I microdrama sono il deprimente futuro dell’intrattenimento?

Moderne telenovela inventate in Cina, durano meno di due minuti a episodio e sono girate in verticale per guardarle sul telefono. Sono anche bruttissime, amate da milioni di persone in tutto il mondo e valgono già diversi miliardi.

02 Gennaio 2026

Viaggiando sui mezzi pubblici vi sarà capitato di buttare l’occhio sullo smartphone del vicino di posto. Non c’è vergogna in questo, lo faccio anch’io. Noi ci annoiamo mentre tutti sono presi a scrivere piramidi di messaggi o a scorrere collant di fibra di amianto su Shein. Quelli più di buon umore si godono una bella fiction bangladese, o coreana, o cinese, o serbo-croata, rigorosamente senza cuffie per animare l’ambiente.

I personaggi di queste serie si esibiscono in urla furiose e lamenti soffocati dalle lacrime, tanto da destare una vaga preoccupazione tra i passeggeri: siamo già agganciati senza avere idea di cosa accada, a chi e perchè. Ormai spinti dalla necessità, sbirciamo, ma qualcosa nel formato ci spiazza. Non è TikTok, non è YouTube, è qualcos’altro. Cos’è? È il microdrama. Si tratta di fiction drammatiche, in genere di durata inferiore ai due minuti per episodio, girate in verticale per la visione su dispositivi mobili e distribuite su apposite app e piattaforme. Sono nate in Cina nel 2020 e presto si sono distinte come la nuova formula ideale per l’intrattenimento audiovisivo mobile.

Soap opera e telenovela, ma in verticale

Circa due anni fa hanno cominciato a migrare dall’Asia Centrale a diverse aree del mondo, in particolare in Nord America, che quest’anno contribuirà alla crescita ulteriore del mercato del microdrama generando circa 3 miliardi di dollari, per un giro d’affari globale di circa 11 miliardi. I microdrama si rifanno alla gloriosa tradizione delle soap opera, racconti televisivi capaci di durare decenni, prodotti negli Stati Uniti dall’inizio degli anni ‘30, e delle telenovela, versione latinoamericana anni ‘60 a budget limitato. Il microdrama si pone in perfetta continuità con le sue antenate, accorciando ancora di più la quantità di attenzione richiesta allo spettatore. Sono pensate per essere consumate in modo compulsivo ed essendo composte da non più di 60 episodi, si può terminare un’intera serie in un paio d’ore.

Negli Stati Uniti, il pubblico più affezionato ai microdrama è costituito da donne benestanti, di età compresa tra i 30 e i 60 anni, che si abbuffano di storie d’amore, intrighi in aziende di famiglia e narrazioni incentrate sulla vendetta. Non sorprende che molte delle trame più popolari ruotino attorno a protagoniste femminili. Soprattutto si tratta di donne che superano circostanze terribili (pensate a fidanzati violenti, suocere malvagie, capi spietati). Nei temi e nelle strutture narrative i microdrama riportano nella contemporaneità una delle più antiche ed efficaci formule narrative: quella della fiaba. Le protagoniste ricoprono ruoli umili, mentre le antagoniste sono benestanti, crudeli e avide di denaro. Per le virtuose, subire violenze e abusi è la norma. Viene rimproverata loro la povertà, la mancanza di status e l’incapacità nel farsi una famiglia rispettabile. Di temi come la coscienza di classe, l’ingiustizia sociale e la discriminazione di genere non c’è traccia nella gogna pubblica a cui sono sottoposte le protagoniste.

La situazione per fortuna si risolve con l’arrivo del Principe; e nell’epoca dell’ultra-capitalismo chi può rappresentare la massima espressione del potere e della moralità meglio di un miliardario forte, volitivo e pure fregno? Nei microdrama, l’eroe che salva la giovane in difficoltà è quasi sempre il Ceo di una grande azienda (I kissed a CEO and he liked it – DramaBox) o, in salsa piccante, il miliardario che però fa il professore in un liceo in città, spinto dalla filantropia e dal desiderio di amoreggiare con la studentessa protagonista della storia (Incinta del professore papà del mio ex – Reel Short). I titoli comicamente didascalici sono lo specchio della schiettezza con cui le storie vengono raccontate.

Tutto in due minuti

Agli sceneggiatori che lavorano in questo nuovo ambito dell’audiovisivo sono richieste skill narrative molto diverse da quelle apprezzate nella serialità tradizionale. Con episodi che arrivano a durare meno di 90 secondi, l’economia di informazioni è fondamentale. Bisogna identificare ed eliminare il non necessario; e con “non necessario” intendiamo tutto ciò che non colpisce lo stomaco dello spettatore. La narrazione deve avanzare per schiaffi emotivi. Nei primi due minuti del primo episodio di La tata ex detenuta e il papà single miliardario (Reel Short), la giovane protagonista subisce un numero di abusi e traumi tale che serve un elenco:

  • 00:03 è detenuta in un carcere misto, incinta di nove mesi;
  • 00:08 sfila a testa bassa col pancione nudo tra file di uomini che grugniscono attraverso le sbarre;
  • 00:26 il suo compagno, a sorpresa, si rifiuta di pagare la cauzione;
  • 01:03 l’ha usata per darle la colpa dei suoi crimini;
  • 01:15 il figlio che porta in grembo non è del compagno – la notte del concepimento, lui l’ha drogata e venduta al migliore offerente;
  • 01:28 per lo shock, le si rompono le acque.

Non c’è tempo di stendere delle fondamenta per lo sviluppo della storia, non c’è spazio per la complessità, la problematizzazione dei temi e le sfumature dei personaggi. I cattivi sono bugiardi, crudeli e violenti, i buoni sono umili e giusti fino agli estremi più inverosimili. In Hero should never stay low (DramaBox), un giovane ex militare / ex imprenditore di successo / figone, ha deciso di ritirarsi e diventare un meccanico in canottiera. Quando la socia gli porta in officina la sua parte dei guadagni dell’azienda (un miliardo di dollari) lui rifiuta perché «non gli interessano i soldi». Uno si aspetterebbe che ci siano altri motivi: nella società c’è del torbido, i soldi sono sporchi. Invece no. Questa scena serve a dirci che il protagonista è il corrispettivo muscoloso e unto di grasso di San Francesco.

Drama piccoli, guadagni enormi

Sciatteria o genio? Se l’obiettivo è conquistare lo spettatore senza complicazioni, pare non ci sia niente di meglio. A testimonianza dell’efficacia di questo nuovo medium si prevede che per l’anno 2030 genererà un attivo di circa 26 miliardi di dollari. Data la natura effimera dei suoi prodotti, destinati ad essere consumati e dimenticati rapidamente, l’industria del microdrama è voracissima. Il budget è minimo, le location sono modeste e i tempi di produzione arrivano a meno di una settimana di riprese per un’intera stagione. Gli attori sono spinti a livelli di stress emotivo molto elevati. In un set di buon livello, sono affiancati da controfigure, psicologi di scena e intimacy coordinator, ma dato che si tratta di un’industria ancora poco regolamentata, è facile immaginare che in molti casi gli attori siano da soli a confrontarsi con un copione che è una montagna russa emotiva.

Alcune attrici hanno raccontato di giornate lavorative composte esclusivamente da scene di violenza fisica e psicologica, crisi isteriche, urla e pianti a comando. Vale la pena notare che la stessa cosa raramente si può dire per gli interpreti di sesso maschile, personaggi eroici, affascinanti e di poche parole, quasi sempre vestiti con eleganza. Finora il settore dell’intrattenimento verticale ha sofferto molto la mancanza di regolamentazione e questo ha generato polemiche sia sul processo produttivo che sul suo contenuto. Le cose però potrebbero cambiare presto. Con la diffusione a livello globale, questo mercato sta richiamando l’interesse di investitori sempre più in vista, nonché quello dei festival cinematografici.

Oggi a Hollywood sono decine le case di produzione che si occupano di microdrama. Paesi di tutto il mondo stanno sviluppando le loro versioni di Papà aiuto! Mamma è in prigione! e di Relazione mortale con mio cognato, producendo contenuti che riflettono le loro culture e i gusti locali. Per Ronan Wong, Cooe co-fondatore di AR Asia, una delle più importanti aziende del mercato, questa fase dimostra una verità fondamentale: la narrazione è la chiave del successo e la lingua non è una barriera. Un successo così clamoroso non dà adito a dubbi sull’intuizione di fondo. Il mondo dell’audiovisivo soffre e si può sperare che la verticalità immetta freschezza e nuove possibilità espressive. Quello che cresce attorno al microdrama è un mercato del lavoro del tutto nuovo, con risorse crescenti e un pubblico avido di contenuti. Se è vero però, come dice Wong, che la narrazione è il motivo del successo globale di serie come Incinta e viziata dal miliardario, forse non c’è troppo da stare allegri.

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