È l'ultima piattaforma streaming ad arrivare nel nostro Paese, forte però di una fama senza pari nel panorama televisivo. Li abbiamo incontrati e con loro abbiamo parlato di Harry Potter e Portobello, della competizione con YouTube e delle (notevoli) difficoltà del mercato italiano.
Per un paio d’anni Industry è stato il segreto meglio custodito del mondo seriale: uno show di altissima qualità, capace di tenere testa a Succession nel modo in cui scava nel cinismo e nell’amoralità di chi il potere se lo ritrova tra le mani, lo cerca o prova a tenerlo per sé, racconta enclave tanto esclusive quanto amorali, apparentemente lontanissime dal “mondo normale”. Gelida, tagliente ed esigente verso il suo pubblico (per durata, numero di episodi e coefficiente di disumanità che ti riversa addosso) è rimasta a lungo un affare di nicchia, seguita da un piccolo gruppo di appassionati disposti ad affrontare il gergo finanziario iper-autoreferenziale della serie. Poi è arrivata la pandemia, siamo rimasti orfani di Succession: il tempo libero e la fame di nuovi, orrendi esseri umani da cui farsi insegnare la vita hanno fatto il resto.
Shakespeare e alta finanza, tra pugnalate alle spalle, tradimenti e ambizioni che si consumano nello scenario londinese della City: per i suoi creatori, Mickey Down e Konrad Kay (autodichiaratisi “pentiti” della finanza) la sfida è stata raccontare il potere dal basso, seguendo un pugno di giovanissimi appena assunti in una banca d’investimento, con la consueta premessa competitiva che solo alcuni avranno un posto fisso. I protagonisti di Industry sono giovani già imbevuti delle logiche aggressive e iper-competitive di quel mondo che, un tempo, era anche quello dei suoi creatori. L’ansia di farcela, la competizione tra pari, le vessazioni di chi sta sopra sono raccontate da chi, sin dall’università, ha studiato per farne parte, rimanendo affascinato più dalla mitologia finanziaria e dallo strano bestiario umano che la alimenta che dal lavoro in sé: «Ero più interessato alla cultura che al lavoro in quanto tale, affascinato da film come Wall Street e da libri come Liar’s Poker di Michael Lewis» spiega il co-creatore e showrunner Mickey Down. «Ci interessava capire cosa succede quando la storia è raccontata da chi vuole arrivare in alto ed è allo stesso tempo un outsider nella Londra finanziaria: un ambiente rigidamente classista, solo apparentemente progressista, ma in realtà immutato dagli anni Ottanta».
Il punto di vista privilegiato è infatti quello di Harper: statunitense, afroamericana, che ha contraffatto le proprie credenziali per farsi assumere. Come in Suits e in Devils è pronta a stringere patti col proprio diabolico capo pur di restare in partita. Solo che, tradimento dopo tradimento, chi stava in basso in Industry scala davvero le gerarchie sociali. In cinque anni e quattro stagioni, la serie finisce così per fotografare la nascita e la morte di una morale di facciata del mondo finanziario. La woke culture e la performatività che per un breve periodo hanno permeato quel settore attraversavano la terza stagione; con la quarta, appena arrivata in Italia, Industry diventa una delle prime serie a registrare la fine di quella sensibilità e il ritorno, al galoppo, di un conservatorismo che persino i manager avevano dovuto tenere a freno.
C’è una scena, raggelante, in cui un uomo di potere confida a una giovane di aver dato del “ritardato” al proprio assistente, così, per testare l’aria: nessuno lo ha fermato, nessuno ha detto nulla. Industry, seguendo il denaro e il potere, ha capito prima di molti che i tempi sono cambiati e che certi ambienti, legati a logiche anni Ottanta, non vedono l’ora di tornare a essere apertamente sessisti, razzisti, offensivi. Tenendo il polso della realtà, Industry evolve non solo perché i suoi personaggi crescono in ambizione e potere, ma anche perché il mondo della finanza reagisce con estrema velocità ai mutamenti della cultura. «Dopo la fase di inclusività performativa della terza stagione, oggi assistiamo a una ritirata. Le grandi istituzioni finanziarie non hanno mai davvero creduto a quei valori. Ora, nel clima politico attuale, non devono nemmeno fingere», osserva Mickey Down.
Un altro cambiamento intercettato e raccontato dalla serie è l’emergere di un nuovo individualismo che sgretola persino istituzioni come il private equity. L’individualismo sfrenato di un tempo, messo al servizio di una società superiore, ha oggi un unico dio: sé stessi. Vale per chi vende azioni come per chi monetizza la propria intimità, in una quarta stagione che incrocia il versante economico di piattaforme come OnlyFans e quello dei cryptobro ossessionati da monete che non esistono davvero. Il punto è sempre lo stesso: con uno smartphone in mano ci sentiamo onnipotenti, convinti di poter fare tutto da soli, di essere insieme acquirenti e prodotto. OnlyFans e lo smartphone diventano così metafore perfette. «La nuova stagione parla della finanziarizzazione del sé», spiega Konrad Kay. «Tutti monetizziamo noi stessi. C’è libertà in questo, ma anche una perdita di controllo. È come quell’aforisma sui telefoni: un campo di internamento in cui ci rinchiudiamo volontariamente».
Noi mostriamo sia la libertà sia il costo, senza giudicare». I personaggi di Industry non sono mai stati teneri né diplomatici: amicizie, amori e alleanze sono sempre materia di contrattazione. Se col tempo la serie è diventata meno respingente, è anche perché il linguaggio brutale e tagliente dei protagonisti è ormai familiare. Per i suoi creatori, la politica ha fatto da cattiva maestra, e Industry finisce per inseguirne oggi gli eccessi. «C’è un ritorno a una narrazione molto esplicita del potere e del denaro, simile a quella degli anni Ottanta e Novanta. In parte dipende anche da chi è alla Casa Bianca: chi sta al vertice detta il tono. Se la figura al potere è così apertamente orientata al dominio, senza alcun tentativo di mascherarlo, quel linguaggio scende verso il basso e permea tutta la società».
Qualcosa, però, dagli anni Ottanta è cambiato. La protagonista di Industry è ancora lì, dopo quattro stagioni, pronta ad accarezzare finalmente un’oncia di vero potere. Nella quarta stagione i creatori glielo mettono in mano, tangibile, sotto forma di un enorme fallo di gomma nero, con cui un uomo le chiede di essere penetrato. La vediamo nuda allo specchio, mentre lo soppesa: dopo stagioni di crisi e compromessi, è il primo segno tangibile (e, non a caso, maschile) di quel potere che ha sempre desiderato. Intanto il suo mentore non riesce a godersi la pensione d’oro: quando il metro della tua realizzazione è accumulare denaro e il potere esercitato sugli altri, nessun buon ritiro può apparire come altro che un fallimento. In chiusura dell’intervista chiedo a My’ha’la, che interpreta Harper, se non sia scoraggiante immergersi ogni giorno in un mondo così disumanizzante. Con un acume non distante da quello del suo personaggio, mi guarda quasi con tenerezza e risponde: «Non c’è molta differenza tra quel mondo e quello che frequento io. Solo che Hollywood nasconde il capitalismo dietro l’arte, mentre la finanza è esplicita. Le decisioni sono spesso finanziarie in entrambi i mondi. Oggi c’è un ritorno a una narrazione diretta, spiccia: fare soldi e basta. È un riflesso culturale che parte dall’alto e permea tutta la società»
L'1 febbraio il cinema Beltrade di Milano ha organizzato una "maratona" notturna della prima stagione della serie. A rivederla oggi, a 35 dal debutto e a uno dalla morte di Lynch, colpisce la capacità di questa opera di superare lo spazio, il tempo e persino il suo autore.
Nel film di Josh Safdie, candidatissimo agli Oscar, ritroviamo tutto quello che avevamo amato di Uncut Gems: montaggio, musiche, personaggi "al limite". E, al centro di tutto, un tema: l'ambizione e il fallimento sono la stessa cosa.
