dirgli che il suo piano era sbagliato, folle, gratuitamente autodistruttivo. Perché il suo cervello non poteva aiutarlo, e come lui quello dei compagni di scuola.

Le tesi di Frances Jensen aprono a tutta una serie di interessanti riflessioni ulteriori, che spaziano dal campo genitoriale a quello legislativo – è giusto che un ragazzino di sedici anni guidi la macchina? E che una ragazzina di quattordici abbia l’ultimo modello di iPhone? A che età un individuo dev’essere libero di comprare alcol? – ma fuori tempo massimo, ché il nazionalpopolare ha già deciso: i migliori anni della vita sono grosso modo quelli che si passano tra versioni di greco, note sul registro e risate per compiacere il Compagno Scemo. Se ne rallegreranno i vari cantori della nostalgia adolescenziale, i quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla, i giovani borghesi nicolasvaporidiformi e innamorati dei film di Fausto Brizzi e gli altri, ma forse sarebbe ora di squarciare il velo di Maya che ci impedisce di vedere la giovinezza per quel che è. Il Lorenzo de’ Medici che la definiva «bella» a vent’anni era già signore di Firenze, per dire. Ed è più probabile che le sveglie presto, il disagio strisciante, l’imbarazzo e l’assurdità degli anni da teenager rimangano poi nell’età adulta come una sorta di infallibile reverse benchmark, come quello di Susanna Agnelli quando diceva «ho detestato i miei anni in Parlamento quanto detestai quelli al liceo Azeglio di Torino. Una perdita di tempo di una inutilità infinita».

Non caricherei i ragazzi che da questa settimana siedono sui banchi di scuola con altra prosopopea, fosse per me. Anzi, preferirei poter usare la stessa solennità per dirgli “siate coraggiosi, resistete, un giorno nessuno vi darà libri di Pavese da leggere d’estate; avrete presto trent’anni, e allora sarete davvero giovani”.

Immagini Spencer Platt, Stephane De Sakutin/Afp/Getty Images
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