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C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.
L’Ucraina aiuterà gli Stati Uniti ad abbattere i droni iraniani perché sa già come si fa visto che sono gli stessi droni che usa la Russia Non c'è un esercito in Europa, e forse nel mondo, che conosca i famigerati droni Shahed come li conosce l'esercito ucraino.
Mitski ha organizzato un listening party del suo nuovo disco solo per gatti in un cat café Sul suo canale YouTube c'è anche un video ASMR in cui fa l'unboxing del vinile circondata da gatti incuriositi.
Una ricerca ha dimostrato che i maschi della Gen Z credono che le mogli debbano obbedire ai mariti molto di più dei maschi Boomer E si tratta di una delle più grandi ricerche di questo tipo mai fatte: sono state intervistate 23 mila persone in 29 Paesi in tutto il mondo.

Siamo troppo vecchi per amare ancora Il corvo

Il remake appena uscito nelle sale ha tre problemi: non è l'originale, noi non siamo più adolescenti e gli anni Novanta sono finiti.

04 Settembre 2024

Nel 1994 avevo undici anni. L’immagine che mi ha accompagnato fino ai sedici, e forse oltre, era quella di un uomo dai capelli lunghi, avvolto in un trench di pelle nera. Si allontanava lentamente, con un corvo sulla spalla destra. Intorno a loro, solo fiamme e buio. Chi conosce la storia avrà identificato questo personaggio: Eric Draven, interpretato da Brandon Lee, che ha appena lasciato la sua firma di fuoco a forma di corvo dopo aver giustiziato uno degli aguzzini responsabili della sua morte e di quella dell’amata Shelly.

All’epoca, avevo registrato il film The Crow su una videocassetta. Ricordo che mi ritrovavo spesso a guardarlo, un’ossessione che all’apice mi ha spinto a stoppare il fotogramma della mia scena preferita per disegnarla, realizzando un poster che poi ho appeso sopra il letto. Disegnare quel poster, invece di comprarne uno, era il tentativo di appropriarmi dell’aura di un eroe cupo, gentile e bellissimo; era il tentativo di trovare una personalità, di crescere, di catturare il segreto che la sua figura custodiva. Eppure, quel segreto, nonostante gli sforzi, mi è sempre sfuggito. Nemmeno ora, con trent’anni in più e un panorama di riferimenti maggiore, riesco a comprenderlo del tutto. Ed è proprio questa mancanza di comprensione che mi spinge a scrivere un breve e imparziale resoconto sull’opera e la sua epoca.

La trama de Il Corvo è semplice: Eric Draven e Shelly Webster vengono assassinati la notte prima del loro matrimonio. Un anno dopo, Eric viene riportato in vita da un corvo per cercare vendetta, mentre una Detroit oscura e desolata fa da sfondo alla spirale di sofferenza che culmina nella redenzione finale. Tuttavia, il film di Alex Proyas del 1994 è solo un’eco di qualcosa di più intimo e ambiguo: il fumetto di James O’Barr, pubblicato per la prima volta nel 1989 negli Stati Uniti e nel 1994 in Italia. O’Barr, ex marine, infonde nelle tavole la sua esperienza dopo la morte della fidanzata in un incidente stradale causato da un guidatore ubriaco. Il fumetto, nato come una catarsi personale, offre una narrazione più dolorosa e frammentata rispetto al film.

Per esempio, la tragedia che avvia la vicenda non è il risultato di un’azione premeditata, bensì di un evento fortuito che altera radicalmente il significato della storia. Inoltre, i testi scritti da O’Barr, intrisi di una poesia allucinatoria, ispirata a quella dei Cure e dei Joy Division, di Arthur Rimbaud e di Rose Fyleman, donano al racconto una dimensione emotiva e intellettuale assai complessa: il “Non può piovere per sempre” del film diventa il più oscuro “Non è morte se tu la rifiuti”; così, la violenza teatrale del duello di spada sul tetto della cattedrale torna a essere, nella versione in china, una pratica sorda e brutale.

Con queste premesse, il 28 agosto sono andato a vedere The Crow (2024), il rilancio di un classico che riesce solo in parte. Bill Skarsgård, più vicino a un emo-rapper che a una rock star (O’Barr ha sempre dichiarato di aver ispirato Eric a Peter Murphy dei Bauhaus) offre una prova di buon livello, che regge anche quando la sceneggiatura vacilla. Shelly, ben interpretata da FKA Twigs, finalmente assume un ruolo attivo nella trama. Tuttavia, gli antagonisti, un ibrido tra demoni e agenti segreti, risultano poco incisivi, e la colonna sonora, meno dark rispetto alla precedente (che vantava band come The Cure e Nine Inch Nails), delude un poco.

In sostanza, non si tratta né di un remake né di un adattamento fedele del fumetto di O’Barr. Il film oscilla tra l’action, il romantico e l’horror, e probabilmente, senza l’ombra dell’originale, avrebbe ricevuto critiche meno severe (basta fare un rapido giro in rete per notare chi si diverte di più, tra esperti e utenti comuni, a massacrare la pellicola diretta da Rupert Sanders). L’ombra del 1994 è lunga soprattutto a causa della sfortunata morte di Brandon Lee, che sembrava destinato a una carriera luminosa. La sua scomparsa, provocata da un proiettile vero sparato per errore, lo ha trasformato in leggenda. Il film, completato con effetti speciali e controfigure, ha incassato oltre 50 milioni di dollari ed è immediatamente diventato un’icona della riscoperta del gotico durante gli anni Novanta – anni, è bene ricordarlo, segnati da eventi come la Caduta del Muro di Berlino (1989), la Guerra del Golfo (1990-91) e la fine dell’Unione Sovietica (1991).

Detto questo, che cosa si intende di preciso con il termine “gotico”? E in che modo si lega alla sensibilità di fine secolo scorso? Georges Duby, con il suo acuto sguardo da storico, lo descriveva come una ricerca spirituale e artistica nata in un’epoca di grande incertezza. Questo stile, che prende il nome dai Goti e trova la sua massima espressione nella costruzione delle cattedrali, inizialmente è considerato sgradevole, una deviazione dai canoni classici: le linee si allungano, i volumi si assottigliano e si deformano, separando sempre meno il visibile dall’invisibile.

Il gotico, fin dagli albori, sembra accogliere tutto ciò che eccede la norma – e quindi viene definito mostruoso – e nel corso della storia è stato riscoperto molte volte; tuttavia, dicevo poc’anzi, negli anni precedenti e successivi al 1994, vive una stagione speciale, soprattutto nel cinema. Oltre a Il Corvo, film come Batman e Batman Returns (1989; 1992), Edward mani di forbice (1990), Dracula di Bram Stoker (1992), Nightmare Before Christmas (1993), Intervista col vampiro (1994), Frankenstein di Mary Shelley (1994) e l’italiano Della morte dell’amore (1994) si reggono su alcuni elementi chiave derivati dall’immaginario medievale: il morboso rapporto amore/morte; e poi cimiteri avvolti nella nebbia, architetture spettrali, cori angelici e candele, notti che diventano personaggi a sé stanti, foreste popolate da spiriti e visioni eteree. E ancora: visi cerulei e corpi esili avvolti da abiti scuri; e, infine, temporali che imperversano sullo sfondo e aggiungono un ulteriore strato di inquietudine ai ghirigori proiettati attraverso qualche finestra.

Per me, comunque, è nel metal che il gotico trova la sua espressione più pura e sfaccettata. Sempre nel 1994, la band svedese Tiamat pubblica quello che ancora oggi è considerato un capolavoro: Wildhoney. Quest’album, con la sua straordinaria varietà di soluzioni stilistiche, espande e trasforma il sound estremo intrecciandolo con psichedelia, fughe prog, musica da camera e ambient, fino a creare un’opera – ispirata alla mitologia sumera – che è al tempo stesso aggressiva e seducente.

Wildhoney non è un caso isolato. Lo stesso periodo vede la nascita di altre pietre miliari. Nel 1993, i Type O Negative pubblicano Bloody Kisses, mentre i Moonspell, nel 1996, aggiungono un ulteriore tassello con Irreligious, fondendo metal e atmosfere lusitane. Altrettanto si potrebbe dire per i migliori album di Anathema, Cradle of Filth, Katatonia, My Dying Bride… Ma è soprattutto grazie ai Paradise Lost che il gothic metal trova una delle voci più distintive. Con Gothic (1991), Icon (1993) e Draconian Times (1995), la band britannica, unendo riff pesanti e melodie decadenti, definisce e consolida gli stilemi del genere.

A luglio, durante il Luppolo in Rock, un festival musicale a Cremona, ho visto i Paradise Lost dopo tanti anni. Pur essendo parte di una generazione che ormai si è rassegnata a riprendere i concerti col telefono, mi sono lasciato trasportare dalla musica, pogando con altri cinque o sei sconosciuti, nell’ennesimo tentativo di cogliere “quel qualcosa” che mi è sempre sfuggito. “Gli orrori del presente sono vivi / Orrori senza tempo che passano lentamente […] La luce è fioca davanti a noi / Le ombre appaiono e scompaiono”, recitano i versi di “Gothic”, la canzone-manifesto dell’omonimo album. E allora, rileggendoli e riascoltandoli dal luogo meno adatto a trattare il gotico degli anni Novanta, il mare di fine agosto, mi viene il sospetto che riempire la fantasia di ombre e di mostri nasconda la speranza di rendere accettabile un unico, insindacabile fatto: il fatto che, prima o poi, le cose belle nella realtà finiscano.

Nel 1994 uscivo dall’infanzia dicendo di essere incasinato, giocando ad atteggiarmi a creatura infernale, con i capelli lunghi e i vestiti neri, proprio come il mio eroe; oggi, da adulto e genitore, nella certezza che l’infanzia e l’adolescenza non fossero poi così male, semplicemente dico di capirci meno di allora.

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