Hype ↓
19:22 martedì 10 marzo 2026
Il brand di Pat McGrath, una della make up artist più famose al mondo, ha dichiarato bancarotta E però ha già trovato nuovi investitori che sosterranno con 30 milioni la ristrutturazione dell'azienda.
Corrado Guzzanti è tornato a interpretare Vulvia di Rieducational Channel in un nuovo programma disponibile su RaiPlay L'occasione è il “talk botanico” La pelle del mondo, un programma dedicato alle piante e alla biosfera condotto dal botanico Stefano Mancuso.
Dal 19 marzo Milano avrà una via dedicata all’anarchico partigiano Giuseppe Pinelli Prenderà il posto dell'attuale via Micene, in zona San Siro, a due passi da dove viveva. Sulla targa ci sarà scritto "Via Giuseppe Pinelli, anarchico partigiano".
L’Iran è riuscito quasi ad azzerare il traffico nello Stretto di Hormuz usando le onde elettromagnetiche contro le navi È il jamming dei sistemi di navigazione che usano il Gps, una tecnica di guerra elettronica sempre più usata ed efficace.
Wikipedia ha modificato le pagine di diverse città della Striscia di Gaza descrivendole come se non esistessero più Dalle modifiche è nata un'accesa polemica, con molti che hanno ricordato come migliaia di persone vivano ancora in quei posti, anche se distrutti.
Il bilocale che fu la prima casa di Pasolini a Roma è diventato un museo e si può visitare L'appartamento fu acquistato nel 2024 dal produttore Pietro Valsecchi, che lo ha poi donato al Ministero della Cultura.
Diecimila scrittori hanno pubblicato un libro vuoto per protestare contro le aziende che “rubano” le loro opere per addestrare le AI Si intitola Don't steal this book e tra i firmatari ci sono anche Kazuo Ishiguro e Mick Herron, l'autore di Slow Horses.
Milena Gabanelli è diventata meritatamente virale per aver detto che «Dio non ci ha ordinato di metterci a 90 gradi» davanti agli Usa Lo ha detto durante un collegamento con il TgLa7 di Enrico Mentana, rimasto anche lui piuttosto sorpreso dalla severissima uscita della collega.

Il Caso Yara, un’altra storia italiana

Il documentario di Gianluca Neri, appena uscito su Netflix, è la contronarrazione di uno dei fatti di cronaca nera più discussi e traumatici della storia d'Italia.

19 Luglio 2024

«Uno come me, sono sicuro, c’è in ogni prigione»: inizia così uno dei racconti più belli scritti da Stephen King ,“Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”. Il protagonista è Andrew Dufresne, che viene condannato a due ergastoli per l’omicidio della moglie e dell’amante. Dufresne si è sempre dichiarato innocente ma tutte le prove sembrano proprio contro di lui, tanto che anche l’amico che conosce in carcere, la voce narrante, si convince della sua innocenza solo nel corso dei 19 anni che Andrew passa nella prigione di Shawshank. «Ma che diavolo è successo?», gli domanda una volta quell’amico, e lui sorridendo senza allegria risponde: «Penso che c’era un bel po’ di sfortuna in giro quella notte. Più di quanta se ne possa normalmente mettere insieme in così breve tempo». Massimo Bossetti è un Andrew Dufresne? È una domanda che deve avere assillato per anni anche Gianluca Neri, già ideatore e produttore del docu-film di successo Sanpa, uscito su Netflix.

Il lavoro di Neri sul caso Yara inizia ancor prima di quello di Sanpa: è da più di dieci anni che prende appunti, mette da parte video, foto, testimonianze. Finché non inciampa in quella che potrebbe essere una prova da portare al processo: riesce a reperire la foto di un satellite che ritrae il campo di Chignolo d’Isola, scattata prima del ritrovamento del corpo di Yara, ma in quella foto il corpo di Yara non c’è. Questo mette in discussione uno dei punti fermi dell’accusa, cioè che Yara sia stata uccisa e poi lasciata morire nel campo; ciononostante la prova non viene accolta dal giudice, ma Neri può così partecipare al processo come consulente – alla stampa sarà vietato di riprendere e registrare – e di poter leggere le 60 mila pagine dell’inchiesta. Si capisce il lavoro puntiglioso che c’è dietro questo documentario, la voglia di mettere ordine a tutto, soprattutto la volontà di far capire che no, la storia non è solo quella che ci hanno raccontato fino ad ora: che Massimo Bossetti è colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Piccola digressione: le storie di Yara Gambirasio e di Emanuela Orlandi hanno dei punti di contatto. La prima va in palestra, la seconda a scuola di musica, e poi entrambe spariscono. Ciononostante quei luoghi, gli ultimi in cui vengono viste in vita, rimangono sempre sullo sfondo. Poi la storia di Emanuela Orlandi diventa una specie di tumore maligno, se abbiamo l’ardire di considerare i frammenti di storia come cellule cancerose, che possono proliferare se attecchiscono nel posto giusto, cosa che succede nel caso della Orlandi, dove lo scenario è una Roma patria di mille mitomanie. Quella di Yara, invece, rimane localizzata, dunque non abbiamo – grazie al cielo – Papi e Presidenti della Repubblica, l’uomo dell’Avon e l’Amerikano, boss e pupe della banda della Magliana. Abbiamo però un pubblico ministero, Letizia Ruggeri, che prende un frammento di quella storia – il Dna di Ignoto 1 – e si convince che quella è la pista giusta, anzi l’unica (e d’altronde è un Dna estratto da “tracce organiche” sulle mutandine di Yara).

Da quel momento in poi, tutto girerà intorno a quel frammento, la cui storia è raccontata in maniera ancora più approfondita nella docuserie della Bbc Ignoto 1 – Yara, Dna di un’indagine. In questa docuserie, la protagonista principale è proprio Letizia Ruggeri: la vediamo allenarsi implacabilmente in piscina, ammirandone il fisico asciutto con i muscoli in evidenza; la vediamo mettere il casco e salire sulla sua moto da corsa. Ignoto 1 diventa l’ossessione di Ruggeri, ammette che il caso di Yara Gambirasio l’ha colpita più di altre storie, perché «anche lei è una mamma». Nella docuserie della Bbc si ricostruisce il girovagare di questo Dna da laboratorio a laboratorio, si sente la pressione che tutti provano; si vedono le decine di migliaia di test che vengono fatti e le sorprese che le analisi riservano. Gli eventi sembrano accelerare improvvisamente quando trovano il nipote dell’autista Giuseppe Guerinoni, che frequenta la discoteca vicino a Chignolo d’Isola, e deflagrare all’apparizione di Ester Arzuffi, la madre di Bossetti, personaggio che pare scritto da Georges Simenon. «La sensazione è che non fossimo noi a condurre le indagini e a scoprire le cose, ma una forza superiore che decideva quando e come darci delle tracce fino alla verità», dice un colonnello dei carabinieri.

Senonché alla fine della visione della docuserie della Bbc, che pure doveva elogiare l’operato del pubblico ministero, per la prima volta si capisce che se c’era una forza superiore doveva essere piuttosto un’entità sadica, che si stava divertendo un mondo a spargere confusione e dolore. La sensazione, che si rafforza ancora di più guardando il documentario Netflix, è che quei milioni siano stati spesi in indagini per scoprire non tanto Ignoto 1, ma i rapporti extraconiugali di Ester. La narrazione del caso Yara in quegli anni è stata ossessiva, e questo viene messo particolarmente in risalto nella serie di Gianluca Neri, che riporta spezzoni di trasmissioni televisive, di colleghi giornalisti che “stanno solo facendo il loro lavoro”, di salotti in cui esperti in criminologia si contorcono nello sforzo di trovare la frase che faccia più colpo sul pubblico, quella che faccia partire più applausi. Si vede addirittura un’inaspettata Licia Colò, che dice una cosa che non avrebbe dovuto dire, e che arriva ai Gambirasio prima ancora che questi siano stati informati dagli inquirenti. Rivediamo con orrore il montaggio “fatto per la stampa” del presunto camion che gira intorno alla palestra, che si scopre non essere quello di Bossetti. L’arresto di Massimo Bossetti è avvenuto con un dispiegamento di forze che di solito si riserva ai boss della mafia. Vediamo le immagini nelle quali viene inseguito dalla folla. «È stata un’ipnosi collettiva», dice Luca Telese, uno dei giornalisti intervistati per il documentario; «A me sembra che più che applicare la presunzione d’innocenza, stiamo applicando la presunzione di colpevolezza», commentava Mentana all’epoca in una puntata di Bersaglio mobile.

Gianluca Neri propone una contro-narrazione, che usa volutamente tutti i trucchi e gli effetti offerti dalla società dello spettacolo: è impossibile non piangere di fronte alle immagini del funerale, l’organo drammatico in sottofondo, a cui piano piano si sostituiscono le proclamazioni d’innocenza di Massimo Bossetti, un uomo soprannominato “il favola”, cioè con tendenze da romanziere ma molto scarso, che online è diventato un meme, con quella foto sul divano mentre stringe il gatto e i due cani. Certo, sarebbe meglio fare i processi in tribunale e non in televisione e sui social, ma ormai i famosi buoi sono scappati ed è tutta una lotta tra “narrazioni”, che talvolta si avvalgono direttamente di shitstorm, prima ancora che il reato arrivi in tribunale. Gli spettatori da casa si polarizzano, come al solito, in colpevolisti e innocentisti, ma questo documentario prova a far emergere una terza categoria, di solito la più silenziosa: quella dei dubbiosi. In fondo, è dubbiosa anche l’anatomopatologa Cristina Cattaneo, che alla fine quasi si lancia a dire «l’idea che si è fatta» ma poi ci ripensa, sospira, rotea gli occhi, dice mica posso rifare qui il processo.  Dice «forse…». Forse quella sera c’era un bel po’ di sfortuna in giro.

Articoli Suggeriti
Il bilocale che fu la prima casa di Pasolini a Roma è diventato un museo e si può visitare

L'appartamento fu acquistato nel 2024 dal produttore Pietro Valsecchi, che lo ha poi donato al Ministero della Cultura.

Diecimila scrittori hanno pubblicato un libro vuoto per protestare contro le aziende che “rubano” le loro opere per addestrare le AI

Si intitola Don't steal this book e tra i firmatari ci sono anche Kazuo Ishiguro e Mick Herron, l'autore di Slow Horses.

Leggi anche ↓
Il bilocale che fu la prima casa di Pasolini a Roma è diventato un museo e si può visitare

L'appartamento fu acquistato nel 2024 dal produttore Pietro Valsecchi, che lo ha poi donato al Ministero della Cultura.

Diecimila scrittori hanno pubblicato un libro vuoto per protestare contro le aziende che “rubano” le loro opere per addestrare le AI

Si intitola Don't steal this book e tra i firmatari ci sono anche Kazuo Ishiguro e Mick Herron, l'autore di Slow Horses.

In La mattina scrivo Valérie Donzelli dice quello che nessuno osa dire su povertà e libertà nel lavoro creativo

Il film racconta con un misto di cinismo e rassegnazione la realtà di chi oggi prova a intraprendere una qualsiasi carriera artistica, tra illusioni di radicalità, privilegi, soldi e tempo che non bastano mai. Ne abbiamo parlato con la regista.

Tutti i teatri dell’opera del mondo stanno massacrando Timothée Chalamet, compresa la Scala di Milano

L'attore ha detto che «a nessuno importa del balletto e dell'opera». Il teatro ha risposto con un video piuttosto piccato.

Il video del nuovo singolo di Olivia Rodrigo è un montaggio di video fatti dai bambini di Gaza, del Sudan, dell’Ucraina e dello Yemen

Lo ha pubblicato su Instagram per promuover l'uscita del disco di beneficienza Help(2), per il quale ha realizzato una cover di "The Book of Love".

A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo

Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.