Nel dibattito sulla legge sul consenso c’è tutta l’arretratezza italiana nella lotta alla violenza di genere

Secondo il nuovo testo del Ddl non è più l’assenza di un sì chiaro a essere decisiva, ma la dimostrabilità di un no: è una differenza importantissima, nonostante si cerchi in ogni modo di deridere e minimizzare la questione.

11 Febbraio 2026

Una sola volta Giorgia Meloni e Elly Schlein si sono trovate daccordo. Le buone intenzioni c’erano: approvare il disegno di legge bipartisan sulla violenza sessuale, che mira a modificare larticolo 609-bis del Codice penale proprio il 25 novembre. Un’occasione sprecata. Nel testo approvato da Meloni e Schlein compariva, per la prima volta, la parola “consenso”.

Sarebbe stato un traguardo storico. Nel nuovo testo redatto in commissione Giustizia al Senato il 27 gennaio e sostenuto dalla Presidente Giulia Bongiorno, la parola “consenso” è scomparsa. Cassata. Ora si parla di “dissenso”. Dal principio per cui un rapporto è lecito solo se fondato su un consenso libero e attuale” si torna a un modello centrato sulla volontà contraria”, cioè sulla capacità della vittima di manifestare un dissenso riconoscibile. In pratica, non è più lassenza di un sì chiaro a essere decisiva, ma la dimostrabilità di un no. Questo cambiamento riporta il peso dellinterpretazione sul comportamento della persona che ha subito violenza, sul suo modo di reagire, di opporsi, di esprimersi in una situazione spesso segnata da paura, shock o freezing. 

Il testo della Camera provava ad affermare che il desiderio non si presume e che il consenso va costruito attivamente, la versione del Senato sembra muoversi dentro una logica difensiva, preoccupata più di evitare presunte zone grigie” per gli imputati che di rafforzare davvero la tutela dellautodeterminazione sessuale. Anche le pene sono cambiate. Prima, il reato di violenza sessuale fondato sulla mancanza di consenso libero e attuale” era punito con reclusione da 6 a 12 anni. Nel testo riscritto dalla senatrice Bongiorno, per la violenza sessuale semplice”, cioè gli atti sessuali commessi contro la volontà della persona, la reclusione prevista è di 4–10 anni, quindi più bassa rispetto ai 6–12 del testo originario. La pena di 6–12 anni resta prevista solo per i casi con aggravanti come minaccia, abuso di autorità o vulnerabilità della vittima. Il dibattito sulle modifiche alla legge sul consenso sessuale ha riportato alla luce, ancora una volta, un problema strutturale del nostro Paese: lincapacità di parlare seriamente di libertà, autodeterminazione e rispetto senza trasformare tutto in una farsa.

“Il notaio in camera da letto”: il cortocircuito scatenato dal Ddl Stupri

Nel confronto pubblico, sui social come nei talk show, il tema è stato spesso ridotto a una caricatura che parla con la voce di Cruciani: «Dovremo firmare una liberatoria prima di fare sesso», «Ci servirà un notaio in camera da letto?». Battute che strappano una risata, ma che servono soprattutto a evitare una discussione adulta su ciò che davvero significa consenso. Il consenso non è un modulo da compilare. È un processo comunicativo continuo, fatto di parole, gesti, segnali, possibilità di ripensamento. È la base minima di qualsiasi relazione sana.  Eppure, in Italia, continua a essere percepito come unimposizione burocratica, come un intralcio alla spontaneità”. Questa resistenza non è casuale. Affonda le radici in una cultura che per decenni ha normalizzato lidea che il desiderio maschile debba essere insistente, che lambiguità sia romantica, che il no” possa essere interpretato, anzi che in realtà se una donna ti dice no in fondo ti vuole ma sta solo facendo la preziosa. Una cultura in cui la linea tra seduzione e pressione è stata spesso deliberatamente confusa.

«La definizione di violenza sessuale come atto sessuale non consensuale” adottata dalla Convenzione di Istanbul risulta talmente lineare che molte persone si stupiscono nello scoprire che il concetto di consenso non è incluso nella nostra definizione legale di stupro», spiega Elisabetta Moro giornalista di questioni di genere e femminismo e autrice della newsletter Feminist Feelings, «se osserviamo le reazioni scandalizzate alla proposta di introdurre il modello consensualistico con il cosiddetto Ddl Stupri, è presente un cortocircuito. Da un lato c’è il timore delle false accuse, un timore ricorrente anche se non supportato dai dati. Dallaltro c’è un sistema culturale e un certo ordine relazionale di genere che erode il concetto stesso di consenso. Lo scambio reciproco di desideri e preferenze richiederebbe che i due soggetti fossero posti sullo stesso piano, ma manca un riconoscimento della volontà e persino del desiderio femminile. Non è un caso che fino al 1996 lo stupro fosse classificato come un delitto contro la moralità pubblica e il buon costume” e non contro la persona: circola ancora lidea che la donna sia oggetto più che soggetto sessuale e dunque non possa disporre fino in fondo del proprio corpo e del proprio desiderio o non ne sia capace. Per questo spetta alluomo decidere, convincere, blandire, forzare, vincere le resistenze. Questo è vero soprattutto in un Paese come lItalia dove leducazione sessuale scolastica è ancora vista con sospetto: la sessualità femminile è poco esplorata e validata, così come la vulnerabilità maschile di fronte al rifiuto. In questo scenario, minacce, aggressività e possibilità velate di violenza rimangono parte dellimmaginario erotico più del reciproco consenso, liquidato come poco spontaneo e poco sexy».

Affinché il consenso abbia un peso è necessario che l’altro sia percepito come un pari. Ma nell’immaginario di molti, ancora, le donne la sessualità la subiscono, non sono soggetti attivi ma oggetti del desiderio altrui. C’è chi è rimasto ancora alla pubblicità del Fernovus Saratoga e crede che le donne siano solo o una moglie accondiscendente o una Giovanna ammiccante e intenta a pennellare. Quando invece sono più come Lady Violet nell’ultima stagione di Bridgerton, consapevoli del proprio desiderio, di quello che vogliono e dei limiti che non vogliono che siano oltrepassati. Ridicolizzare il consenso rendendolo una barzelletta è un modo per delegittimare il desiderio sessuale femminile. 

La strumentalizzazione politica del tema del consenso

Nel dibattito politico, il tema del consenso viene spesso strumentalizzato. Da una parte si alimenta la paura di una presunta criminalizzazione degli uomini, dallaltra si costruisce limmagine di uno Stato invasivo che vorrebbe regolamentare lintimità. È una narrazione comoda. Permette di spostare lattenzione dal vero nodo: il riequilibrio dei rapporti di potere nelle relazioni. Vedi modello della famiglia tradizionale tanto caro alla destra. Riconoscere centralità al consenso significa accettare che nessuno abbia diritto al corpo di unaltra persona, nemmeno in contesti affettivi, nemmeno allinterno di una coppia.

«Il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sugli effetti della violenza, senza mai affrontarne davvero le cause», spiega Flavia Restivo, Politologa e fondatrice di @italyneedssexeducation, «Una delle cause più trascurate è proprio lassenza di una reale educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Senza strumenti concreti per comprendere il consenso, i confini personali e il rispetto reciproco, continuiamo a crescere generazioni che non sanno riconoscere né rispettare i limiti altrui. Leducazione sessuale non può limitarsi a informazioni biologiche ma come dico sempre, deve insegnare a comprendere laltro, a gestire i desideri e i rifiuti in maniera rispettosa e a prevenire comportamenti violenti prima ancora che avvengano. La prevenzione è fondamentale e senza di essa ogni intervento legislativo rischia di arrivare troppo tardi».

Il nostro ritardo culturale

Mentre in Italia il tema del consenso viene ridicolizzato, in molti Paesi europei si lavora da anni su modelli basati sul principio del solo sì significa sì”. In Svezia, dal 2018, qualsiasi rapporto sessuale senza un consenso verbale o fisico è considerato una violenza. Nel Regno Unito il tema del consenso è regolamentato dal Sexual Offences Act del 2003 ed è centrale da anni nei programmi di educazione affettiva. In Spagna la riforma del 2022 ha ridefinito il reato di violenza sessuale abolendo la distinzione tra abuso e stupro e messo agli atti la definizione di consenso esplicito (solo un chiaro vale come consenso). Inoltre in Spagna e Regno Unito è reato anche lo Stealthing, la pratica di togliere o danneggiare il preservativo senza il consenso del partner durante un rapporto. Pratica di cui in Italia si sente parlare veramente di rado. In nessuno di questi Paesi hanno smesso di fare sesso. Anzi guardando ai tassi di natalità più alti dei nostri, è probabile che di sesso ne facciano anche di più.  Dopo il caso Pelicot nel 2025, anche la Francia ha modificato il Codice penale, che ora inserisce esplicitamente il concetto di consenso nella definizione di stupro e violenza sessuale.

Il dissenso come eccezione a una presunta disponibilità perenne

«Sostituire la parola consenso con l’idea del dissenso è un’inversione del senso di una legge contro la violenza sessuale», spiega Carlotta Cossutta, Presidente della Casa delle donne di Milano, «ed è particolarmente preoccupante perché in qualche modo presuppone o sembra presupporre che le donne siano sempre disponibili e che debba essere un loro compito dichiarare un dissenso che sarebbe però in qualche modo un’eccezione, confermando una cultura patriarcale e una cultura dello stupro in cui i corpi delle donne sono sempre a disposizione maschile ed è appunto un loro onere dimostrare il dissenso, mentre l’elemento del consenso permetteva una centralità del volontà e del desiderio femminile e riconosceva una capacità di azione alle donne. C’è proprio un impianto culturale che preoccupa perché presuppone una disponibilità femminile data per scontata e una colpa di una donna se non è in grado dissentire con abbastanza forza».

Il 15 febbraio 2026 è stata indetta una manifestazione diffusa in oltre 100 piazze in tutta Italia per protestare contro lapprovazione della proposta di modifica dellart. 609-bis del Codice penale in tema di violenza sessuale e libera manifestazione del consenso. La mobilitazione è promossa da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza e altre realtà femministe. «Pensiamo che», Continua Cossutta, «sia fondamentale che le donne, ma non solo, scendano in piazza per riprendersi una voce pubblica, una presa di parola forte contro questa cultura dello stupro e cultura patriarcale, per ribadire che sui nostri corpi decidiamo noi e che non si possono fare leggi sui corpi delle donne senza le donne come in questo caso in cui la rete dei centri antiviolenza non è stata interpellata per la scrittura di questa legge».

Una legge sul consenso non serve a controllare le camere da letto. Serve a stabilire un principio: il silenzio non è consenso, la paura non è consenso, la pressione non è consenso. Serve a dire che il desiderio non si presume. Si condivide. Serve anche come strumento educativo. Le leggi non sono solo sanzioni: sono messaggi culturali. Dicono cosa una società considera accettabile. La difficoltà italiana ad affrontare questo tema senza derisione racconta molto di noi. Racconta la fatica a mettere in discussione privilegi, abitudini, narrazioni tossiche. Il consenso non è unideologia. È la base del rispetto reciproco. È ciò che distingue una relazione da un abuso. Continuare a trasformarlo in una barzelletta non lo renderà meno necessario. Renderà solo più evidente il nostro ritardo culturale.

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