Kamala is black

Anche nel dibattito di stanotte tra Harris e Trump si è tornati a discutere di identità, razzismo e, soprattutto, di cosa significhi essere neri nell’America di oggi.

11 Settembre 2024

Per capire come sia andato il dibattito tra Kamala Harris e Donald Trump di questa notte basta osservare come ha reagito l’emittente conservatrice Fox News al termine dello stesso. Quando i moderatori di Abc hanno decretato la fine del confronto e le luci si sono accese negli studi di Fox, i conduttori apparivano evidentemente scossi. L’anchorman Jesse Watters, scuro in volto, ha subito decretato che non c’erano vincitori chiari. «Non credo che chi ha assistito al dibattito possa dire che c’è un vincitore chiaro», ha balbettato. Al di là di queste frasi di circostanza, dettate da una linea editoriale che impone di difendere Trump a ogni costo, dal confronto di stanotte Kamala Harris è uscita nettamente vincitrice. La vicepresidente è riuscita a innervosire il candidato repubblicano, che è apparso aggressivo e confuso (più del solito), incapace di attaccare Harris sui temi su cui avrebbe potuto fare più male: immigrazione e inflazione, su tutti. Trump si è quindi lasciato andare a dichiarazioni assurde – una di questi è già diventata meme: l’ex Presidente che sostiene che gli immigrati mangino cani e gatti. Ma non solo, Trump era intimorito all’idea di toccare argomenti delicati su cui solitamente non perde l’occasione di sproloquiare. Un esempio: l’identità etnica di Harris.

Da quando la vicepresidente è subentrata a Joe Biden come candidata democratica, il comitato repubblicano ha cercato incessantemente di delegittimarla evidenziandone alcune presunte contraddizioni. In particolare, Trump ha cercato di insinuare l’idea che Harris non fosse veramente una donna nera. «Non sapevo che fosse nera fino a qualche anno fa, quando è diventata nera… quindi non so: è indiana o è nera?» – ha dichiarato lo scorso luglio durante la convention della National Association of Black Journalists. Lo stesso giorno, il suo compagno di corsa JD Vance aveva accusato Harris di essere un «camaleonte» (ripetendo un’espressione usata già da Trump), di essere «cresciuta in Canada» (Harris ha frequentato il liceo a Montreal) e di aver usato «un falso accento del Sud» durante un comizio. Di tali accuse è stato chiesto conto questa notte a Trump. La sua risposta è stata però debolissima: «Non mi interessa la sua identità razziale. Non mi interessa cos’è lei. […] Non me ne può importare di meno: qualsiasi cosa lei voglia essere va bene per me». Il conduttore di Abc lo ha quindi incalzato su cosa lo avesse portato a fare certe dichiarazioni. «Non lo so. Tutto quello che posso dire è che avevo letto che lei non era nera, lei lo aveva detto. E poi ho letto che era nera. Questo è okay per me, dipende da lei» – ha concluso Trump. Per Harris è stato quindi fin troppo facile controbattere: la candidata democratica ha ricordato alcuni degli episodi di razzismo più noti che hanno segnato la carriera professionale e politica del suo avversario, accusandolo di cercare di dividere il Paese sulla questione razziale.

Al netto del confronto di stanotte, il cui peso effettivo nella campagna elettorale è ancora difficile da misurare, è evidente che il tema dell’identità, etnica in questo caso, sia ormai diventato il cardine di ogni dibattito pubblico statunitense. In una elezione che vede contrapposti un uomo bianco e una donna nera non poteva essere altrimenti. Inoltre, è importante sottolineare come, in questa tornata elettorale nello specifico, il peso della comunità afroamericana in alcuni Stati in bilico sarà decisiva per la vittoria finale. È il caso soprattutto della Georgia, luogo simbolo per l’America nera, dove, secondo gli ultimi sondaggi, Harris avrebbe solo uno o due punti di vantaggio su Trump. Dunque, l’interesse del candidato repubblicano nel delegittimare Harris agli occhi delle persone nere è altissimo.

Veniamo da un’estate in cui il dibattito interno alla comunità afroamericana su “cosa voglia dire essere neri in America” è stato acceso come non succedeva da tempo. Solo poche settimane fa, l’immagine pubblica di Drake, uno dei più influenti e ricchi artisti neri degli ultimi quindici anni, è stata demolita dal collega Kendrick Lamar, proprio sul piano dell’identità etnica. Se ci pensiamo, una retorica simile a quella utilizzata per delegittimare l’identità nera di Drake, viene ora sfruttata contro Kamala Harris. La candidata democratica è figlia di un uomo giamaicano e di una donna indiana, viene da una famiglia colta, ha vissuto e studiato in diversi luoghi degli Stati Uniti e in Canada. Tali argomentazioni, sia che vengano usate da uomini bianchi (e razzisti) che da icone nere, finiscono per negare la complessità della blackness americana al giorno d’oggi.

La maggior parte degli afroamericani, a causa della schiavitù, ha alberi genealogici complessi, in cui convivono antenati etnicamente diversi. Dagli anni Settanta si sono poi moltiplicate le identità multi-razziali, ampliando le possibili combinazioni tra diverse etnie. Storie complesse come quella di Harris o di Drake sono oggi molto più diffuse e mettono in discussione visioni tanto consolidate quanto opprimenti di “cosa voglia dire essere neri in America”. Andrebbe aggiunto, anche, che l’associare un’estrazione borghese alla negazione dell’identità nera di una persona si lega a stereotipi profondamente razzisti. Se nel caso di Kendrick Lamar tale accusa resta all’interno del recinto del rap, dove l’essere vicini alla strada è un valore inestimabile, per quanto riguarda Trump e JD Vance è invece chiaro il portato ideologico che affermazioni di questo tipo sottintendono.

Dall’altra parte è innegabile che la blackness, il suo valore politico nel caso della Harris e quello commerciale per Drake, possa essere maneggiata in maniera strumentale. Nella narrazione che Harris proponeva di sé fino a pochi anni fa, l’essere una donna nera aveva uno spazio molto circoscritto. Si trattava di una scelta legittima, che le aveva però attirato da sinistra l’accusa di sostenere una visione “colorblind” dell’America. Allo stesso modo, il suo passato da procuratrice della California, le ha lasciato in eredità una immagina da poliziotto cattivo, che poco si sposa con l’ascesa del movimento Black Lives Matter e con le sue istanze per la riduzione dei fondi alle polizia.

Harris ha nel corso del tempo rivisto più volte il suo approccio a questi argomenti, rivisitando la sua immagine pubblica. La sfida con Trump, soprattutto in Georgia, l’ha portata ad accentuare alcuni tratti della sua personalità. Qualche settimana fa, era diventata virale una clip tratta da un comizio fatto da Harris ad Atlanta dove citava un brano di Quavo, una delle leggende della scena rap della città. Durante la convention democratica ha invitato un altro rapper, Lil Jon, a cantare in rappresentanza della Georgia. Poi, sempre durante la convention, ha speso una porzione ampia del suo discorso occupandosi della storia della sua famiglia, e di conseguenza sulla sua identità nera “non canonica”. Il mancato attacco di Trump di ieri sera farebbe pensare ad una vittoria della Harris su questo campo. Le accuse sguaiate e razziste dell’ex presidente sono, per fortuna, ritenute inopportune nel contesto di un dibattito televisivo visto da milioni di americani. Tuttavia, il tema dell’identità etnica, attorno alla figura di Harris e non solo, resta un dibattito acceso e aperto: se è vero che Trump vuole dividere gli americani sulla questione razziale, la stessa questione Harris deve provare a risolverla. O, quantomeno, ad affrontarla.

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