La controrivoluzione di Lucio Corsi

Volevo essere un duro, l'album dello Starman di Sanremo, è stato accolto con un entusiasmo che dice tanto di lui, del suo talento di musicista e scrittore. Ma anche dello stato della musica italiana e, soprattutto, di noi.

28 Marzo 2025

L’Arte, come la Storia, incontra di continuo restaurazioni, controrivoluzioni, e tentativi di tornare a una presunta epoca d’oro. E bisognerebbe sempre chiedersi da dove nascono queste pulsioni, quali scenari le favoriscono. L’entusiasmo con cui parte del pubblico (vedremo quale) e parte della critica (vedremo quale) hanno esultato per l’avvento di Lucio Corsi in un vecchio programma di canzoncine in onda sul primo canale della Radiotelevisione Italiana, sembra un sintomo di un desiderio preciso di quel pubblico.

Al numero 1 in 31 minuti

Volevo essere un duro, l’album di Lucio Corsi che si intitola come il brano da lui presentato al 75esimo Festival della Canzone Italiana, è un prodotto che contiene nove tracce, lungo 31 minuti – un quinto dei quali si devono alla conclusiva “Nel cuore della notte”, lunga 6:34. Con tutta probabilità il 28 marzo 2025 sostituirà al n.1 della classifica l’album di Rose Villain, che è decisamente tutt’altro prodotto. Dai numeri visibili sulle piattaforme di streaming, è lecito aspettarsi che il maggior contributo al primato venga dagli oggetti di plastica rotondi e bucati (noti come Lp e Cd).

Ed è facile aspettarsi che gli acquirenti siano soprattutto la generazione che più ha salutato Corsi come uno Starman (ehm), giunto dal cielo a salvare i tanti che tra YouTube e i social affermano esplicitamente che da anni si sentono esasperati dal pop e dal rap italiano: una generazione cresciuta amando la musica anche più delle precedenti e delle successive, e che non prende benissimo il modo in cui le multinazionali producano musica sempre meno transgenerazionale, laddove ai loro tempi Lucio Dalla o Sting (esempi un po’ frettolosi, cambiateli se vi infastidiscono) andavano bene ai 18enni come ai 48enni.

Molti spettatori del noto programma di RaiUno sono rimasti piacevolmente sorpresi da Lucio Corsi – ma nel suo quarto album l’elemento realmente spiazzante non sono i suoi testi. Che sono indubbiamente il suo asso nella manica, anche se (è un’opinione, speriamo che i fan non si offendano) alternano sprazzi di brillantezza a momenti in cui l’esile poeta di Grosseto finisce per strafare nel suo sforzo di stupire il borghese a colpi di colori pastello. A volte, vola e sprofonda nell’arco della stessa strofa: «Questa vita ci schiaccia, ma non ha alcun peso. Siamo talmente tante ombre diverse che formano l’arcobaleno» (“Questa vita”).

Favole, libri di scuola e meme

Non di rado invita l’ascoltatore a essere suo complice di piccole debolezze (i produttori di nicotina, catrame e tumori hanno ricevuto molte dichiarazioni d’amore dalla musica, ma pochissime del livello di “Sigarette”). Infine, avendo intuito quanto piace il suo girare tra le favole in mutande, offre ripetute macedonie di favole, libri di scuola e meme pop («Il re dei rave sembra Paul McCartney o il principe Giovanni; la notte nelle tende, la polvere che prende, d’incanto vede San Francesco che cerca lo Stregatto»). Ma tutti i suoi stratagemmi hanno un filo conduttore: la chiamata a raccolta di coloro che, come lui, sognano, in opposizione a quanti invece non sono in grado (… non guardate qui, non è gentile da parte vostra).

Fatalmente, spingendo su sogni e fantasticherie, Corsi lancia un guanto di sfida alle velleità di realismo del rap. Lo fa notare anche uno dei tanti intellettuali che ne hanno tessuto le lodi, Massimo Giannini di Repubblica, appena prima di auspicare che “Volevo essere un duro” sia (… wait for it) insegnata nelle scuole in questo nostro «tempo dei bulli e delle pupe, dei rapper che non devono chiedere mai e dei trapper che svaccano sempre, dell’hip hop aggressivo e dei gruppi selvaggi che si fanno chiamare Truceboys o Noyz Narcos».

Quello che però emerge dall’album è che questa idea così condivisa di rivincita su una produzione musicale sempre più terra terra, il Pierrot Lunare di Grosseto la estende con determinazione anche alla parte musicale della sua proposta. Della quale forse varrebbe la pena parlare, perché non è un semplice accessorio dell’operazione, ma dà una prospettiva importante alle sue storie di piccoli eroi eccentrici, ai suoi buffi nonsense e agli inviti nel boschetto della sua fantasia.

I 31 minuti di Volevo essere un duro non sono molti, no. Eppure ognuno di essi perora con forza la causa della restaurazione completa e assoluta di un mondo sonoro contro il quale molti italiani (oh, non tutti) hanno combattuto. E tra questi, presumibilmente, anche tanti degli ex giovani che oggi indirizzano i propri peana verso Corsi. Anche se decenni fa cercavano disperatamente all’estero qualcosa che li portasse lontani dai dogmi melodici di Canzonissima e Sanremo. Oggi invece, sono così sfiniti dal mainstream che potrebbero accettare commossi il ritorno a un’isola che non c’è (più), una versione distopica degli anni ’70, così edulcorata che Claudio Baglioni, Riccardo Cocciante o Lucio Battisti (ma pure Umberto Tozzi, troppo internazionale) provocherebbero inquietudini.

Radio Italia Solo Musica Italiana

Ascoltare l’album di Corsi, con le sue melodie mielosamente avvolte da violini che sembrano arrangiati da Giancarlo Lucariello, produttore dei primi Pooh e di Viola Valentino, non è troppo diverso dall’ascoltare un canale soft (!) di Radio Italia Solo Musica Italiana in cui Gianni Togni, Riccardo Fogli e Sandro Giacobbe hanno preso il potere, e ogni tanto per mostrarsi avantgarde mettono in scaletta qualche pezzo accuratamente selezionato di artisti al limite della scomunica – sicché, concedono al pubblico “Il cielo” di Renato Zero, “Venderò” di Edoardo Bennato, “Asilo ‘Republic'” di Vasco, “Gelato metropolitano” di Alberto Camerini. Si badi: è il Camerini prima dei sintetizzatori, mostri moderni, esclusi dalla favola.

Ma su una cosa non ci sono dubbi: gli ascoltatori di Corsi nel suo disco troveranno un mondo senza Tony Effe e Rose Villain. Che per forza di cose è anche un mondo senza Marracash e Fabri Fibra, niente Club Dogo né Dark Polo Gang, niente Caparezza né Articolo 31. E molti ne saranno lieti.

Però è anche un mondo prima di Jovanotti e Samuele Bersani, di Ligabue e Daniele Silvestri, di Cesare Cremonini e Irene Grandi, di Subsonica e CCCP, ma poi ancora prima e prima e prima di Eros Ramazzotti e Zucchero, di Enrico Ruggeri e Litfiba, di Battiato e Raf, di Loredana Berté e Rettore, di PFM e Matia Bazar, e altri sui quali tagliamo corto (ma potremmo andare avanti fin “Nel cuore della notte”). Non ci sfugge che di alcuni di questi nomi potreste accettare la sparizione dalla Storia, un po’ come nel film Yesterday il protagonista nota con una puntina di malvagità che sì, si trova in un mondo senza Beatles, ma allora è anche un mondo senza Oasis.

Tuttavia l’impressione è che il grande incantesimo del pifferaio di Grosseto preveda che per quel mondo che sta promettendo, debba sparire ogni passo che la musica italiana abbia fatto in qualsiasi direzione. E forse ci sta involontariamente avvertendo che per quanto a qualcuno i topi possano fare ribrezzo, c’è un prezzo da pagare, per farli sparire dalla favola.

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