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Mike Bongiorno, il Garibaldi della tv

Una mostra al Palazzo Reale di Milano celebra un personaggio unico, che ha unito l'Italia davanti alla tv. E che oggi sarebbe impossibile da replicare.

03 Ottobre 2024

Umberto Eco scrisse più di sessant’anni fa il saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno, in cui analizza con piglio accademico gli effetti della televisione sull’Italia del boom economico, demolendo nel processo proprio Mike Bongiorno, che ha confessato di essere scoppiato in lacrime dopo averlo letto. Sabina Ciuffini, sua storica valletta, ha raccontato in un’intervista a Dagospia che «quando uscì l’articolo di Eco nello studio c’era imbarazzo, ma in camerino mi disse: “Abbiamo fatto il botto”». Prosegue ancora oggi, dopo la morte (e il furto della salma, con successivo ritrovamento), l’istituzionalizzazione di Mike Bongiorno. In occasione del centenario della sua nascita, il comune di Milano – Bongiorno ha abitato per decenni in via Giovanni da Procida, a pochi passi dalla sede Rai – ha deciso di dedicargli una mostra a Palazzo Reale: Mike Bongiorno 1924-2024, aperta fino al 17 novembre.

È una celebrazione enciclopedica: sono esposti il certificato originale di nascita di Mike, quello di matrimonio dei suoi genitori, centinaia di foto inedite, memorabilia tipo il doppiopetto blu indossato in onda nel 1970, i copioni originali, le lettere alla famiglia, alle pareti dei maxischermi mandano in loop i suoi discorsi, le interviste ai critici che lo celebrano e le puntate dei Sanremo che ha condotto. Per un’esperienza immersiva ci sono la postazione originale del Rischiatutto, dove i visitatori possono mettersi le cuffie e rispondere sul touchscreen alle domande poste dalla voce originale di Mike, e una Ruota della Fortuna a grandezza originale a disposizione di chi la volesse far girare. C’è anche la riproduzione in tinte pastello della sala di un’osteria anni ’50. Se a qualcuno può sembrare una mitizzazione esagerata, si prega di ripassare la storia di Mike Bongiorno, una delle figure più emblematiche della cultura popolare nella seconda metà del Novecento italiano, gli anni d’oro della televisione. Eccola.

Michael Bongiorno nasce a New York, dove trascorre i primi anni in una casa sulla dodicesima ovest. Il padre, avvocato, discendeva da una famiglia siciliana emigrata a fine ‘800, la madre dalla borghesia torinese. Dopo la nascita di Mike gli affari ingranano, e i Bongiorno si trasferiscono in un appartamento sull’ottantottesima strada, con vista su Central Park. All’improvviso, la crisi: il padre viene travolto dal Venerdì nero e dal crollo di Wall Street nel ’29. La madre decide di tornare in Italia, antipasto di una richiesta di divorzio, e porta Mike a Torino nella casa degli zii. Con lo scoppio della Guerra, nel giugno del ’40, la redazione della Stampa si trovò sguarnita. Mike Bongiorno fu assunto come apprendista, e si dedicò alla scrittura di articoli per la redazione sportiva. Dopo l’8 settembre Mike avrebbe dovuto consegnarsi ai nazisti, in quanto cittadino americano, ma decide di scappare in Val di Susa, dove si rifugiavano partigiani e forze alleate, e riceve l’incarico di traduttore e messaggero fra Torino e Milano. Nell’aprile del 1944, mentre cerca di fuggire in Svizzera, viene catturato dalla Gestapo. Resta due mesi nel carcere di San Vittore a Milano, dove conosce Indro Montanelli, prima di essere trasferito in tre diversi campi di concentramento in giro per l’Europa. Verrà liberato otto mesi dopo, in uno scambio di prigionieri, e si imbarcherà dal porto di Marsiglia per fare ritorno dal padre a New York.

Dopo la guerra, trova lavoro in un’agenzia pubblicitaria a New York e continua la collaborazione con testate italiane. Torna dopo qualche anno in Italia, nel 1953, a raccogliere materiale per Il vostro Paese, trasmissione radio americana rivolta agli immigrati di origine italiana che raccontava la ricostruzione post-bellica. È la scintilla iniziale: conosce Vittorio Veltroni, appena nominato caporedattore della nascente Rai. Veltroni lo convince a rimanere in Europa, e gli affida un progetto televisivo. Il leggendario debutto di Mike Bongiorno in video coincide con il primo programma tv trasmesso in Italia: nel pomeriggio del 1° gennaio del 1954, sull’unico canale Rai, Mike esordisce alla conduzione di Arrivi e partenze, dove intervista personaggi italiani e internazionali di passaggio all’aeroporto di Roma Ciampino.

Che vita professionale, gentili signore e signori. Secondo un vecchio adagio, Mike Bongiorno ha fatto più di Garibaldi per unificare l’Italia. Portava nei tinelli, dove si parlava in dialetto, il suo perfetto eloquio, contribuendo a creare un linguaggio comune. Aldo Grasso ha paragonato «l’avvento della tv a quello della Divina Commedia, con cui Dante aveva dato all’Italia post-latina una lingua unitaria». Mike Bongiorno regalò agli italiani un argomento di conversazione: hai visto la tv ieri sera? Nel 1955 debuttò il suo famoso gioco a quiz Lascia o raddoppia?. L’anno dopo, il programma vantava otto milioni di spettatori e più di trecentomila domande di partecipazione. Era solo l’inizio di una sfolgorante carriera. Undici Festival di Sanremo, compreso quello del suicidio di Tenco, decine di programmi ideati e condotti, attore di fotoromanzi, testimonial per innumerevoli campagne pubblicitarie, vincitore di ventitrè Telegatti, icona del popolo dalle Alpi a Mondello, imperatore dei conduttori tv.

Già grandicello la vita gli offre, a fine anni Ottanta, una seconda giovinezza. Lo contatta Berlusconi per proporgli di passare a Telemilano. Ha raccontato Mike: «Chiesi in giro, ma chi è ‘sto Berlusconi? Un palazzinaro che non capisce niente di televisione, mi risposero». Forse non capiva molto del mezzo, ma aveva argomenti convincenti. In Rai, Mike prendeva 26 milioni lordi. Fininvest gliene offrì 600. In un anno? Chiese Mike incredulo. Sì, ma con la possibilità di arrotondare grazie a spot e televendite, gli rispose il Berlusca. Dopo essere stato il primo presentatore Rai, diventerà il primo presentatore di Canale 5. Sui canali Mediaset Mike Bongiorno condurrà il suo programma tv più longevo, La Ruota della Fortuna, e si farà conoscere dalla quarta o quinta generazione di spettatori.

Dietro alla sua storia personale, in mostra a Milano, si legge in filigrana il cambiamento dell’Italia. Boom del Dopoguerra, cambio dei costumi, Anni di piombo, edonismo reaganiano, crollo della Prima Repubblica, il Berlusconismo: Mike Bongiorno è sopravvissuto a ogni scossone e ha attraversato tutte le epoche della società italiana, dal fascismo alla fine del ventesimo secolo, sempre con una cartellina in mano e una graziosa valletta al suo fianco, sintonizzato con moderazione sullo spirito del tempo. Rassicurante, elegante, senza mai alzare la voce, con l’aria finta ingenua da italiano in gita e le sue gaffe studiatissime, è rimasto un beniamino del pubblico generalista, diffusore di relax e aria di casa. Tutti lo conoscevano, e in pochissimi lo disprezzavano.

Oggi, diciamocelo, non c’è nessuno paragonabile a Mike Bongiorno. L’industria dell’intrattenimento si è atomizzata, la concorrenza è spietata, difficile costruirsi una carriera così longeva. Migliaia di talenti postano mini-video sulle piattaforme, c’è un eccesso di vip, solo i grandi eventi sportivi (e Sanremo) riescono a raccogliere milioni di persone in contemporanea davanti allo stesso varietà. In più, i personaggi famosi sono inspiegabilmente divisivi, l’opinione pubblica li giudica con ferocia, tranne quando diventano vettori involontari di ironia digitale. Altro che autorevole figura culturale, oggetto di studi e mostre in memoria: se fosse nato sessant’anni dopo, è facile immaginarsi un giovane conduttore Mike Bongiorno che diventa meme vivente, famoso e sbertucciato sull’onda del successo di un paio di strafalcioni fuori contesto. Allegria!

Immagini ©Archivio Fondazione Mike Bongiorno

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