In La mattina scrivo Valérie Donzelli dice quello che nessuno osa dire su povertà e libertà nel lavoro creativo

Il film racconta con un misto di cinismo e rassegnazione la realtà di chi oggi prova a intraprendere una qualsiasi carriera artistica, tra illusioni di radicalità, privilegi, soldi e tempo che non bastano mai. Ne abbiamo parlato con la regista.

10 Marzo 2026

Lo scorso novembre uno screenshot con il saldo del conto corrente pubblicato dallo scrittore Jonathan Bazzi sui social riacceso un dibattito mai spentosi: quello della povertà di chi fa lavori creativi e in particolare di chi vorrebbe vivere di scrittura. Il lavoro di chi vive di lettere è mal retribuito, nel nostro Paese come altrove. Tanto che anche chi ne ha ricavato una professione ed è noto a livello nazionale, è costretto a giostrarsi tra molteplici lavori “di ripiego” o a dedicare le sue giornate a impieghi più remunerativi, trasformando la propria vocazione in un lavoretto o un glorified hobby.

Nel leggere i successivi interventi tra lo scorato (la scrittrice Eleonora Caruso), l’analitico (Cristiano Raimo) o il sarcastico (Guia Soncini), ne è emerso uno spaccato sconfortante del mondo editoriale italiano: una realtà in cui l’essere pagati poco, male o in visibilità è la norma, anche per firme la cui visibilità (appunto) farebbe presupporre una situazione economica più serena. A parità di traguardi raggiunti e talento insomma, uno scrittore di una certa notorietà fa ancora la fame, mentre affermati professionisti di altri settori hanno un orizzonte economico stabile o agiato. Il dibattito tra addetti ai lavori, in cui non è mancata molta autocritica sulla mancanza di una coscienza di “classe letteraria” o sulla quieta accettazione di un sistema di reciproche raccomandazioni e gettoni dal sapore quasi clientelare, si è protratto per giorni, incentrandosi proprio sulla difficoltà di trovare una risposta efficace per cambiare la situazione.

Se vuoi vivere delle tue parole non c’è altra via che accettare una vita frugale e intervallata da lavoretti extra, in cui alle soddisfazioni professionali (pubblicazioni, premi vinti, ospitate in tv) corrisponde raramente la possibilità di dedicarsi solo alla scrittura: era questo il punto di partenza, più o meno esplicito, di tutti gli interventi. Sarà perché avevo fresco in mente il ricordo della sua visione alla Mostra del cinema di Venezia, sarà perché La mattina scrivo di Valérie Donzelli è una riflessione critica su questo tema che analizza lo stesso scenario nell’editoria francese, ma sono rimasta parzialmente insoddisfatta dallo scambio di idee, pensieri e talvolta confessioni scatenate dalla scoperta del saldo del conto corrente di Bazzi. Scrittore che, dato che il mondo editoriale è molto povero e molto piccolo, ha intervistato due settimane, per Sette del Corriere della sera, fa Franck Courtès, fotografo di successo prima e scrittore ridotto alla povertà per rimanere fedele alla sua vocazione artistica poi, sul cui memoir è basato il film.

Donzelli, nata e cresciuta in una famiglia che ha conosciuto per generazioni la precarietà economica dei mestieri artistici, ha trasformato quella testimonianza in un film intenso, che riesce a fare una sintesi apparentemente impossibile di questa problematica. La mattina scrivo tiene insieme la constatazione lucida di come un’artista che voglia vivere appieno la sua libertà creativa debba, di fatto, accettare una vita di rinunce (economiche, sociali, sentimentali) con un dato oggettivo che è mancato nel dibattito italiano: che a impoverirsi negli ultimi decennio è stato il lavoro, a livello trasversale. Chi ha ancora la fortuna di guadagnare dignitosamente, ha visto comunque contrarsi il proprio benessere e il proprio tempo libero. Rivoli della vita lavorativa s’insinuano di continuo in quella personale. Vuoi per ritmi sempre più sostenuti che ci privano dell’energia per inseguire quell’altro che piace e interessa nel nostro privato, vuoi perché la tecnologia ha permesso al lavoro d’insinuarsi ovunque, di raggiungerci sempre.

Quello che Donzelli mette a fuoco impietosamente in La mattina scrivo è che accettare un’esistenza radicalmente frugale e solitaria non basta più: barattare uno stipendio ragionevole per la possibilità di potersi dedicare all’arte ogni giorno è semplicemente impossibile. Il che sembra un paradosso, nell’era della gig economy, il cui presupposto dovrebbe proprio essere l’estrema flessibilità oraria che, in cambio di compensi più bassi, permette al lavoratore di organizzare il proprio tempo libero. Per chi oggi lavora però, specie in ambito artistico, la vera chimera è proprio avere del tempo di cui disporre, spesso impiegato per lavorare ancora di più e scacciare lo spettro della povertà. Donzelli ha raccontato che ciò che l’ha colpita in À pied d’œuvre di Franck Courtès è la dimensione quasi ereditaria della “povertà dell’artista”, qualcosa che risuona anche nella sua storia familiare.

Pensa che, per un artista dall’approccio radicale, l’indigenza sia quasi una tappa inevitabile?
Non credo che l’indigenza sia un passaggio obbligato per un artista. Ho l’impressione che un artista davvero attento alla propria libertà (e quindi poco disposto a scendere a compromessi) finisca inevitabilmente per attraversare una forma di radicalità senza compromessi e, di conseguenza, una certa forma di povertà.

Quindi il benessere economico può essere un ostacolo creativo?
Più c’è denaro, più ti vengono imposte cose da fare e meno sei libero di fare davvero ciò che vuoi. Crescono le aspettative, le aspettative di rendimento, quelle commerciali. È quello che Paul vive con la fotografia nel mio film, ed è quello che Franck Courtès ha vissuto con la fotografia nella sua vita. Ciò che lo ha portato a smettere è stato proprio il fatto di non sopportare più che il suo lavoro venisse svilito dal denaro. Per un artista è molto difficile riuscire a essere libero dal punto di vista creativo e allo stesso tempo guadagnarsi da vivere in modo dignitoso.

Nel film la questione centrale sembra essere più il tempo che il denaro. Non si tratta soltanto di come si viene pagati, ma della possibilità stessa di ritagliarsi spazi per scrivere, amare, vivere più lentamente. Oggi la precarietà e la gig economy stanno trasformando il tempo in un privilegio? “Scrivere la mattina” è diventato un lusso?
Il film coglie il protagonista in un momento di transizione della sua vita. È una persona che sta cambiando il proprio modello economico personale. Ha guadagnato dei soldi, ha lasciato un lavoro che gli permetteva di vivere bene per ripensare la propria vita intorno a un’altra passione: la scrittura. E proprio nel momento in cui lo incontriamo si rende conto che non può vivere del mestiere di scrittore. In realtà è riuscito a scrivere perché aveva dei risparmi: in sostanza si è comprato delle ore di scrittura. Era riuscito a organizzare il suo tempo così: scriveva al mattino e poi si dedicava ad altro.

La svolta dunque non è lasciare il lavoro “sicuro” ma pensare che la flessibilità d’orari della gig economy sia vera e sostenibile.
Iscrivendosi alle piattaforme di lavoretti a chiamata spera di poter ritrovare quel ritmo che gli consente di scrivere. Ma le piattaforme lo alienano completamente dal punto di vista degli orari, perché deve essere sempre disponibile. Così non riesce più a mantenere quel ritmo che per lui era essenziale. Si ritrova a subire la temporalità delle piattaforme e diventa totalmente alienato da quel sistema. Direi quindi che il vero lusso è riuscire a mantenere il proprio ritmo personale, potersi dire: “Questo tempo lo dedico alla scrittura, questo al lavoro che mi permette di vivere”. Quando riesce a farlo, è una forma di resistenza che gli permette di conservare la propria libertà.

Rispetto alla storia di Franck Courtès, il suo protagonista è più giovane e ha un’ex moglie e figli ancora piccoli: la sua scelta di radicalità comporta quindi anche un sacrificio affettivo molto concreto. Perché ha voluto spostare il conflitto anche sul terreno familiare?
Mi interessava che il fatto di aver avuto figli molto giovane raccontasse qualcosa di lui fuori campo: mostra un uomo che non è convenzionale. Ha avuto figli presto e a quarant’anni questi sono grandi. Questo significa che ha già assunto le sue responsabilità familiari e sente che, ora che i figli sono cresciuti, forse può concedersi di dedicarsi completamente alla propria arte. Mi sembrava quindi che questo rendesse la scelta di Paul Marquet ancora più radicale dal punto di vista politico: decidere, nel pieno della propria vita, di accettare di non guadagnare denaro per fare arte.

Il film si sofferma anche sulle reazioni degli altri (amici, parenti, il padre) che interpretano la sua povertà come esibizionismo o fallimento. Perché la povertà continua a essere uno stigma morale?
Penso che la povertà sia qualcosa che fa paura, un po’ come la malattia. Le reazioni critiche, amare o persino sarcastiche del suo entourage sono anche un modo per rassicurarsi: come può succedere a lui senza che succeda a noi? Questo era l’aspetto che trovavo interessante. Le persone hanno paura della povertà e il fatto che lui la viva sembra quasi qualcosa che potrebbe contagiarle. Solo che Paul ha scelto questa condizione. Quello che il suo entourage non riesce a capire è perché qualcuno possa accettare di non guadagnare denaro. Per la maggior parte delle persone è qualcosa di incomprensibile.

Nel finale arriva il successo, ma resta ambiguo: l’industria editoriale trasforma la sua povertà in una narrazione senza garantire una reale stabilità economica. La scrittura e, più in generale, l’arte stanno tornando a essere mestieri riservati a chi può permetterseli? Oppure non hanno mai smesso di esserlo?
Nei mestieri artistici, dove si è in fondo produttori di se stessi, non esistono garanzie, a meno di non avere un successo enorme. Ma questo capita a pochissime persone. Credo che la natura stessa dell’arte faccia sì che si viva costantemente in una certa precarietà. Sono professioni che spesso provengono da ambienti borghesi, perché bisogna potersi permettere di farle anche quando non sono economicamente redditizie e, di fatto, non lo sono quasi mai. Penso che sia sempre stato così e che oggi forse sia ancora più difficile, soprattutto per la scrittura. Le persone leggono meno di prima e i libri vendono meno. Così come la gente va meno al cinema rispetto al passato.

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