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Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.
La CDU, il partito di maggioranza in Germania, vuole abolire il diritto di lavorare part time Secondo il partito del cancelliere Merz, la crisi economica tedesca è colpa soprattutto dei troppi lavoratori che decidono di fare part time.
I cittadini di Minneapolis hanno organizzato una festa per il licenziamento di Greg Bovino davanti all’hotel dove alloggiava Cori, canti, balli, musica, festeggiamenti. Fino a quando la polizia non è intervenuta per interrompere violentemente il party improvvisato.
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
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Sfatare il mito del borgo italiano

Nel suo Paesi Invisibili l'antropologa Anna Rizzo fa un racconto arrabbiato e sincero dei paesi italiani: al di là del marketing, restano posti difficili da capire e da vivere, dai quali molti fuggono e alcuni, con fatica, ritornano.

20 Luglio 2022

I borghi italiani sono diventati in questi anni una forma di lessico. «Restanza, terre dell’osso, alte, rugose, dell’abbandono, comunità resilienti, paesologia, southworking, abitanti temporanei». L’elenco viene da I paesi invisibili – Manifesto sentimentale e politico per salvare i borghi d’Italia (Il Saggiatore). Lo ha scritto un’antropologa, Anna Rizzo, è un libro che è tante cose diverse: è davvero un «manifesto sentimentale», come da sottotitolo, ma è anche un canto della rabbia. È la storia di come il marketing dell’abbandono a scopi turistici abbia digerito decenni di letteratura, poesia, antropologia, ricerca sociale, per creare un prodotto seducente costruito sul senso di colpa. Sono gli stessi anni che Rizzo ha passato seduta sul divano delle vecchie di paese a guardare la messa in tv o a spalare letame con i pastori o a farsi curare dai veterinari perché qui non arrivano nemmeno i medici. Gli stessi paesi abbandonati per decenni, remoti, fatiscenti, vuoti, sono stati brevemente trasformati in borghi start-up, la materia di cui è fatta la tv della domenica, poi sono arrivati i webinar e i bandi di riattivazione. E infine noi.

Le aree interne italiane sono un’espressione geografica complicata: le possiamo chiamare paesi, o borghi, o davvero «terre dell’osso», come faceva il meridionalista Manlio Rossi-Doria per contrapporle a quelle della polpa, perché nei paesi siamo quasi sempre in alta collina e in montagna, su spunzoni ossuti di roccia, dove l’orografia conta quanto il dialetto. Ho conosciuto per la prima volta Anna Rizzo mentre mi trovavo in uno dei tanti paesi italiani che resistono alla dissolvenza: Fontecchio, bellissimo borgo terremotato in provincia dell’Aquila. Ero in missione per un giornale americano, al quale avevo venduto la seduzione da esportazione degli italian hamlet che provano a rinascere, usando l’arte, il turismo, l’agricoltura, le residenze d’artista, i co-working, gli alberghi diffusi. Una persona mi disse: forse dovresti leggere i post di Anna Rizzo. Chi è? Un’antropologa arrabbiata. Li lessi e le mandai una mail. Ci parlammo: fu la mia pillola rossa per uscire dall’intossicazione da hype. Mi parlò di misoginia, di omofobia, di xenofobia, di comunità che sanno essere feroci, di come l’accademia che si occupa di aree interne sia composta da feudi di maschi anziani che romanticizzano le loro seconde case. Era una voce diversa, che non sapevo come inserire nel mio racconto, perché era un racconto completamente diverso. Ero effettivamente parte del problema.

Era l’estate del 2020. Mi disse che stava scrivendo un libro, che lì dentro ci sarebbe stato tutto, ci ha messo due anni, nel tempo del marketing è come aver scollinato un’era geologica. Nell’estate in cui ero in viaggio per la rivista americana, i borghi erano zeitgeist: il turismo di prossimità, l’aria buona, il distanziamento fatto esperienza salubre. Uscivamo dal lockdown e questi posti che in lockdown vivono da sempre per colpa della geografia ci sembravano massima espressione della libertà. Stefano Boeri aveva fatto un’intervista su Repubblica nel marzo 2020 in cui aveva detto: dovremmo tutti vivere nei borghi. È come quando Chiara Ferragni dice: dovremmo essere tutti femministi. Tre mesi dopo andammo tutti in Abruzzo, in Calabria, in Molise. Fu entusiasmante. Quanto è bella l’Italia vicina, aveva ragione Linea verde, e io ingrato che per tutti quegli anni avevo cambiato canale ogni volta che vedevo il giornalista con la coppola assaggiare formaggi e toccare bestiame. Oggi è l’opposto, siamo disposti ad affrontare qualunque periplo aeroportuale pur di non dover visitare un altro paese da venti abitanti sull’Appennino, pur di non dover comprare un altro panino da una cooperativa di comunità, un affettato narrativo che ci racconta una storia di animali trattati bene e giovani che tornano e ruderi che sconfiggono il corso del tempo. Oggi vanno di nuovo tutti a Mykonos, Santorini, Ibiza, Lapponia, Islanda, se proprio devo passare una serata con artisti residenti a bere alcolici, che almeno siano i Sigur Ros. Ci siamo innamorati e poi ci siamo stancati, come sempre succede quando non capiamo cosa di preciso stavamo amando.

I paesi invisibili ci mostra quello che non avevamo capito: cosa sono i borghi. Terre suggestive e difficili, dove effettivamente ci sono italiani giovani che decidono di tornare, e dove il prezzo che pagano, quando lo fanno, è altissimo. Rizzo racconta di un webinar sullo smart working dove una delle immagini usate era quella di «una ragazza seduta su uno strapiombo affacciato su una vallata con un portatile sulle ginocchia». Di recente ho passato un bellissimo weekend a Razzuolo, in Mugello, per un festival su questo tema: ho potuto mandare l’ultimo messaggio su WhatsApp dalla stazione ferroviaria di Ronta il venerdì, sono tornato ad avere un legame col mondo esterno la domenica, se avessero sparato a Mattarella lo avrei scoperto due giorni dopo, l’ultima esperienza di disconnessione così totale l’avevo avuta in Sahara Occidentale, altro che laptop sullo strapiombo. Di recente l’Uncem, l’Unione dei comuni montani, ha protestato (invano) perché ai paesi invisibili hanno tolto pure Italia 1, Canale 5 e Rete 4. Rizzo racconta come chi davvero affronta il ritorno all’area interna italiana in modo non turistico deve essere disposto a negoziare quello che noi non negozieremmo mai: l’assistenza sanitaria, un’ambulanza che arrivi in meno di un’ora, delle strade praticabili anche a gennaio, il diritto al trasporto pubblico, a una vita culturale, a un liceo per i figli che non sia a cinquanta chilometri di distanza.

È una storia sentimentale, come promette il titolo, e non neutrale: alcuni paesi moriranno, scrive Rizzo, e non ci si può fare niente, e i giovani vanno via, e non possono essere colpevolizzati, devono andare via. Altri paesi rinascono. Non per gli alberghi diffusi, che sono una forma di feticismo della povertà, perché vendono a centinaia di euro a notte la stessa esperienza che cinquant’anni fa era miseria. Non con i community manager o gli attivatori o i procacciatori di bandi, ma per un faticoso lavoro che si concede quello che il marketing non ha per costituzione: il tempo. Un lavoro partito prima della pandemia e dell’ondata di hype e che prosegue anche ora che quell’ondata sta piano piano scemando. I borghi non si salveranno per pietà, o cattiva coscienza, per lo sforzo di un manipolo di filantropi nostalgici illuminati. Questa piccola storia di colonialismo interno ha prodotto tanti bandi, ha mosso risorse, ha creato professioni effimere e dato vita a un turismo distratto che guarda già altrove. I borghi che si rivitalizzeranno, ci riusciranno per la forza interna che sapranno trovare. «I paesi non hanno discendenti», scrive l’antropologa, «perché le nuove generazioni fortunatamente sono già altro. Quando sentiamo dire che i paesi stanno vivendo una rivoluzione, in realtà stiamo assistendo alla rottura di una tradizione». Una storia molto più difficile da raccontare e da vendere, meno addomesticabile, ma anche più interessante, con più futuro davanti.

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