Due libri per capire l’Lsd

Con il microdosaggio è tornato di moda: ora un diario personale di Michael Pollan e un saggio di Agnese Codignola esplorano il controverso mondo dell'allucinogeno.

17 Aprile 2018

A metà maggio uscirà negli Stati Uniti How To Change Your Mind (Penguin Random House), il nuovo libro di Michael Pollan. L’autore de Il dilemma dell’onnivoro si è imbarcato in un viaggio in terza, ma soprattutto in prima persona, nell’LSD. Lo science writer più incisivo e acuto di questi anni, affronta un tema che è tornato ad essere caldissimo e, come vedremo, non è il solo a farlo, con lui c’è Agnese Codignola, autrice di Lsd – Storia di una sostanza stupefacente (Utet). Una vera sorpresa, italiana, da pochissimi giorni in libreria.

Pollan parte dalla sua storia, e dai suoi miti: incontra vari missionari della sostanza, ma a poco a poco trasforma il lavoro di ricostruzione in un diario, anche intimo e molto radicale, sul funzionamento della mente, e su quello che possiamo dire, o crediamo di poter dire dell’oggetto di quasi ogni ricerca contemporanea nelle discipline più disparate: la coscienza. Quando decide di cambiare passo, e di sottoporsi lui stesso alla prassi sperimentale, assumendo da volontario Lsd, Pollan dichiara in tono disarmato: «C’è un momento nella vita in cui la curiosità vince la paura». Paura non tanto delle conseguenze e dei rischi da assunzione che sono infinitamente più bassi di quel che da anni ci viene propagandato, la paura è forse quella di spalancare le celebri «porte della percezione». Per certi versi la necessità di esperire direttamente l’oggetto della propria indagine, qualora se ne presenti l’opportunità, non è così imprevedibile nel solco di una tradizione giornalistica incentrata sulle prove, sul riscontro e sull’empatia, più che mai in ambito scientifico. Spiazzante è invece l’esito, diciamo, letterario di HTCYM: un’esplorazione in cui rimosso, immanente e possibile si fondono e convivono.

Se è vero, ed è vero, che l’Lsd scardina i meccanismi gerarchici del cervello, provoca la cosiddetta “Ego dissolution” per poi ristabilire un nuovo assetto, nella maggioranza dei casi virtuoso, l’uso terapeutico e controllato della sostanza si impone nel trattamento di patologie quali le varie dipendenze, le emicranie, la depressione. Ma nel caso di un soggetto “sano”, o meglio, non in stato di emergenza sanitaria, che si fa? È lecito spingersi oltre, dicendo che dissolversi e ripartire è un’opportunità per chiunque? Il punto è un po’ questo. Molto spinoso, delicato, perché non stiamo parlando di una sostanza qualsiasi, ma della più demonizzata e ostacolata della storia, ancora oggi bandita, perfino a scopi di ricerca. Quella dell’Lsd è anche una vicenda di passi falsi, di accelerazioni e di fraintendimenti, la storia insegna che conviene andarci piano. Pollan si assume forse un piccolo rischio, al fine di scrivere, dettaglio non trascurabile, un grande libro.

Come, e fino a che punto, ci si debba tutelare e difendere quando si lavora con la neurofarmacologia “acida”, lo si capisce, anzi, lo si respira – tanto è concreta l’atmosfera – nel secondo libro del momento, quello della Codignola. Lsd – Storia di una sostanza stupefacente è una lettura imprescindibile per chi voglia farsi più che un’idea dello stato attuale delle ricerche sul tema Lsd e terapia. Non solo, è una dichiarazione d’amore alla ricerca in sé stessa e ai suoi attori, di ieri e di oggi. Un’umanità a parte che l’autrice ritrae mantenendo un raro equilibrio tra la narrazione avvincente e la competenza specifica. Il suo è uno stile che non semplifica mai, non concede scivoli: ne fa a meno, avendo il dono della chiarezza.

Da Albert Hofmann (il padre del composto, Lsd, da lui stesso sintetizzato nel ‘43 e soprannominato “il bambino difficile”) a Robin Carhart-Harris autore di recentissime e fondamentali scoperte, passando per dozzine di figure altrettanto significative di chimici, biologi marini pentiti, psichiatri sciamani, e medici italiani di strettissima, a volte asfissiante, osservanza psicanalitica, la galleria di ritratti ed esperienze è molto ampia e abbraccia quasi ottanta anni di storia. Ovviamente il libro non trascura il ruolo controverso e iconico di un Timothy Leary, ce ne restituisce anche un’immagine inconsueta di giovane e scrupoloso ricercatore universitario. Leggiamo inoltre dell’entusiasmo di Cary Grant per l’Lsd e dei coniugi Wasson, sempre a caccia di funghi e di curandere. Storie curiose, più o meno note, si intrecciano a vicende, meno accessibili ai profani, come i tentativi di aggirare ostacoli e restrizioni circoscrivendo, ad esempio, la somministrazione dell’Lsd ai malati terminali che soffrono di depressione.

Si capisce anche da che parte stia chi scrive, il suo punto di vista. Questo prendere posizione è sempre buon segno, il falso mito dell’obiettività imparziale appesta il giornalismo scientifico e spesso contraddistingue quello più superficiale. Codignola, tanto per dirne una, contrappone l’importanza del setting e del controllo ai rischi “fai da te” del microdosaggio che pure vanta dati abbastanza incoraggianti. Seguendo con rigore tutti i fili di questa intricata e lunga storia, profilandone un futuro terapeutico (grazie a scoperte e dati finalmente documentati a dovere, appare perfino prossimo), Lsd – Storia di una sostanza stupefacente ci restituisce un ambiente dove, pur negli scontri e alle prese con i più diversi approcci metodologici, si porta avanti non tanto e non solo un certo progetto, ma la ricerca in cui si crede, cui si dedicano spesso intere vite, come un diritto all’integrità.

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