D'altronde, in una città in cui l'affitto medio è di 3600 dollari, se non ci si affida alla Divina Provvidenza è difficile davvero sopravvivere.
Ogni estate i grandi festival cinematografici di Cannes e Venezia catturano i riflettori mondiali con le anteprime e le star. Ma lontano dai red carpet, tra giugno e luglio, ha luogo anche un’altra rassegna cinematografica molto interessante, più discreta, che si svolge nelle piazze e nei cinema di Bologna.
In piazza Maggiore, nel cuore medievale della città, viene installato uno schermo gigantesco largo 23,5 metri e alto 10. Sotto il cielo stellato, e con la statua del dio Nettuno che osserva il pubblico in arrivo, ogni sera più di quattromila spettatori siedono in un silenzio quasi sacro, tra la facciata incompiuta della Basilica di San Petronio e la torre dell’orologio di Palazzo d’Accursio. È uno dei luoghi più noti de Il Cinema Ritrovato, il festival dedicato alla storia del cinema e all’attività delle cineteche. Per Martin Scorsese «è davvero un festival unico nel suo genere». E quest’anno, dal 20 al 28 giugno, festeggia la sua 40ª edizione. Il festival è organizzato dalla Fondazione Cineteca di Bologna – diretta da Gian Luca Farinelli – un istituto di rilievo internazionale, che conserva tra i suoi tesori gli archivi di Charlie Chaplin e di Pier Paolo Pasolini. È uno dei festival cinematografici più noti al mondo dedicato ai film classici, restaurati, rari, poco conosciuti, inediti o prima considerati perduti e poi miracolosamente, e tenacemente, ritrovati. Attrae cinefili, studiosi, ricercatori, collezionisti, archivisti, restauratori, distributori e professionisti del cinema. Molti lo chiamano affettuosamente “Il paradiso dei cinefili”, riprendendo un’espressione di Peter von Bagh, storico direttore artistico del festival.
La maggior parte dei festival cinematografici celebra soprattutto le novità; Sundance è una vetrina per molti film che lo streaming assorbe presto. Il Cinema Ritrovato va nella direzione opposta, perché ha la convinzione che un film del secolo scorso può essere più vivo, più moderno e più necessario dell’ultima uscita, sorprendentemente attuale. Può spiegare questo confuso presente. E il suo pubblico, sempre in aumento, gli dà ragione. Le persone arrivano a Bologna pensando di conoscere la storia del cinema e se ne vanno capendo che c’è sempre qualcos’altro da imparare, e con il desiderio di tornarvi. È la dimostrazione dell’importanza dei festival costruiti attorno alla riscoperta, anziché alle anteprime: non dicono cosa guardare per il futuro, mostrano quanta parte del passato è stata dimenticata.
Uno schermo grande quanto una città
Durante Il Cinema Ritrovato Bologna si trasforma in un unico, grande schermo: il festival, infatti, si estende in tutta la città, animando anche otto sale, tra cui il Cinema Modernissimo (gioiello sotterraneo restaurato in stile liberty) e piazzetta Pasolini, con il suo proiettore del 1940 con lanterna a carbone. I bolognesi lo chiamano La Nonna: quando si accende, si anima emettendo un ronzio, innalzando verso il cielo un fascio di vapore luminoso con un odore caratteristico e regalando agli spettatori un’esperienza sensoriale che li porta agli albori del cinema. Ci possono essere fino a quasi cinquanta eventi e proiezioni al giorno, fino a cinquecento film proiettati, e molti eventi si svolgono in contemporanea in luoghi diversi.
Molti esperti sostengono che l’esperienza cinematografica in sala stia morendo. Ci sono dati che supportano questo pessimismo, e sembra che gli incassi al botteghino mondiale non torneranno ai livelli prepandemia nemmeno entro il 2029. Bologna, forse, mostra come invertire questa tendenza, questa crisi: soddisfa il desiderio del pubblico, quello di una visione collettiva, dal vivo, irripetibile, in uno spazio unico e suggestivo – non sul divano di casa o in una sala anonima e uguale alle altre – in cui non si può mettere in pausa, riavvolgere o guardare a velocità 1,5x. Bologna dimostra che quando il cinema torna a essere un rito, le sale e le piazze si riempiono di nuovo. Infatti, come ha detto il regista Denis Villeneuve, «Fin dalla notte dei tempi, gli esseri umani hanno sentito un profondo bisogno di esperienze di narrazione collettiva. Il cinema sul grande schermo […] è una forma d’arte che unisce le persone, celebra l’umanità».
L’affluenza, la varietà del pubblico, gli ospiti e le collaborazioni internazionali raccontano chiaramente che questo festival non è un pellegrinaggio per soli cinefili. La scorsa edizione ha avuto oltre 170 mila spettatori, con cinquemila accreditati da 57 nazioni, e più di 450 film in programma. Negli anni ha ospitato alcuni dei più importanti registi contemporanei: Wim Wenders, Martin Scorsese, Wes Anderson, Damien Chazelle, Alexander Payne, Alice Rohrwacher, Asghar Farhadi, Jane Campion e Terry Gilliam. Gli ospiti del cinema ritrovato vengono percepiti in modo familiare: dopo essere intervenuti dal palco di piazza Maggiore sono facilmente avvicinabili, perché essendo all’aperto non hanno scampo, da qualche parte devono pur andarsene.
Criterion, uno dei più importanti distributori di film classici in edizioni DVD e Blu-ray di alta qualità, è partner della programmazione da più di quindici anni. L’Academy Film Archive e il MoMA aiutano nella preparazione. Archivi cinematografici, distributori ed editori di home video di tutto il mondo considerano il festival un appuntamento imprescindibile non solo per le proiezioni e le scoperte di nuovi restauri, ma anche per gli incontri e le trattative. I grandi studi come Disney, Warner Bros., Universal, Sony, Paramount e MGM presentano qui i restauri dei loro film.
Anno Uno
Il Cinema Ritrovato è stato ideato nel 1986. I primi anni Ottanta erano un periodo in cui il mondo guardava avanti, guardava al futuro. Erano gli anni in cui i personal computer entravano nelle case, gli anni del primo lettore CD commerciale, dei primi film in VHS. Nel 1985 era uscito il film Ritorno al futuro di Robert Zemeckis. In Italia, due giovani italiani iniziavano a guardare al passato, alla storia del cinema. Erano Gian Luca Farinelli, che oggi è ancora uno dei direttori del festival, e Nicola Mazzanti, poco più che ventenni. Come ha detto Peter von Bagh, «Ci vogliono dei giovani per inventare qualcosa del genere». Farinelli e Mazzanti, infatti, raccontano che non sapevano a quanti fotogrammi al secondo si proiettasse il cinema muto e non trovavano i film. Si sono fatti aiutare dalla stessa Cineteca di Bologna e da quelle olandesi e francesi, che erano già avanti in questo campo.
Il cinema è sempre stato una parte importante della formazione di Farinelli. I genitori lo portavano al cinema fin da quando era ragazzo, e lui sognava di diventare regista. Nel 1982, l’anno del suo esame di maturità, la Cineteca ha chiesto al suo cineclub di organizzare una rassegna. Ha poi iniziato a collaborare stabilmente con la Cineteca nel 1984: con il passare dei mesi, dice Farinelli, «ho capito che non ero un artista, ma che amavo molto quest’arte, e che valeva la pena consacrare il proprio tempo e la propria vita a conservare il lavoro degli artisti». Il Cinema Ritrovato è nato come rassegna della Mostra Internazionale del Cinema Libero, che prima si svolgeva a Porretta Terme e che proprio nel 1986 si è trasferita a Bologna. Il Cinema Libero era un importante anti-festival, fondato nel 1960 e che si poneva in netto contrasto con gli altri festival “borghesi”, proponendo film in antitesi ai vecchi schemi e vicini ai problemi contemporanei. Ha subito dimostrato una filosofia che poi Il Cinema Ritrovato ha in parte ereditato: la scelta di proiettare diversi film inediti o esclusi dai circuiti tradizionali dell’industria cinematografica.
All’inizio Il Cinema Ritrovato era un convegno di cinque giorni sulla conservazione e la diffusione del patrimonio cinematografico, con la partecipazione dei rappresentati delle più importanti cineteche italiane ed europee: un incontro tecnico, riservato agli addetti ai lavori. Allora si svolgeva tra fine novembre e inizio dicembre. Era un festival piccolo, tanto che Farinelli conosceva personalmente quasi tutte le persone che vi partecipavano, e aveva luogo solamente in via Pietralata 55, nel Cinema Europa, che si chiamava Cinema Lumière. Il primo film proiettato in assoluto è stato il cortometraggio Hotel delle ombre (1985) di Stefano Masi e Stephen Natanson, seguito da Voglio tradire mio marito (1925) di Mario Camerini. Grazie ai suoi ospiti importanti, il festival ha assunto una dimensione più spiccatamente internazionale già dalla quinta edizione. Il pubblico cresceva ma, durante i primi dieci anni, la stragrande maggioranza paradossalmente non era costituita da italiani. Una svolta molto importante è avvenuta nel 1995, quando è stato spostato in estate, tra giugno e luglio, e sono state introdotte le proiezioni serali in piazza Maggiore, che hanno permesso allo stesso festival e alla Cineteca di Bologna di instaurare uno stretto rapporto con la città, rendendo Il Cinema Ritrovato più popolare. Il primo film proiettato in piazza è stato Nosferatu (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau.
Anno Duemila
All’inizio degli anni Duemila c’è stato un altro grande cambiamento, con la nomina di Farinelli a direttore della Cineteca e con l’avvento del digitale, che ha permesso una crescita esponenziale del numero di film restaurati e proiettati. E gradualmente sono poi aumentate anche le proiezioni in piazza Maggiore. Farinelli confessa di essere stato scettico all’inizio, perché temeva che sarebbero stati obbligati a proiettare solo i film più noti, ma poi è rimasto positivamente sorpreso dall’incredibile risposta del pubblico, numeroso anche per i film più di nicchia. Nei primi anni, la maggior parte del pubblico era composta da archivisti, storici del cinema, professionisti del settore e giornalisti, e a queste categorie di persone si è aggiunta rapidamente quella dei giovani universitari, che lo consideravano (e considerano) un appuntamento imperdibile. Anno dopo anno, generazioni di studenti si sono accalcate sulle sedie in piazza Maggiore o sui gradini di marmo della Basilica per scoprire film prodotti decenni prima della loro nascita. L’anno scorso c’è stata la spettacolare proiezione in 70mm della versione restaurata di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg.
Il Cinema Ritrovato funziona con un sistema di accrediti: un pass consente di vedere tutti i film e gli eventi che si desidera durante il festival. Non si possono acquistare biglietti singoli, perché si entra in un festival e non in una semplice sala. Le proiezioni serali in piazza Maggiore sono l’unica eccezione: lì l’ingresso è sempre libero, per tutti. C’è chi non trova posto a sedere in piazza e guarda i film in piedi, chi invece si mette per terra, chi ancora, astutamente, si porta una sedia o uno sgabello da casa. Chi è più organizzato prende posto già nel pomeriggio, con la cena al sacco prima della proiezione. La prova più evidente che il modello Bologna funziona è l’enorme presenza di giovani, che rappresentano più della metà degli spettatori. Si vedono 20enni affollare proiezioni di film di cui non sapevano nulla, non spinti da un suggerimento di un algoritmo o di Letterboxd. Sono lì perché qualcuno ha avuto la cura di salvare quei film e di proporglieli. In un’epoca in cui si cerca disperatamente di capire cosa vuole il pubblico attraverso i metadati, Il Cinema Ritrovato risponde che il pubblico non vuole essere capito, vuole essere sorpreso, sfidato e stimolato.
Il Cinema Ritrovato celebra la lentezza della narrazione di un tempo, la necessità di restare insieme, seduti, in silenzio, senza intervalli. «Credo che ognuno abbia il ricordo di una prima proiezione, della prima volta che è stato al cinema, che è qualcosa di irripetibile», dice Farinelli. «Quella sensazione ci fa essere tutti uguali». Possiamo riviverla a Il Cinema Ritrovato. Anche l’industria americana conferma l’interesse dei giovani per i film e in particolare per quelli vecchi: la Generazione Z è la fascia di popolazione che va più spesso al cinema, anche perché cerca un’occasione di socializzazione, è interessata alle riedizioni di film classici – in forte espansione – e sempre di più ai film in pellicola. Forse perché, come sintetizza Elissa Federoff, presidente della distribuzione di Neon, «Ciò che è vecchio è nuovo per questo pubblico più giovane».
A Bologna ogni film proiettato al Cinema Ritrovato ha una storia da raccontare, spesso la storia del suo salvataggio. A renderlo possibile contribuisce L’Immagine Ritrovata, il laboratorio di restauro cinematografico fondato nel 1992, che fa parte della Cineteca di Bologna ed è considerato un punto di riferimento internazionale. Ha lavorato ad alcuni dei più importanti restauri degli ultimi decenni, come tutti i film di Charlie Chaplin, centoquattordici film dei fratelli Lumière, C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone, La dolce vita (1960) di Federico Fellini, Il Gattopardo (1963) di Luchino Visconti, Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini, Il Cameraman (1928) di Edward Sedgwick e Buster Keaton, Serpico (1973) di Sidney Lumet e Nosferatu (1922) di Murnau. Il primo film restaurato dal laboratorio è stato Maciste all’inferno (1926) di Guido Brignone. Il laboratorio realizza restauri analogici e digitali, che richiedono moltissime ore di lavoro di gruppo. «Quando si restaura un film, bisogna rispettarlo», spiega il direttore Davide Pozzi. «Non dobbiamo fare nulla di nuovo: tentiamo di restaurare un film com’era». Molti dei film restaurati vengono proiettati proprio durante il Cinema Ritrovato, ma anche nelle sezioni dedicate ai film classici dei festival di Venezia, Cannes e Berlino. Infatti, oggi quasi tutti i festival cinematografici più importanti hanno un programma di film classici: dal 2004 c’è Cannes Classics, dal 2012 Venezia Classici e dal 2013 Berlinale Classics. Il Cinema Ritrovato, però, li ha preceduti tutti, e di molto.
Restaurare un capolavoro
L’Immagine Ritrovata e la Cineteca di Bologna hanno una stretta collaborazione con il World Cinema Project di Martin Scorsese, un progetto della sua organizzazione no-profit The Film Foundation, che ha l’obiettivo di preservare e restaurare il patrimonio cinematografico. Cecilia Cenciarelli, codirettrice del Cinema Ritrovato, racconta che in fondo Scorsese non ha creato la Film Foundation solo per il nobile intento di conservare la storia del cinema, ma perché è un cinefilo ossessivo.
Cenciarelli si è formata negli anni Ottanta, nel centro Italia, in una provincia piccola e molto conservatrice, dove era molto difficile reperire i film: c’era solo un cinema che proiettava tutti i capitoli della saga di Indiana Jones e una videoteca. In un contesto così poco fertile per la sua formazione, ha sviluppato la sua cinefilia, come molti della sua generazione, registrando su VHS gli episodi del programma televisivo serale Fuori orario. Cose (mai) viste di Enrico Ghezzi, che proponeva film, frammenti e cortometraggi. In una breve intervista, Cenciarelli mi ha raccontato di averlo scoperto per caso, in seconda liceo: «Mi sembrò subito un programma segreto. C’era qualcosa di misterioso nel fatto che venisse trasmesso nel cuore della notte, a orari sempre diversi. Avevo davvero la sensazione di essere l’unica a guardarlo; che Enrico Ghezzi, con quella voce ipnotica e fuori sincrono, stesse parlando proprio a me, personalmente». Cenciarelli guardava il programma, che aveva registrato, dopo aver finito i compiti di scuola. Catalogava decine di cassette con interi film o spezzoni che avrebbe poi visto, accumulando «stupore e curiosità, ma anche tracce, indizi, enigmi». Spesso non sapeva cosa venisse mostrato, e rimaneva ammaliata in particolare dalla sigla: spezzoni di un film misterioso, che lei desiderava conoscere tutto. «Ricordo vividamente la prima visione di Dita Parlo sott’acqua: sospesa, volteggiante, immersa nella luce. Quel primo piano, gli occhi pieni di desiderio; e Jean Dasté che la cerca in un pulviscolo di bolle. Non avevo mai visto nulla di una bellezza così sconvolgente». Solo anni dopo ha scoperto che si trattava del film L’Atalante (1934) di Jean Vigo.
«Uno dei ricordi del mio primo festival, nel 2001» mi confida Cenciarelli, «è di quel giorno in cui fui inviata d’urgenza a recuperare in aeroporto un 35mm restaurato che usciva fresco di stampa dai laboratori Gaumont. Il volo aveva subito un ritardo e il film era in proiezione alla sera, una proiezione attesissima a cui avevamo dedicato il poster di quell’edizione: mi ritrovai su un taxi, finalmente seduta accanto all’Atalante di Jean Vigo». Cenciarelli segue la collaborazione della Cineteca con il World Cinema Project fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 2007. Il progetto è dedicato alla salvaguardia di film provenienti da tutto il mondo, con particolare attenzione a quelli dei paesi dove le condizioni climatiche, economiche e geopolitiche rendono la conservazione e il restauro ancora più complessi. Per volontà dello stesso Scorsese, il laboratorio e la Cineteca hanno un ruolo attivo in ogni fase del progetto.
Il restauro dei film è preceduto da una ricerca filologica molto lunga dei migliori materiali esistenti in tutti gli archivi del mondo, ed è poi supportato da uno studio dettagliato delle fonti extra-filmiche, che sono essenziali. Ad esempio, nel caso del cinema muto, la lista delle didascalie originali, il visto di censura o il copione di montaggio possono offrire indicazioni fondamentali. Cenciarelli ricorda il caso di Lucía (1968) di Humberto Solás: «Di questo film avevamo soltanto il negativo originale: nessuna copia di riferimento, nessuna indicazione precisa su come impostare il grading, cioè su come dare le luci al restauro. Ma fu una brevissima intervista al direttore della fotografia, Jorge Herrero, uscita sulla stampa locale dell’Avana nel 1968, a indicarci la direzione da seguire. Da lì capimmo che ogni capitolo aveva una fotografia distinta, un bianco e nero diverso, pensato in relazione al registro del racconto: più violento, più poetico, più vitale. Dopo mesi di ricerche riuscimmo anche a rintracciare telefonicamente il tecnico di laboratorio che aveva sviluppato il film. A più di ottant’anni, ricordava tutto, per filo e per segno».
Molto spesso trovare le pellicole vuol dire fare ricerche lunghe, pazienti e ostinate in giro per il mondo, alla ricerca di un film di cui si conosce solo titolo e di cui talvolta non si trovano nemmeno informazioni su Internet. Cenciarelli racconta di essere andata a Taipei nel 2009 per cercare film del regista Edward Yang, e di aver trovato i negativi di A Brighter Summer Day (1991) abbandonati nei locali degli studios di Taiwan e gravemente attaccati dalle muffe, in un grande sacco nero della spazzatura. Uno dei ritrovamenti recenti che le stanno più a cuore, dice Cenciarelli, è «il ritrovamento di quella che con ogni probabilità è l’unica copia esistente al di fuori della Siria di Stars in Broad Daylight (Nujum An-Nahar, 1988), il meraviglioso film del maestro siriano Ossama Mohammed, esiliato in Francia dal 2011 dal regime di Assad. Il film era stato mostrato una sola volta a Damasco, davanti a un pubblico di artisti e intellettuali, ed era poi stato immediatamente bandito in Siria e il negativo distrutto. Ossama mi aveva raccontato che negli anni Novanta il film era stato acquisito da un’emittente televisiva tedesca. Ho sfogliato decine e decine di guide TV tedesche per rintracciare l’emittente e trovare una copia nei suoi archivi. Durante la presentazione prima della proiezione al Cinema Ritrovato, Ossama, che credeva il suo film perduto per sempre, commosso ripeté più volte: “La dittatura è la colonizzazione della nostra immaginazione e della nostra umanità”. Insomma, a volte abbiamo la sensazione di aver ritrovato molto più di un film».
I film aspettano
Dopo anni di festival, l’età degli storici e dei pionieri del restauro si stava alzando, ed era quindi importante intercettare l’interesse di una nuova generazione di cinefili e studenti. Una nuova spinta è arrivata nel 2007, quando è stato inaugurato un corso di restauro condotto da L’Immagine Ritrovata, che ogni due anni porta al Cinema Ritrovato una cinquantina di aspiranti restauratori da tutti i continenti. Poi molti professori universitari, che venivano a titolo personale, hanno iniziato a portare i propri studenti al festival grazie a convenzioni. Oggi il pubblico è profondamente cambiato: accanto ai fedelissimi di lunga data, è diventato molto giovane e molto variegato.
Forse il festival di Bologna rimane un segreto ancora per molti. Ma per chi lo scopre, diventa un appuntamento irrinunciabile, un pellegrinaggio annuale. E potrebbe diventare un prototipo, un messaggio per l’industria, una dimostrazione che ogni città può trasformare i propri spazi in santuari della memoria cinematografica. Bologna valorizza il cinema, lo tratta con il rispetto dovuto, come arte, storia e memoria culturale. Ci offre qualcosa di diverso: cinema come esperienza collettiva, come rito condiviso. A Bologna, quell’incontro avviene ogni estate, da quarant’anni. I film aspettano.
