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La Pixar contro il capitalismo

In L'arte queer del fallimento, da poco arrivato in Italia grazie a minimum fax, Jack Halberstam cerca di smontare il mito del successo attraverso gli esempi di cultura pop per lui più sovversivi dei nostri tempi: i film d'animazione degli anni Novanta e Duemila.

11 Maggio 2022

Cos’hanno in comune Galline in fuga, Monsters & Co e Robots? Sono film rivoluzionari. Almeno secondo Jack Halberstam, classe 1961, accademico transgender americano con una cattedra alla Columbia, che analizza i primi film d’animazione al computer, dalla metà degli anni Novanta a quella dei Duemila, e li trasforma in metafore contro il capitalismo. Questo perché per lui eroi come la formica Flik in A Bug’s Life (1998, Pixar) o il robot Rodney Copperbottom in Robots (2005, Blue Sky Studios e 20th Century Fox) sono molto “di sinistra” nella loro rinuncia all’individualismo e nella loro capacità di trasformare la comunità in agente risolutivo dei problemi che la minacciano. In Monsters & Co (2001, Pixar), per dire, è l’opposizione dei dipendenti a un metodo di sfruttamento che si basa sull’instillare terrore nei bambini. Per quanto protagonisti come Flik e Rodney siano (forse) etero, queste storie, secondo Halberstam, sono anche queer perché i personaggi (e soprattutto i comprimari), come molte persone Lgbtq+, rifiutano gli ideali tradizionali del capitale, formando comunità alternative e non patriarcali. Quella dei robot in dismissione in Robots è un esempio, come lo è la banda di insetti da circo dal dubbio orientamento sessuale in A Bug’s Life. E in un certo senso, sono anche storie fallimentari, perché per opporsi al sistema ne deludono gli ideali e gli obiettivi. Allora il saggio non poteva che chiamarsi così, L’arte queer del fallimento. In Italia è arrivato solo ora (minimum fax, trad. di Goffredo Polizzi), ma in America è uscito nel 2011 e quando contattiamo Halberstam non possiamo che chiedergli se le sue teorie abbiano retto alla prova del tempo. «Credo che questi anni abbiano reso ancora più chiaro quanto le logiche del fallimento servano a dividere i poveri dai ricchi, le persone queer da quelle eterosessuali – ci racconta su Zoom – Sono soprattutto i più giovani a sentirsi addosso il peso del fallimento nell’eredità di un mondo distrutto e con poche opportunità. Ancora oggi molti ragazzi mi scrivono dopo aver letto il libro».

L’America di oggi accetta di più l’idea del fallimento?
No, gli americani sono allevati per il successo, è il succo della loro cultura: il sogno americano, American Idol, «ce la puoi fare!»… E tanti giovani cadono in questo nonsense aspirazionale, anche se sono sempre più confusi e indebitati. Ma è davvero uno sbaglio far credere a chi vive in un mondo merdoso che se ti terrai lontano dai problemi potrai farcela. Non vale per tantissimi americani: possono lavorare duro quanto vogliono, ma molti di loro finiranno comunque disoccupati, senza casa, incarcerati. Eppure, a partire dal movimento per l’abolizione della polizia, la rabbia per l’assenza di un futuro sta alimentando nuove forme di attivismo che non nascono dal ridicolo ottimismo delle ere passate, quel sentimento un po’ hippy alla «love is all you need», ma da una chiara comprensione del capitale razzializzato.

Nel tuo libro manca il riferimento ai social e all’ostentazione del successo personale online: due cose che nel 2011 non erano ancora così normalizzate. Come descriveresti questa trasformazione?
Se dovessi tornare sul libro, aggiungerei che i social hanno solo intensificato il senso di disperazione delle persone, l’idea che tutti intorno a te stiano andando bene e tu sia un fallimento. Si sbandiera il proprio successo online, mentre in privato si impazzisce lentamente. Le promesse erano tante: su Facebook hanno pianificato la Primavera araba. Oggi invece rimane la performance del successo, quel tipo di ottimismo con cui si presuppone tu riempia il tuo feed.

Le persone queer, con la loro diversità, si sottraggono a questa logica?
In realtà, credo che i social abbiano avuto un effetto disastroso sulla comunità queer e le sue idee politiche. Ci si accontenta facilmente dei like, ma questa attenzione online non si trasforma in qualche politica efficace offline. In particolare, gli uomini gay si sono rivelati dei perfetti adepti dei social, soprattutto quando si parla di dating, e per questo sono diventati una risorsa immensa per il capitale. Ad esempio, per quanto molti gay insistano che Grindr è uno strumento liberatorio, è una stupidaggine: è solo un nuovo modo per monetizzare l’esperienza erotica, ma la chiamano “liberazione”. E così le politiche queer finiscono per essere assimilate agli ideali capitalisti. Io credo che il vero attivismo esista in strada, nelle comunità che si aiutano a vicenda e che non coincidono con le bolle online.

È un ideale di bene comunitario che nell’Arte queer del fallimento attribuisci a molti film della Pixar.
Questo perché i lungometraggi d’animazione al computer o in stop-motion finiscono, ironicamente, per raccontare diversi aspetti dello sviluppo del capitalismo. Un esempio è Galline in fuga (del 2000, DreamWorks, ndr). Qui la presa di coscienza delle protagoniste, le galline, passa da un lato per un ideale femminista, il salvarsi senza bisogno degli uomini, e dall’altro attraverso la consapevolezza che il capitalismo è in continuo mutamento. All’inizio del film le galline vengono sfruttate per le loro uova, ma poi si scopre che presto verranno trasformate in tortini di carne. È la realizzazione che il capitale è passato dalla sua fase estrattiva alla completa distruzione di risorse ed esseri viventi. A quel punto le galline decidono la loro fuga utopica, che si conclude con dei campi verdi paradisiaci. Molti film, come Toy Story, (1995, Pixar, ndr), parlano di fallimenti del capitale e cosa succede quando un sistema di produzione sostituisce l’altro (in Toy Story, è l’arrivo di una nuova moda di giocattoli, quelli spaziali, che priva di senso la precedente, quella dei cowboy, ndr). E si chiedono: la gente se ne accorge, le nostre tattiche politiche cambiano quando succede, il monopolio può durare? Ma queste domande, sul rapporto tra corpi e capitale, se le pongono in modo molto astuto. Anche Slavoj Žižek analizza i film, ma lui è convinto che la cultura pop sia solo un’altra espressione del capitalismo, mentre io sono dell’idea che porti con sé dei sottotesti, magari in maniera molto ingenua, con cui possiamo immaginare delle alternative. Se, alla Mark Fisher, ogni prodotto culturale conferma la realtà unica del capitalismo, che senso ha riflettere sulle rappresentazioni? Per me non è così e le realtà postcapitaliste, come dicono le autrici femministe Gibson e Graham (vedi A Postcapitalist Politics, 2006, mai tradotto, ndr), già risiedono nel capitalismo e vanno solo cercate.

Se è così, allora ci troviamo in un momento in cui, come in Galline in fuga, abbiamo capito cosa succede, ma non abbiamo ancora accettato tutti la soluzione. Sei d’accordo?
Esatto. In molti di questi film d’animazione le creature realizzano, spesso collettivamente, che le cose sono messe male e l’unica via di fuga può essere raggiunta se ci si unisce tutti insieme. È una narrativa molto rara nella cultura americana, che preferisce raccontare di persone che superano ostacoli quasi impossibili, o di problemi sociali risolti da bravi politici, o di un capitalismo che sembra repellente finché qualcuno capisce come non esserne schiacciato, ma nessuno intacca mai l’intera struttura. È così persino in Nomadland di Chloé Zhao (2020), nonostante la regista sia cinese-americana. Sembra davvero voler parlare dei grandi problemi della vita americana, come la produzione just-in-time nei magazzini Amazon o gli alti costi del mercato delle case. Ma alla fine è la storia di una donna bianca che sceglie di essere senzatetto, anche se ha una sorella con una bella casa nei sobborghi, e ogni tanto si unisce un altro uomo che ha pure lui una casa da qualche parte. Le persone che davvero sono senzatetto, come i neri o i nativi a cui sono state rubate le terre, non le vedi da nessuna parte in questo film. Qui è dove Mark Fisher ha ragione: persino nelle produzioni alternative, hai la riproposizione della stessa realtà. Ma se si guarda oltre il realismo, lontano dai film con attori umani, è incredibile vedere come, quando si tratta di animali, gli algoritmi dell’animazione finiscono per trovare la soluzione ai problemi in termini collettivi. E il fatto che tanto potere trasformativo si trovi in queste pellicole è perché si crede che su un pubblico ingenuo e immaturo come i bambini non avranno alcun effetto rivoluzionario.

Come fai notare, però, questo valeva soprattutto per i primi film d’animazione al computer. Prendiamo sempre l’esempio della Pixar: dopo cosa è successo?
Ho smesso di vederli da Wall-E in poi (e quindi dal 2008, ndr). Voglio dire, mi piace per i primi venti minuti, quando racconta che gli esseri umani hanno distrutto la Terra e non rimane altro che immondizia e un robottino che la compatta e che riesce a trovare valore tra le rovine, ma in piccoli artefatti inutili. Per me poteva finire lì. Poi però arriva l’eteronormativa Eve e il ritorno degli esseri umani obesi, ma perché? È come se lo sforzo collettivo dei primi film, come A Bug’s Life, venisse piegato allo standard della conquista del singolo. Ma è con Up che ho perso le speranze: all’inizio è la storia di un vecchio che non vuole essere sfrattato per colpa della gentrificazione. In posti come la Bay Area di San Francisco è un fenomeno causato, tra l’altro, proprio da studi come la Pixar. Poi però questa critica si perde e si finisce con l’ennesima narrativa padre-figlio, segui i tuoi sogni, vivi l’avventura. È questo il passaggio: da narrazioni collettive e a volte pessimiste a storie su una mobilità verso l’alto, up nel mondo, sull’eccezionalismo americano.

Apriamo una parentesi. Cosa mi dice degli impiegati Pixar che hanno denunciato la censura della Disney sulle scene queer nei loro film: rientra nel discorso del cambio di paradigma?
Era inevitabile. Pixar era l’innovazione e la popolano tanti animatori e artisti gay, lesbo o trans. Disney è l’opposto, si è sempre pubblicizzata come un’azienda americana e cristiana sotto l’influenza ancor oggi forte di Walt. Tutto ha questa atmosfera da valori di famiglia che non poteva che scontrarsi con la Pixar.

Torniamo un attimo all’idea di fallimento. Se l’obiettivo nella vita non è il successo, qual è? I film d’animazione sembrano suggerire che sia il raggiungimento del bene collettivo.
Il punto è: la vita deve davvero avere un obiettivo? Quel che voglio dire con il libro è che le logiche capitaliste del fallimento e del successo vanno smontate. L’obiettivo potrebbe benissimo non essere un obiettivo, ma improvvisare, o riunirsi, creare convivialità, avere incontri, sorprendersi, evitare di trasformare tutto in un’opportunità di marketing. Anche questi sono motivi per vivere: fare qualcosa che non produce un ritorno o una perdita. Le logiche del consumo sono vuote e credo che la gente lo stia capendo. Chiedersi qual è il proprio scopo rientra in queste logiche. Prendiamo per esempio il movimento Black Lives Matter: qui l’obiettivo non era solo il raggiungimento di una svolta, ma continuare a protestare contro le forze che trasformano le cose in capitale e la vita umana nella ricerca di altro. E se lo scopo fosse ridistribuire le risorse perché tutti ne abbiano? Ma come dice Mark Fisher, siamo così assorbiti dal realismo capitalista da non poter pensare in altri termini. Ci sono però dei giovani che ci riescono, come l’autrice Derecka Purnell, che in Becoming Abolitionists (2021, non tradotto, sottotitolo: Police, Protests and the Pursuit of Freedom, ndr) costruisce un’alternativa al capitale razzializzato: possiamo riorganizzare i nostri quartieri intorno alla condivisione, possiamo vivere senza polizia, e lei riesce a immaginarlo.

Ma tu, invece, sei riuscito a emanciparti dalle logiche del successo e del fallimento?
Non proprio. In quanto persona queer barra trans sono soggetta a un’oppressione visibile, ma come un accademico bianco bara persona di classe media sono comunque un privilegiato. Non è semplice astrarsi dal proprio successo. Ma cerco di usare il mio privilegio per continuare a riflettere e pormi domande sulla giustizia retributiva, anche se da soli si può fare poco. E probabilmente sono un po’ io stesso un fallimento di quello che propongo. Ma è proprio da queste logiche che dobbiamo distanziarci, se vogliamo immaginare nuove possibilità.

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