E oltre ai 16 dischi: artwork di Peter Saville, scatto di copertina di Wolfgang Tillmans, note di Simon Armitage, foto di Anton Corbijn e Kevin Cummins e una versione restaurata del documentario Joy Division – A Malcolm Whitehead Film.
Quella di Coyote vs. Acme è la storia affascinante di un film che ha finito per subire nella realtà esattamente ciò che racconta: essere sfruttato, maltrattato e quasi fatto fuori da una grande azienda americana interessata soltanto al proprio tornaconto economico. Un involontario ma caustico commentario politico delle proprie stesse sventure, insomma, in cui ciò che è successo fuori dal grande schermo è diventato la perfetta metafora della storia raccontata da questo grande omaggio al mondo dei Looney Tunes e al suo più ostinato perdente. Non che ci sia davvero da meravigliarsi: quando si costruisce una storia attorno all’assunto che una grande multinazionale, emblema e incarnazione del capitalismo statunitense, potendo comportarsi nel modo peggiore possibile lo farà, non è difficile prevedere correttamente il futuro.
Partiamo però dal film stesso, diventato involontariamente simbolo di una censura dettata da ragioni squisitamente affaristiche. La storia di questo omaggio ai Looney Tunes nasce negli anni Novanta ed è costellata da ammiratori della ricchezza artistica ed espressiva dei cartoni da sempre legati a Warner Bros., a partire dallo scrittore comico Ian Frazier, che scrisse per The New Yorker una sorta di finta ma dettagliatissima cronaca giudiziaria di un improbabile processo mosso da Willy il Coyote ai danni di ACME. Frazier non sapeva di non essere nemmeno il primo a tentare d’immaginare una rivalsa in aula giudiziaria da parte del coyote per tutti i gadget difettosi, inefficienti e pericolosi che sono parte integrante della grammatica del suo personaggio. Se infatti è certo che Willy non riuscirà a catturare e mangiarsi Beep Beep, la tensione narrativa della storia sta tutta nelle variabili di cosa andrà storto: o il volatile non cade nella trappola, o il piano di Willy fallisce. A volte per sue mancanze, molto più spesso perché il gadget della ACME non funziona come previsto.
A fine anni Novanta Scott Rudin tentò di produrne un adattamento, ma Warner Bros non concesse l’autorizzazione necessaria. Fu James Gunn a rilanciare il progetto nel 2015, ma a spuntarla alla fine fu Chris McKay, regista di The Lego Batman Movie, coinvolto nel progetto come produttore. L’idea è quella di omaggiare i Looney Tunes guardando a un’altra pietra miliare dell’animazione: l’impostazione del film infatti si rifà esplicitamente a Chi ha incastrato Roger Rabbit?, essendo un legal drama in piena regola, con tanto di processo in aula, telefonate tra avvocati e carte bollate, in cui attori come John Cena e Will Forte interagiscono con le controparti animate al loro fianco. Il presupposto del film è infatti che la coesistenza tra personaggi animati e umani sia l’assoluta normalità, esattamente come in Roger Rabbit.
L’avvocato e il coyote
Alla produzione, alla sceneggiatura e alla regia si susseguono vari avvicendamenti, fino ad arrivare al progetto finale, girato ad Albuquerque, i cui paesaggi brulli e desertici ben si adattano agli inseguimenti di Willy. Questa collocazione dona al film un forse involontario ma delizioso altro contraltare: la città è infatti un vero feticcio per lo showrunner Vince Gilligan, che vi ha girato tutte le sue serie più celebri, tra cui proprio Better Call Saul. Impossibile non pensarci vedendo l’avvocato protagonista del film – un Azzeccagarbugli povero di idee che si limita a piccole cause per tirare a campare – decidere a malincuore di scendere in campo contro il Golia degli studi legali locali, che difende gli interessi di ACME.
Sul film in sé c’è poco da dire, perché è la conferma che tutte le sue entusiasmanti premesse sono state realizzate al meglio. Coyote vs. Acme è una meraviglioso omaggio all’umorismo inconfondibile di un pezzo di storia animata statunitense, aggiornato con rispetto e accortezza al sentire contemporaneo, portandosi dietro e riadattando quelle stesse gag slapstick e iperboliche che ne hanno decretato in prima battuta il successo. Il film rispetta tutti i limiti dei personaggi originali: Willy e Beep Beep non parlano, perciò le soluzioni comunicative adottate dalla sceneggiatura diventano a loro volta gag, esattamente come nei cartoni animati originali. Per i fanatici del genere è una miniera di omaggi, riferimenti, giochi di parole, easter egg alla storia di Tunes, a partire dal cast di doppiaggio statunitense dei personaggi animati.
Coyote vs. Acme insomma un ottimo film d’animazione, così come lo era stato il precedente, sorprendente ritorno in sala dei Looney Tunes (recuperate quel gioiello di Un’avventura spaziale – Un film dei Looney Tunes, uscito un po’ in sordina nel 2024). Tra i tanti franchise storici che Hollywood continua a resuscitare, il mondo dei Looney Tunes è tra i pochi ad aver azzeccato un processo di attualizzazione coerente ed efficace, forte di una ricerca di senso narrativo delle sue nuove incarnazioni, soprattutto per merito della genuina passione dei nomi coinvolti nell’operazione. A rendere eccellente, oltre che talvolta un po’ commovente, Coyote vs. Acme è che a un secondo livello di lettura si rivela un feroce commentario del sistema capitalistico statunitense, in cui Willy è uno dei tanti individui che vengono sfruttati e truffati dalle grandi aziende. Nel corso del film da personaggio animato sfortunato diventa un consumatore dipendente dagli oggetti che acquista. Viene definito come high usage user, un consumatore patologicamente accanito di prodotti ACME, nonostante questa sua fedeltà si riveli masochistica. Willy è un consumatore la cui ossessione per i prodotti di ACME è superata solo da quella per la cattura di Beep Beep e le precise strategie dell’azienda lo rendono prima dipendente, poi vittima dei suoi prodotti. Questo è solo il primo livello di una strategia aziendale che punta a estrarre dai consumatori ogni possibile valore, sfruttandoli con una spietatezza senza paragoni.
Difficile non tracciare un parallelo con quanto fatto da Warner Bros. nella realtà al film e al povero Willy. Coyote vs. Acme infatti è finito insieme al film spin-off su Batgirl e a un’altra pellicola d’animazione intitolata Scoob! Holiday Haunt tra i film Warner girati montati e poi “vaulted”, ovvero archiviati in via definitiva. La mancata distribuzione di queste pellicole ha consentito a Warner Bros. Discovery di contabilizzare una consistente svalutazione fiscale in un momento di particolare difficoltà di una delle grandi sorelle di Hollywood. Difficoltà generalizzata a cui si aggiunge poi la situazione di precario equilibrismo con cui si muove proprio Warner, che dal 2020 del Covid al 2026 dell’azzardata fusione con Paramount, sopravvive navigando a vista, una crisi alla volta.
Free Willy
La scomparsa di Coyote vs. Acme è sembrata particolarmente crudele, perché il film era ultimato ed era già stato sottoposto ai test con il pubblico, che avevano dato risultati eccellenti. Warner dunque non ha tagliato le gambe a un film non riuscito per recuperare qualche milione di dollari, ma si è accanita contro un titolo già ultimato e accolto molto bene nelle proiezioni test, pur di contabilizzarne la perdita. Se il Coyote è ora in sala e non nascosto su qualche server segreto della major è perché Willy può contare su un pubblico di fedelissimi che sta dentro e fuori Hollywood: alle campagne social contro Warner e in favore del salvataggio del film si è unita una fetta di creatori di Hollywood coinvolti nel progetto e che erano riusciti a vedere il film ultimato, che hanno espresso pubblicamente la loro contrarietà alla linea della major.
Non paga di passare per una corporazione malvagia, Warner ha a lungo indugiato di fronte all’interessamento della concorrenza, pronta a pagare milioni di dollari per accaparrarsi un film di già comprovata qualità. Nel tempo si sono fatte avanti Netflix, Amazon e, ironia del destino, Paramount. Alla fine l’ha spuntata la più piccola Ketchup Entertainment, perché Warner ha per giunta rifiutato le offerte della concorrenza per un film che, ricordiamolo, era pronta a tenere in cassaforte per sempre. Ketchup ha dovuto sborsare 50 milioni di dollari: solo così Coyote è riuscito a uscire dall’oscurità in cui è ancora prigioniera Batgirl.
Quella di questo film è una storia che scalda il cuore o deprime, a seconda se ci si siede al lato dell’imputato o della vittima. Anche l’Italia, nel suo piccolo, fa parte del team dei buoni: Lucky Red ha acquisito il titolo, l’ha portato in sala a pochi giorni dall’uscita statunitense e gli ha costruito attorno una campagna promozionale particolarmente curata e originale, con manifesti vandalizzati ad arte nelle città contro lo strapotere di ACME. Stare seduti in sala a vedere Coyote vs. Acme rischia di avere il sapore non solo di un bel momento cinematografico, ma di un virtuale dito medio contro chi ha tentato di non farlo succedere. Vederlo in sala significa partecipare alla rivincita di Willy contro ACME e, per una volta, anche quella di un film contro la multinazionale che aveva deciso di farlo sparire.
