Cultura | Cinema

La seconda vita di Laura Dern

Dopo i successi degli anni Novanta con Lynch e Jurassic Park, l'attrice sta riconquistando il pubblico e potrebbe vincere il primo Oscar della sua carriera.

di Corinne Corci

Londra, ottobre 2019: Laura Dern alla premiere di "Marriage Story" durante il London Film Festival (foto di Gareth Cattermole/Getty Images for BFI)

Sarebbe esistita sempre e solo una «certa persona», come diceva Gordon Cole, in grado di capire se l’Agente Cooper stesse bene. E sarebbe stata Diane. La donna che non era mai presente, e che, nonostante questo, era figura necessaria per l’affermazione del personaggio principale interpretato da Kyle MacLachlan in Twin Peaks. Non è un caso che nel remake della sua serie, David Lynch avesse scelto Laura Dern per dare – finalmente – un volto a quella voce: l’attrice che, dal 2017 in poi, ha espresso tutta la propria forza proprio all’ombra dei protagonisti. Perché se da allora cineasti e cinefili hanno iniziato a parlare di “Dernaissance”, il merito va ricercato e ritrovato nella sua abilità di dare forza alle figure di contorno, dalla Renata Klein di Big Little Lies (che nel 2017 le è valso l’Emmy Award), alla recente Nora Fanshaw: la divorzista in Louboutin Pigalle che si inserisce nei tormenti sentimentali di Nicole e Charlie in Marriage Story, con la quale Dern ha conquistato il Golden Globe 2020 come miglior attrice non protagonista.

Il fatto è che Laura Dern c’è sempre stata. Eppure, prima dei ruoli degli ultimi anni che hanno permesso di parlare del suo «grande ritorno», come quello in Star Wars: Gli Ultimi Jedi, Downsizing – Vivere alla grande di Alexander Payne, Unbreakable Kimmy Schmidt e The Last Man On Earth, dopo il successo raggiunto negli anni ’90 con capolavori del cinema d’autore e blockbuster, colei che fu musa di Martha Coolidge, Payne, Altman e soprattutto di David Lynch sembrò essere data per scontata. Bella ma non troppo. Bravissima, eppure non abbastanza. Bionda, algida, alta quasi un metro e 80 ma non così tanto per raggiungere la fama di Nicole Kidman e Julia Roberts (tutte nate nel 1967). Nei panni della dottoressa Ellie Sattler in Jurassic Park di Steven Spielberg del 1993, riuscì inconsapevolmente ad abbattere il sessismo scientifico dei personaggi interpretati da Sam Neill e Jeff Goldblum, tanto che alla luce dei movimenti #MeToo e Time’s Up, numerose organizzazioni hanno iniziato a utilizzare la sua citazione «la donna eredita la Terra», come grido di battaglia. «Nel ’93 fecero delle magliette con le frasi che pronunciavo nel film, e anche alcune bambole ispirate a Ellie», ha detto Dern al Washington Post, «ma non ho neanche fatto in tempo a capire l’importanza che in quel momento avevo per le ragazze, che poi seguì un periodo di silenzio».

Per lei, nata e cresciuta sui set (qualcuno con il chiodo per l’astrologia potrebbe parlare dell’influsso delle stelle sul suo destino considerato che è stata letteralmente concepita durante le riprese de I Selvaggi di Roger Corman del 1966, in cui recitavano i suoi genitori), si è però trattato solo di un momento di passaggio. «È stato significativo. Ho iniziato a lavorare per film indipendenti come La storia di Ruth di Payne, e ho affinato la tecnica», ha continuato nell’intervista con Tim Greiving. «Non è che non arrivassero proposte. Non volevo accettare quei ruoli che avrebbero potuto portare la mia carriera in una direzione diversa da quella che volevo io, autoriale. Ed è stato un modo per riservarmi del tempo libero così che, a un certo punto, è stato come se dovessi ricominciare tutto da capo. Rimettermi in gioco e mostrare quanto fossi cresciuta».

Nel 2019, quando è andata in onda la seconda stagione di Big Little Lies, il suo personaggio, Renata Klein, ha iniziato a conquistare spazio, così che il suo urlo «I will not “not be rich”», contro «quell’idiota» di suo marito è diventato quasi un modo di dire. Versione contemporanea del «non patirò più la fame» di Rossella O’Hara e del «che mangino brioche» di Maria Antonietta, il suo modo accigliato, aggressivo, di pronunciare quelle parole è  uno dei tanti dettagli con cui Laura Dern ha fatto diventare potenti i suoi personaggi secondari. Ragione, secondo Vulture, del suo grande ritorno. È in quei gesti minimi, negli sguardi, nei battiti di ciglia che tutte le donne che ha interpretato e sta interpretando sono riuscite a rivelare mondi di complessità e dolore. Millimetri che trasformano bronci in sorrisi cospiratori o in smorfie di disgusto «sono quanto rende ogni personaggio di Laura Dern imprevedibile», scrive Bilge Ebiri sul New York Magazine.

Ed è un’arte, ancora, che in lei c’è stata sempre; come quando, alla fine de La prima volta di Joyce Chopra, la sua Connie suggerisce di essere stata violentata attraverso una lunga e scomoda pausa, dopo la quale sorride esitando per qualche secondo. La telecamera rimaneva su di lei, che all’epoca aveva 16 anni e, nell’arco di una minima frazione, la sua espressione si fa straziante, per poi cambiare nuovamente. Una tecnica affinata con Lynch, che la “migliora” meglio di chiunque altro: dall’ingenuità apparente di Sandy in Blue Velvet, al ruolo di amante lussuriosa in Cuore Selvaggio. Malinconica, sprezzante, manieristica nel modo in cui lavora sulle rifiniture delle ragazze a cui dà corpo e voce.

Nel 2019 arrivano i nuovi ruoli, nuove donne di contorno, nuovi dettagli da fare propri. Perché della Dern in versione madre delle sorelle March nelle Piccole Donne di Greta Gerwig, e della Nora di Noah Baumbach (per cui sembra spianata la strada per il primo Oscar della sua carriera) arriviamo a fidarci anche noi, come Nicole. Grazie a quella grammatica dei particolari che è l’anima di Laura Dern. Quella «certa persona», come diceva Gordon Cole in Twin Peaks, in grado di comprenderci e rappresentarci tutti.

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