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Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.

Linus e l’invenzione della radio

Con il romanzo Fino a quando, ripercorre la sua storia prima e dopo Radio Deejay: lo abbiamo incontrato.

02 Giugno 2020

«Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale». Prima di Radio Alice e di tante altre combattive stazioni locali che in quei burrascosi Settanta arrivarono a prendersi la scena senza chiedere permesso, fu la volta di Radio Sicilia Libera e di Danilo Dolci. Nel 1970, da Partinico, lo scrittore e attivista impropriamente etichettato come il Gandhi siciliano si inventò dal nulla ventisette ore di diretta consecutiva per cercare di attirare l’attenzione sugli scandali legati alla ricostruzione della valle del Belice, colpita due anni prima da un violento terremoto. Una performance, interrotta dall’arrivo della polizia (la vita di Radio Sicilia Libera durò esattamente quelle ventisette ore), che tecnicamente può essere considerata più un’opera di testimonianza che una vera trasmissione radiofonica, ma a cui gli addetti ai lavori fanno riferimento per indicare una simbolica data di nascita delle radio non pubbliche, quelle che solo qualche anno più tardi passeranno alla storia come le radio libere, legittimate nel 1976 da un sentenza della Corte Costituzionale che poneva fine al monopolio di Stato e un anno prima dai versi di una nota canzone di di Eugenio Finardi: «Amo la radio perché arriva dalla gente / entra nelle case e ci parla direttamente / se una radio è libera, ma libera veramente / piace ancor di più perché libera la mente».

La narrazione storiografica ha sempre raccontato quella stagione di libertà creativa delle radio privilegiando le storie delle radio militanti, anche comprensibilmente, visto il clima politico dell’epoca. Ma è forse opportuno ricordare che, nella realtà, quelle radio erano solamente una piccolissima minoranza delle oltre duemila radio locali presenti sul territorio sul finire degli anni Settanta. «Le radio politiche hanno avuto giustamente più letteratura, ma erano una piccolissima percentuale, il 95 per cento era composto da quelle musicali. Radio orgogliose del concetto di “non stop music”, nate e cresciute con il suono della disco music», dice a Studio Linus, che ha appena pubblicato Fino a quando (Mondadori) il suo nuovo romanzo che, alternando verità e finzione, ripercorre a strappi la sua avventura musicale, dalle redazioni delle sgangherate periferie milanesi alla direzione di Radio Deejay.

«All’epoca noi sentivamo le prime radio di intrattenimento, penso a Radio Milano International, la più famosa, come un tempo si ascoltava Radio Londra», racconta Linus, che ricorda il suo primo provino come fosse ieri: «A Radio Milano 2, provammo in uno stanzino. Mi dissero che avevo una bella voce. Dopo neanche un’ora era già in onda con un amico». Erano tempi in cui i dischi si portavano da casa. Tutto in quegli anni era confuso, approssimativo, e quindi molto divertente. «Nessuno avrebbe scommesso una lira sul futuro della categoria, a tutti interessava solo divertirsi, conoscere gente e sentirsi per una volta protagonisti. Sembrava un gioco bellissimo che prima o poi sarebbe finito per lasciar posto a qualcosa di più concreto». Di concreto allora c’era la musica, rigorosamente internazionale. In una prima fase il soul e la disco music, poi, a partire da metà anni Ottanta, la cosiddetta “British invasion”: musica elettronica, Depeche Mode, Duran Duran. Chi in quei primi anni si azzardava a passare una canzone di Francesco De Gregori poteva anche rischiare l’accusa di alto tradimento.

“Fino a quando” di Linus, edito da Mondadori

Nel frattempo in Italia si assiste alla trionfale entrata in scena della televisione commerciale. Una rivoluzione che avrà ripercussioni anche sulla “sorella minore”. «All’inizio certo non ci favorì, anzi, fummo destabilizzati – ricorda Linus – ma con il crescere della tv privata e della sua credibilità commerciale anche le radio cominciarono ad attirare gli inserzionisti e quindi a darsi una struttura più professionale».

Cambiano i tempi e le mode, crescono gli ascoltatori, più vecchi di un decennio, e si modificano i palinsesti. La musica resta l’elemento centrale ma rispetto agli esordi perde il suo ruolo monopolizzatore. C’è bisogno di intrattenimento, anche surreale. Siamo agli albori di una nuova stagione radiofonica, caratterizzata da quelli che gli americani chiameranno “radio personality”.  A Radio Deejay di Claudio Cecchetto, dove Linus lavora già da alcuni anni, arrivano Amadeus, Fiorello e soprattutto Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. «Lorenzo aveva già fatto un provino l’anno prima, per Deejay Television. Molto elegante, molto british, era diverso dagli altri. Poi nell’87, dopo una clamorosa stagione in un locale del Cilento, arriva a Radio Deejay. E arriva come una rivoluzione. Noi eravamo molto milanesi, posati, parecchio trattenuti. Lui era già negli anni Novanta, era già il rap, l’house, il colore. Noi eravamo dei trentenni, lui ne aveva a malapena venti. Non c’è stato più nessuno come lui».

Nel primo capitolo del libro Linus immagina, senza particolari rimpianti, il suo ultimo giorno in radio. «Non finisce il mondo, non finisce nulla, finisce solo la quotidianità, il rito». Ma è solo finzione letteraria. Nella realtà è ancora sul ponte di comando, curioso osservatore di un mezzo che negli anni è stato costretto a modificare le proprie abitudini per non farsi travolgere dalla rivoluzione digitale. «Il pubblico è cambiato, la radio ha lasciato ad altri mezzi le fasce più giovani, spostandosi sui 30-45 anni, ma gode di ottima salute. L’unica difficoltà sarà trovare nuovi talenti, visto che i giovanissimi non l’ascoltano e preferiscono fare altro. Ma sono certo che la radio ha davanti a sé un futuro infinito».

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