Hype ↓
11:41 mercoledì 11 marzo 2026
A Londra hanno aperto due punti di controllo qualità della droga per prevenire overdose e morti Si trovano a Hackney e Camden, li gestisce l'associazione The Loop, assieme al Comune e alla polizia locale.
Chloë Sevigny e Gillian Anderson hanno sfilato per Miu Miu ricordandoci che gli anni ’90 sono stati bellissimi Lo show, chiamato "Mindful Intimacy", rifletteva sul rapporto tra corpo e abito in un mondo così grande e problematico: un pensiero che, di per sé, è già molto anni '90.
Il brand di Pat McGrath, una della make up artist più famose al mondo, ha dichiarato bancarotta E però ha già trovato nuovi investitori che sosterranno con 30 milioni la ristrutturazione dell'azienda.
Corrado Guzzanti è tornato a interpretare Vulvia di Rieducational Channel in un nuovo programma disponibile su RaiPlay L'occasione è il “talk botanico” La pelle del mondo, un programma dedicato alle piante e alla biosfera condotto dal botanico Stefano Mancuso.
Dal 19 marzo Milano avrà una via dedicata all’anarchico partigiano Giuseppe Pinelli Prenderà il posto dell'attuale via Micene, in zona San Siro, a due passi da dove viveva. Sulla targa ci sarà scritto "Via Giuseppe Pinelli, anarchico partigiano".
L’Iran è riuscito quasi ad azzerare il traffico nello Stretto di Hormuz usando le onde elettromagnetiche contro le navi È il jamming dei sistemi di navigazione che usano il Gps, una tecnica di guerra elettronica sempre più usata ed efficace.
Wikipedia ha modificato le pagine di diverse città della Striscia di Gaza descrivendole come se non esistessero più Dalle modifiche è nata un'accesa polemica, con molti che hanno ricordato come migliaia di persone vivano ancora in quei posti, anche se distrutti.
Il bilocale che fu la prima casa di Pasolini a Roma è diventato un museo e si può visitare L'appartamento fu acquistato nel 2024 dal produttore Pietro Valsecchi, che lo ha poi donato al Ministero della Cultura.

Matteo Rovere e la reinvenzione del kolossal

Si può fare in Italia un cinema amato dal grande pubblico senza essere “cinepanettone”? È la missione del regista del Primo Re e della serie Romulus.

02 Dicembre 2019

Una passione innata: «Fin da bambino, ho amato i film. Anche se sono cresciuto in una famiglia che non mi ha indirizzato verso questa strada: mia madre è un’insegnante di liceo, qui a Roma, e mio padre è dipendente di un’azienda pubblica». Matteo Rovere, 37 anni, regista, produttore e sceneggiatore, ha sempre visto il cinema come una materia incredibile. «Alle medie, il nostro professore di musica non faceva lezione: ci lasciava da soli in classe, e ci faceva vedere delle vecchie cassette vhs. Detta così, lo so, suona terribile. Ma in realtà è stato grazie a lui se ho visto una marea di classici».

Quando era più piccolo, i suoi registi preferiti erano Robert Zemeckis e Steven Spielberg. «Poi, quando sono diventato più grande, mi sono appassionato a un cinema più complicato e meno commerciale: quello coreano e quello giapponese». Quando ha finito il liceo, si è iscritto all’Università La Sapienza, alla facoltà di Storia del cinema, perché, ammette, «non sapevo che esistesse una cosa come il Centro Sperimentale. La verità è che ancora oggi, quando mi chiedono come si fa per diventare un regista, rispondo sempre allo stesso modo: guardando tanti film e facendo tante esperienze».

Le prime esperienze Rovere le fa più o meno a 18 anni: fresco di diploma, neoiscritto all’Università. «Il primo cortometraggio che ho girato si chiama Lexotan; insieme a me, protagonista, c’era Giuliano Bottani. Feci tutto io, anche il montaggio. Lexotan cominciò a essere selezionato ai festival. E io cominciai a vincere dei premi. Per me era incredibile». La parola d’ordine è sempre stata una: insistere. Per esempio quando andò alla Cecchi Gori, chiese di fare l’assistente di regia, Guia Loffredo, che oggi lavora alla Lucisano, gli disse di rimboccarsi le maniche e di girare un cortometraggio, e poi di tornare lì per farglielo vedere. Oppure quando si ritrovò a fare da runner sul set di Volesse il cielo di Vincenzo Salemme. «Un’esperienza fondamentale perché imparai tantissime cose. Avrei dovuto lavorare a un altro film, sempre per la Cecchi Gori, ma quell’estate fallì, e io dovetti ricominciare daccapo».

Passò alla Filmmaster, dove trascorse i mesi più caldi dell’anno in un ufficetto, a rimettere mano agli showreel di registi pubblicitari, a catalogarli, e a dargli un ordine. «Non andai in vacanza, però mi divertii comunque». Ma il primo incontro che gli cambiò la vita fu quello con Umberto Massa e la sua Kubla Khan. «Era vicino alla Sapienza», racconta. «E io andavo lì a imparare, a fare bottega. Nei weekend, durante le pause, Umberto mi lasciava usare le attrezzature dei set, e io potevo girare i miei cortometraggi». E così Rovere continuava ad andare ai festival e a vincere premi. «Finché, con Homo Homini Lupus, vinsi un Nastro d’Argento, e da lì le cose presero tutta un’altra velocità».

Lo contattarono Gabriele Salvatores e Maurizio Totti, e gli fecero una proposta. «Di girare Un gioco da ragazze, sceneggiatura di Teresa Ciabatti e Sandrone Dazieri. Io accettai». Fu una prima volta e, come tutte le prime volte, fu importante: «Un gioco da ragazze venne criticato duramente. E venne anche censurato. Al Festival di Roma venne fischiato. Pensai che la mia carriera fosse finita prima ancora di iniziare. E invece il giorno dopo l’uscita mi chiamò Domenico Procacci per propormi un altro film, Gli sfiorati, da un libro di Sandro Veronesi. Non andò benissimo, ma in Domenico trovai un punto di riferimento, e gli proposi alcune idee».

Una era Veloce come il vento, il film di corse d’auto con Stefano Accorsi, portato a nuova vita cinematografica, e Matilda De Angelis, allora ancora esordiente, piccola diva di cui tutti s’innamorarono. L’altra idea, invece, era il film di un ragazzo che aveva conosciuto nei circuiti festivalieri: si trattava di Smetto quando voglio, e quel ragazzo era Sydney Sibilia. «Domenico, per me, è stato una figura determinante. Mi ha dato fiducia. È uno di quei produttori attenti alla storia, ma anche molto interessati agli autori. Lascia totale libertà».

Siamo schiavi dell’autorialità. Viviamo d’estremi, non ci sono grigi: o c’è il cinepanettone o c’è il film d’autore

Queste tre figure, Umberto Massa, Maurizio Totti e Domenico Procacci, hanno segnato la carriera di Matteo Rovere, e l’hanno aiutato a diventare quello che è oggi: una delle personalità chiave dell’industria cinematografica italiana; uno dei volti della cosiddetta “rivoluzione” del nuovo cinema italiano. Era il 2016. In sala, a febbraio, uscì Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, e dopo appena due mesi, diretto da Rovere, toccò a Veloce come il vento. «Io e Gabriele ci conosciamo da molti anni; ci vogliamo bene. Ci sentiamo continuamente. Non lavoriamo insieme perché sarebbe troppo complicato, credo. Ma qualche volta ne abbiamo parlato. Tra di noi c’è, in un certo senso, un gemellaggio nato quasi inconsciamente».

La rivoluzione che in tanti annunciarono, però, non ci fu. Non realmente. «Come movimento abbiamo mancato. E non parlo di me o di Gabriele; noi stiamo lavorando. Ma in due siamo pochi. Non c’è stata una vera iniziativa generazionale». E il motivo, dice Rovere, è che questa generazione, quella nata dagli anni ’80 in poi, dà fastidio: «Rompe il cazzo. Non c’è nessun ricambio generazionale, ed è così in tutti i campi. Per noi non c’è posto; la società del lavoro non è pronta ad accoglierci, e noi abbiamo dovuto inventarcelo, un mestiere. Facendolo, provando, rischiando».

Uno dei rischi maggiori che Rovere si è preso è stato quello di fare il produttore. «E l’ho fatto», spiega, «per due motivi. Uno perché mi piacciono i numeri e mi piace gestire il budget, mi piace ridistribuire e valorizzare le risorse. Da quando ho cominciato insieme ad Andrea Paris, fino ad oggi, con Groenlandia. E poi perché così avrei potuto dare spazio a nuove voci: spingere per quello che, quando ho iniziato io, non c’era». Ma il problema, dice Rovere, non riguarda solo i “vecchi”, ma pure i “giovani”. «Chi mi chiede di lavorare mi porta sempre la stessa cosa: film di nicchia, tanta arthouse, trame complicatissime. Quasi nessuno mi propone una vera storia. Siamo schiavi dell’autorialità. Viviamo d’estremi, non ci sono grigi: o c’è il cinepanettone o c’è il film d’autore».

Fare film di genere, come i suoi, come Il Primo Re, girato interamente in protolatino, ambientato prima della fondazione di Roma, significa rimettere la propria sensibilità a disposizione del pubblico. «Significa non pensare solo a sé stessi. Poi, certo, ci sono delle eccezioni. Grandi autori che coinvolgono anche il pubblico. Come Sorrentino e Garrone. Ma sono, appunto, eccezioni. Veloce come il vento è piaciuto anche all’estero perché parla a tutti. Il cinema è la forma più sintetica che abbiamo per raccontare il mondo, e questa cosa, secondo me, va allargata alle persone, non resa inaccessibile».

E ora, dopo i film, dopo le produzioni, dopo essersi costruito la sua carriera, Matteo Rovere ha cominciato a lavorare anche per la televisione con Romulus, serie in 10 episodi prodotta da Sky, Cattleya e Groenlandia, ambientata sempre prima della fondazione di Roma, ma con un taglio diverso rispetto a Il Primo Re. Qui si parla di potere, di giochi di potere, e di quello che il potere fa alle persone. I protagonisti sono tre ragazzi, interpretati da Andrea Arcangeli, Francesco Di Napoli e Marianna Fontana.

«La serialità mette al centro il racconto e il lavoro dello sceneggiatore. Il problema non è che lo faccia la televisione; il problema è che non lo faccia anche il cinema. Dobbiamo pensare al pubblico, e non fare un cinema che guardi unicamente a noi stessi. Romulus è un progetto molto complicato. Molto». Tra piattaforme streaming e la crisi delle sale, il futuro è in bilico. Dipende, dice Rovere, da cosa decideremo di fare. «Da una parte c’è un legislatore che spesso manca nelle sue promesse, dall’altra continuiamo a incassare sempre meno, e a perdere visibilità. I player internazionali sono incuriositi da noi, da quello che facciamo; ma tra cinque anni riusciremo a ripagare queste attenzioni? È questa la vera sfida: dobbiamo reinventarci, e puntare su un cinema diverso».

Articoli Suggeriti
George R.R. Martin vuole fare tutto, tranne finire la saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco

Lo scrittore ha recentemente ribadito che «non è dell'umore giusto» per scrivere il finale, gettando nello sconforto chi da anni lo attende. Ma il tormentato rapporto con la sua opera più famosa dice molto su cosa significhi oggi essere uno scrittore di successo.

Il bilocale che fu la prima casa di Pasolini a Roma è diventato un museo e si può visitare

L'appartamento fu acquistato nel 2024 dal produttore Pietro Valsecchi, che lo ha poi donato al Ministero della Cultura.

Leggi anche ↓
George R.R. Martin vuole fare tutto, tranne finire la saga delle Cronache del ghiaccio e del fuoco

Lo scrittore ha recentemente ribadito che «non è dell'umore giusto» per scrivere il finale, gettando nello sconforto chi da anni lo attende. Ma il tormentato rapporto con la sua opera più famosa dice molto su cosa significhi oggi essere uno scrittore di successo.

Il bilocale che fu la prima casa di Pasolini a Roma è diventato un museo e si può visitare

L'appartamento fu acquistato nel 2024 dal produttore Pietro Valsecchi, che lo ha poi donato al Ministero della Cultura.

Diecimila scrittori hanno pubblicato un libro vuoto per protestare contro le aziende che “rubano” le loro opere per addestrare le AI

Si intitola Don't steal this book e tra i firmatari ci sono anche Kazuo Ishiguro e Mick Herron, l'autore di Slow Horses.

In La mattina scrivo Valérie Donzelli dice quello che nessuno osa dire su povertà e libertà nel lavoro creativo

Il film racconta con un misto di cinismo e rassegnazione la realtà di chi oggi prova a intraprendere una qualsiasi carriera artistica, tra illusioni di radicalità, privilegi, soldi e tempo che non bastano mai. Ne abbiamo parlato con la regista.

Tutti i teatri dell’opera del mondo stanno massacrando Timothée Chalamet, compresa la Scala di Milano

L'attore ha detto che «a nessuno importa del balletto e dell'opera». Il teatro ha risposto con un video piuttosto piccato.

Il video del nuovo singolo di Olivia Rodrigo è un montaggio di video fatti dai bambini di Gaza, del Sudan, dell’Ucraina e dello Yemen

Lo ha pubblicato su Instagram per promuover l'uscita del disco di beneficienza Help(2), per il quale ha realizzato una cover di "The Book of Love".