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La colonna sonora più incredibile dell’anno è quella di un documentario sulla scena rave ucraina in cui suonano Fred Again, Brian Eno, Aphex Twin, Sega Bodega e gli Idles Si intitola Black Sunflowers, ha debuttato al Toronto International Film Festival l'11 settembre e, anche e soprattutto grazie alla musica, è già uno dei documentari più chiaccherati dell'anno.
Secondo una ricerca pubblicata su Lancet, basterebbe una patrimoniale del 3 per cento sulla ricchezza dei miliardari per salvare la vita a 30 milioni di persone Un minuscolo contributo dei 3 mila miliardari che vivono nel nostro mondo, che collettivamente possiedono un patrimonio di 17 mila miliardi.
Bernie Sanders ha proposto una legge per punire chi sviluppa una “super AI” con la stessa pena di chi sviluppa un’arma nucleare illegale Proposta di legge (che difficilmente verrà approvata) a cui ha dato l'esplicativo titolo di Ban Artificial Superintelligence Act.
Sulle Dolomiti quest’anno ci sono davvero tutti, pure Timothée Chalamet Assieme a suo padre Marc, compagno di un'escursione che l'attore ha dettagliatamente raccontato in un post Instagram.
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.
Da gennaio la Svezia dà un “sussidio di rimpatrio” alle persone immigrate per andarsene via dal Paese, ma finora non lo ha richiesto praticamente nessuno Il programma è partito a inizio 2026. Finora ci hanno aderito soltanto 171 persone in tutta la Svezia. I cittadini stranieri sono più di due milioni, un quinto della popolazione totale.
C’è un videogioco in cui vivi le poche gioie e i tanti dolori di un dipendente di una piccola casa editrice indipendente Si chiama Small Press Tycoon, tutte le cose che si dicono e si vedono nel gioco fanno molto ridere perché, chi lavora nell'editoria indipendente può confermare, sono molto vere.
Secondo uno dei capi della sicurezza di Anthropic, «c’è il 10 per centro di probabilità che l’AI ci uccida tutti entro questo decennio» L'ennesimo dirigente di un'azienda AI che dice che le aziende AI stanno per far succedere qualcosa di grave. Senza che nessuno intervenga per fermarle.

Ritratto di Nanni Moretti da vecchio

Nel Sol dell'avvenire, il suo nuovo film, il regista torna a parlare di quello che gli interessa davvero: di sé stesso e del mondo come lo vorrebbe lui. Ma forse non interessa più a noi.

20 Aprile 2023

Invecchiare è guardare il mondo attraverso il cappio che prima o poi ti si stringerà attorno al collo. Nel Sol dell’avvenire c’è una scena con un cappio di mezzo: Giovanni, il regista alter ego di Nanni Moretti, spiega all’attore Silvio, l’alter ego di Silvio Orlando, cosa e come e quanto e perché pensare durante la scena in cui Silvio l’alter ego deve interpretare il suicidio del protagonista del film di Giovanni l’alter ego. Il film è la storia di una piccola sezione del Partito comunista di Roma che invita in città il Cirkusz Budavari di Budapest, proprio mentre a Budapest si protesta contro la dittatura di Mátyás Rákosi e poco prima che in Ungheria arrivassero le truppe del maresciallo Ivan Stepanovič Konev a riempire col piombo le prime crepe aperte nel dominio sovietico su quella parte di mondo. Silvio è il segretario della piccola sezione, assiste a quello che succede in Ungheria, segue la linea del partito, fa i titoli dell’Unità che vanno fatti, vorrebbe pensare, dire, fare altro ma non può perché non si può essere – ancora – comunisti e antisovietici. Il conflitto però lo spezza, e tra lasciare il partito e lasciare la vita Silvio sa subito che fare: e si torna al cappio e a Giovanni e a Moretti e alla vecchiaia. Dice che lo sa che la storia non si può fare con i se e con i ma, Moretti, e lo dice prima di una lunghissima scena what if – che schiaffi mi darebbe se leggesse scena what if – in cui immagina come sarebbe stato il mondo se Togliatti avesse detto addio all’Unione sovietica, incamminandosi lungo la via italiana al socialismo alla fine della quale c’è la realizzazione «dell’utopia comunista di Karl Marx e Friedrich Engels che ancora oggi ci rende tanto felici».

E quindi se la storia, dice Moretti, si può fare, anzi si deve fare, anche con i se e con i ma, mi permetto di fare la stessa cosa pure io e m’immagino Il sol dell’avvenire che finisce come avrei voluto io: Giovanni che sale su uno sgabello, racconta a Silvio cosa disse Calvino del suicidio di Pavese – «lo ha fatto per noi» – gli spiega cosa e come e quanto e perché pensare durante la scena, guarda il mondo attraverso il cappio, se lo stringe attorno al collo e per un attimo ci pensa davvero. Tutto questo succede anche nel Sol dell’avvenire quello vero, solo che in quest’ultimo Giovanni ci ripensa, si sfila il cappio dal collo, scende dallo sgabello e decide che quella scena non vuole girarla più perché è la fine dell’arte, dell’amore, della politica, «la fine di tutto», come gli spiega la giovanissima produttrice sudcoreana dopo aver letto la sceneggiatura del suo film. Nel mio Sol dell’avvenire Giovanni invece si ammazza – «Ho sempre sognato di interpretare un personaggio che alla fine si suicida. Finalmente», dice Silvio preparandosi alla scena – e nella sala cinematografica in cui mi trovo la reazione alla scena è tale e quale a quella di Mirko, Vito e Goffredo alla domanda «Cosa fareste se io mi suicidassi?» di Michele in Ecce Bombo: un crescendo di applausi che alla fine esplode in una serie di bene, bravo, bis.

Ovviamente i miei se e i miei ma non contano niente e Il sol dell’avvenire è e resta quello che è. E cosa è? Tutto quello che ci si aspetta da un vero film di Nanni Moretti, cioè un film su Nanni Moretti (dalla Stanza del figlio a Tre piani è stata tutta una lunghissima distrazione, diciamoci la verità). Se una cosa abbiamo capito dagli ultimi cinque film e venti anni di Moretti è che Risi aveva torto quando gli diceva «Nanni, spostati» perché altrimenti non si vede il film: Nanni non può spostarsi perché Nanni è il film, i suoi film. Le sue facce, le sue pause, le sue canzoni, i suoi dolci, i suoi palleggi, le sue nuotate, i suoi tic e le sue ossessioni: nel Sol dell’avvenire c’è tutto e poi anche di più e alla fine pure troppo. C’è il giro per Roma, stavolta su un mezzo di locomozione adeguato ai tempi (un monopattino elettrico). Di cantate in macchina ce ne sono due e di balli di gruppo altrettanti: su “Sono solo parole” di Noemi, su “Think” di Aretha Franklin e, ovviamente, su “Voglio vederti danzare” di Franco Battiato. Di digressioni sulle storture del mondo si perde il conto: l’apocalisse socioculturale sta nei sabot ai piedi delle donne, nell’ultraviolenza nei film e nella neolingua delle piattaforme streaming, tutte cose che Moretti ci spiega per filo e per segno. Alla fine, però, l’unica cosa che si capisce davvero è la scelta di Paola, la moglie di Giovanni, interpretata da Margherita Buy, di andare dall’analista per trovare lì finalmente il coraggio di lasciare il marito (e si capisce pure, forse per la prima volta, quella richiesta di spostarsi fatta da Risi a Moretti tanto tempo fa).

Mentre guardavo la lunghissima – e divertentissima – scena in cui Moretti, da vero intellettuale di sinistra, prima attacca un monologo su Breve film sull’uccidere di Kieślowski, poi chiama Renzo Piano, Corrado Augias e, altra concessione ai tempi, Chiara Valerio per spiegare a un giovane regista, Tarantino della suburra, perché l’ultraviolenza è male, vedevo gli spettatori attorno a me sganasciarsi dal ridere. E io, non so perché, invece ero tristissimo e riuscivo a pensare soltanto alla puntata di Match di Arbasino sulla «situazione del cinema italiano». Da una parte Mario Monicelli, che era già Mario Monicelli, e dall’altra Nanni Moretti, che doveva ancora diventare Nanni Moretti. Il primo cercava di spiegare al secondo perché quella della Nuova Hollywood fosse soltanto un’allucinazione collettiva e il secondo rispondeva, scoglionatissimo, «ma a me mi piasce Lo squalo» oppure «ma a me mi piasce De Niro». Mentre guardavo la lunghissima – e divertentissima – scena in cui Moretti spiega che un giorno capiremo che questa dell’ultraviolenza è stata soltanto un’allucinazione collettiva, tra me e me rispondevo, con macchiettistico accento romanesco, «ma a me mi piasce questo e quello». E pensavo che alla fine Nanni è diventato Mario e va bene così, prima o poi tocca a tutti, è il cerchio della vita di un artista, e forse è colpa mia che, proprio come Moretti, continuo a pensare a quel che è stato e non è più e non può più essere. Però Nanni, a differenza di Mario, è pure attore, come era attore Alberto Sordi. E quindi, dopo aver visto Il sol dell’avvenire e dopo aver letto le cose che del film si stanno dicendo – delicato, nostalgico, sognatore, utopistico, coerente, più tutte le variazioni sul tema del capolavoro – nella testa ho la voce di un ragazzo che urla, agitatissimo, «ve lo meritate Nanni Moretti». Questo Nanni Moretti, almeno.

Invecchiare è il collo indolenzito dallo sforzo di guardarsi sempre alle spalle, e per un artista è l’ansia creativa che viene dalla consapevolezza che il tempo alle spalle è ormai inevitabilmente di più di quello davanti. Giovanni, l’alter ego di Nanni nel Sol dell’avvenire, ripete spesso che deve darsi una mossa e che non è più accettabile fare un film ogni cinque anni: mentre finisce questo sta già pensando al prossimo, un adattamento del Nuotatore di John Cheever oppure un film sulla storia di una coppia «con tante canzoni italiane». È ancora una volta Moretti che parla di sé e della sua urgenza di dire di più perché di tempo ce n’è sempre meno, e d’altronde che cos’è la vecchiaia se non la fretta di dire tutto, fare tutto, sistemare tutto. E ci mancherebbe, una delle maniere per sistemare tutto è anche immaginarsi una storia alternativa in cui tutto è andato come doveva andare: anche mio padre (classe ’50), sempre e per sempre vedovo del Pci, mi ripete con frequenza crescente che tutto sarebbe stato diverso se solo non fosse stato per l’Ungheria e per la Cecoslovacchia, se solo ci fosse stato Trockij e non Stalin. Io lo ascolto sempre, con sempre più affetto e con sempre minore interesse. In una scena, Giovanni/Nanni (classe ’53) strappa un’immagine di Stalin dalla sezione del Pci del suo film perché «è un dittatore e io non ce lo voglio», poco prima di decidere che nel suo film i compagni berranno tutti un’acqua da lui inventata: Acqua Rosa, come Rosa Luxemburg. Ecco, forse il mio unico, vero problema con Il sol dell’avvenire è che non riesco ad accettare che nel film si dicano le stesse cose che si dicono nella casa dei miei genitori quando si discute dello stato del mondo. E che Nanni Moretti sia diventato mio padre, che ascolto con sempre maggiore affetto e sempre minore interesse.

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