I mondi di Joan Thiele

Il suo nuovo album Joanita, il debutto a Sanremo, il tour appena annunciato, l’amore per le colonne sonore, la bellezza di essere se stessi: incontro con la cantautrice più amata dell’indie italiano.

18 Marzo 2025

Cos’hanno in comune la colonna sonora di un film di Quentin Tarantino e il ritornello di una canzone di Mina? Apparentemente niente, ma Joan Thiele (si pronuncia “tìle”), è riuscita a mescolarli in “Eco”, il brano che ha portato a Sanremo e che ha fatto venire in mente a tutti sia le schitarrate elettriche tanto amate dal regista di Pulp Fiction che una delle più belle voci italiane. È normale, per lei: la sua musica è fatta di accostamenti sorprendenti e citazioni familiari.

La ragazza con la chitarra

Mescola le lingue, passando dall’inglese dei primi album, allo spagnolo disseminato qua e là, all’italiano del disco appena uscito, Joanita, e mescola le sonorità, ispirate dalle sue radici – madre napoletana, padre svizzero di origine colombiana – e dai luoghi in cui è cresciuta e ha vissuto, Cartagena, Desenzano del Garda, Londra e Milano. Mescola anche le colonne sonore di Piero Umiliani, uno dei suoi compositori preferiti, e la voce di Frah Quintale, con cui ha duettato anche a Sanremo nella serata delle cover, interpretando “Che cosa c’è” di Gino Paoli. Anche il suo stile personale è un accostamento inaspettato eppure perfettamente armonioso: le sopracciglia di Frida Kahlo e le simmetrie preziose di Chanel, i capelli raccolti in due trecce lunghissime e le unghie arcuate da belva feroce. Mondi lontani che si incontrano e si fondono, convivono all’interno di una storia personale e autentica, come canta in “Bacio sulla fronte”, augurandosi «dimmi che resterai vera, sempre sincera nelle cose che fai».

La forma dell’acqua

La scrittura di Joan Thiele non è didascalica, non si sforza di comunicare messaggi precisi né si costringe all’interno delle solite dinamiche amorose tanto care alla canzone italiana, è libera e poetica, «istintiva e viscerale», dice lei, descrivendo Joanita «la ragazzina con la chitarra elettrica che vive dentro di me». È una scrittura fatta di atmosfere, mantra («Io prego per me», ripete in “Cruz”) e immagini vaghe, come quelle dei sogni o dei ricordi.

Si sente l’acqua, nelle sue canzoni, e infatti Joan Thiele sottolinea il suo forte legame con il lago, luogo di calma e malinconia. Ma è anche un’acqua di mare, in movimento, note luccicanti come riflessi sull’acqua, freschi spruzzi o superfici placide in cui scivolare. E poi si sente tanto la chitarra, la sua, che è lo strumento da cui tutto ha avuto inizio: da adolescente la vedevi girare per i bar e le pizzerie di Desenzano con quella in spalla, chiedendo di potersi esibire. Oggi Joan Thiele ha 33 anni, un Sanremo alle spalle e anche un David di Donatello in casa, vinto nel 2023 per la canzone “Proiettili (ti mangio il cuore)”, brano colonna sonora del film Ti mangio il cuore, cantato insieme a Elodie. Non sembra che i premi le interessino più di tanto, però, così come le classifiche, i confronti o qualsiasi tipo di competizione.

Joan Thiele World Tour

Quello che le interessa è stare con le mani nella musica: che sia come produttrice, autrice, chitarrista o cantante. Prima di Sanremo Thiele era già nota agli ascoltatori di buona musica, che conoscevano i suoi tre Atti (“Memoria del Futuro”, “Disordinato spazio”, “L’Errore”) prodotti con Mace e Venerus, il suo album “elettronico” Tango (2018, tutto in inglese e spagnolo, con momenti electro-soul e ritmiche tribali, un mix tra suoni acustici che richiamano l’America Latina e l’elettronica inglese) e l’Ep Operazione Oro del 2020 che mescolava R&B, dreampop, psichedelia, pop anni Novanta, colonne sonore italiane degli anni ’60 e ’70 e conteneva l’amatissima “Le vacanze”, che nei commenti su YouTube è stata definita, praticamente all’unanimità, una “melodia stupefacente”. E poi Joanita, l’album italiano del momento, realizzato nel corso di tre anni. «Mi sono presa il mio tempo per vivere e raccontare quello che avevo dentro. Mi sono data un bacio sulla fronte, per rassicurare la bambina dentro di me», ha scritto su Instagram quando è uscito, «le ho chiesto di fidarsi. Quando sei una ragazzina, non hai paura, sogni e basta, immagini e inventi il futuro. Ed io ho fatto questo».

Un futuro che, però, è anche questo il frutto di una mescolanza armoniosa col passato, con altre storie e altri mondi. In “Occhi da gangster” Thiele riprende “Epilogo”, il brano di Piero Umiliani che accompagna l’ultima scena del film La legge dei gangster di Siro Marcellini, una scena di morte, trasformandolo e facendolo rivivere in un sogno soave, leggerissimo. E in effetti è proprio da un sogno, ci racconta, che comincia questa speciale collaborazione con uno dei massimi compositori italiani di musica funzionale.

Una notte Joan ha sognato di fare musica insieme a lui e l’ha raccontato in una storia su Instagram: le hanno risposto le sue figlie, Elisabetta e Alessandra, che l’hanno invitata nello studio del padre, scomparso nel 2001. Le sue note riverberano in “Tramonto”, basata sulla sua “Crepuscolo sul mare”, mentre in “Acqua blu” si ritrova “Momento ritmico”. Mare, onde, acqua, sale, le schitarrate tremolanti dei western e le melodie che si spalancano, ariose, sul cielo infinito, Joanita suona come il sogno di un naufrago felice che si conclude nell’abbraccio della nonna, che canta in napoletano l’ultima canzone, Pazzerella, inventata da lei. La famiglia, con le sue luci e le sue ombre, che restano soltanto accennate, ma compaiono qua e là – «cresciuti nell’indifferenza», «tuo padre si faceva per non sentire niente» – ha un ruolo importante nell’album, che sembra accompagnare un processo di riconciliazione. Emana una forza luminosa, questa Joanita che prega e lotta per se stessa, celebrando chi ama attraverso la voce e le note, incoraggiandosi attraverso la musica. Ed è un incoraggiamento contagioso, perché anche tu che la ascolti e la guardi ti senti meglio, illuminato dalla sua serena sicurezza.

Tutte le fotografie sono di Jim C. Nedd per Rivista Studio.

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