Il film in cima al botteghino italiano e mondiale lo ha diretto un 20enne che fino a ieri pubblicava i suoi video su internet. Ed è proprio questo ad aver reso Backrooms un fenomeno globale.
Per gli studios, i film horror sono sempre più un investimento a basso rischio: costano poco, tendono ad andare bene al botteghino e rappresentano un’ottima palestra e vetrina sia per giovani registi che nuovi interpreti da lanciare.
La sorpresa semmai sta in come chi li realizza abbia smesso da tempo di considerarli un rito di passaggio o una tappa obbligata della carriera. Sempre più autori costruiscono interi percorsi all’interno del genere, anche dopo aver ottenuto riconoscimenti e maturato l’esperienza necessaria per fare il presunto “salto di qualità”. Per tutta una nuova generazione di cineasti non è più necessario abbandonare l’horror per fare cinema d’autore, dove oggi si può fare cinema di grande ambizione e plauso critico. Nel 2026 fenomeni del botteghino come Obsession e Backrooms hanno confermato il legame sempre più stretto tra l’horror e l’avanguardia di una nuova generazione di registi appartenenti alla Gen Z. Presto saranno chiamati a decidere se continuare nel genere o approdare a film di impianto più tradizionalmente drammatico.
A precederli e spianare loro la strada c’è stata la generazione dell’elevated horror, oggi attorno ai quarant’anni. Nello scorso decennio registi come Jordan Peele, Robert Eggers e Ari Aster hanno rinnovato il cinema horror imprimendogli una fortissima, esplicita identità autoriale. È una generazione cresciuta divorando horror (spesso amandoli quanto più del canone tradizionale) e che anche dopo il successo è rimasta profondamente legata al cinema di genere. Invece di uscirne, ne ha allargato i confini, portando dentro l’horror ambizioni, temi e libertà espressiva che tradizionalmente appartenevano al cinema d’autore.
Di questa generazione fa parte anche l’irlandese Damien McCarthy, arrivato al lungometraggio più tardi rispetto ai suoi coetanei. Dopo oltre dieci anni trascorsi a realizzare corti horror mentre si manteneva lavorando come elettricista, nel pieno della pandemia riesce a girare Caveat, produzione super indipendente che trova il suo pubblico grazie all’entusiasmo dei festival e degli appassionati del genere. Seguono Oddity e Hokum, folk horror di forte influenza kingiana. Ambientato quasi interamente in un remoto hotel irlandese, ha per protagonista uno scrittore di narrativa dell’orrore in crisi creativa che si ritrova coinvolto nella sparizione di un dipendente dell’albergo. Ancora una volta fieramente indipendente, Hokum ha attirato l’attenzione di NEON, con una distribuzione estiva che ha portato McCarthy sotto i riflettori.
Non c’è forse autore migliore a cui chiedere perché continuare a scegliere l’horror. Infatti la prima cosa che McCarthy mette in chiaro è che, pur avendo oggi più mezzi e una visibilità impensabile fino a pochi anni fa grazie a Hokum, non ha alcuna intenzione di abbandonare il genere. Mi racconta di come la sua generazione sia cresciuta guardando horror, spesso molto prima dell’età consigliabile per farlo. Sottolinea come quei film abbiano insegnato loro non solo a divertirsi e a spaventarsi, ma anche che un piccolo spavento infantile ppssa trasformarsi, col tempo, in una vocazione artistica. Un percorso che emerge anche dalle parole di Adam Scott. Pur arrivando da una carriera molto diversa e associata soprattutto alla commedia e alla serialità, nello spiegare perché è entrato nel cast prettamente irlandese di Hokum l’attore racconta un rapporto altrettanto precoce con il cinema horror, confermando come questa familiarità non appartenga solo ai registi, ma anche a un’intera generazione di interpreti. Per entrambi, l’horror è un linguaggio da abitare, sperimentare e continuare a scegliere.
ⓢ Come mai ha scelto proprio l’horror come genere in cui raccontare le sue storie?
Damien McCarthy: È un amore che nasce da quando ero bambino. Andavo in biblioteca e prendevo sempre in prestito libri pieni di presunte fotografie di fantasmi, immagini che avrebbero immortalato spiriti comparsi davanti all’obiettivo. C’era un volume in particolare che mi terrorizzava; era sempre lo stesso. Purtroppo non ricordo più il titolo, ma all’epoca era piuttosto famoso ed era interamente dedicato a fotografie di presunti fantasmi catturati da fotografi su pellicola.
I miei genitori avevano un negozio di videocassette e io da ragazzo passavo praticamente tutto il tempo nel reparto horror: tornavo sempre a casa con film del terrore da vedere sul divano. C’era qualcosa in quel genere che mi affascinava profondamente: mi piaceva avere paura. Di giorno mi sentivo coraggiosissimo mentre guardavo quei film, poi arrivava la notte e mi chiedevo perché mai avessi deciso di spaventarmi in quel modo. Quella passione non mi ha mai abbandonato: ancora oggi adoro l’horror, cerco di vedere tutto quello che esce e mi entusiasma quando qualcuno mi consiglia un film che non conosco. In quei casi penso subito: “Non ne ho mai sentito parlare, devo assolutamente recuperarlo”. È semplicemente una delle mie più grandi passioni.
ⓢDopo tanti anni dedicati all’horror, senti che il tuo modo di approcciare il genere sia cambiato o evoluto?
Damien McCarthy: Da registi con il tempo si cerca di diventare sempre più bravi. Si impara tantissimo osservando le reazioni del pubblico durante le proiezioni, ma anche lavorando insieme agli attori e alla troupe.
Mi lascio ispirare da tutte le persone con cui collaboro e anche dagli altri registi che stanno sperimentando cose nuove. È un confronto continuo, che ti costringe a rimanere sempre sul pezzo, a cercare nuovi modi per spaventare gli spettatori e raccontare storie interessanti all’interno del genere. È un territorio che mi piacerebbe continuare a esplorare ancora per un po’. Allo stesso tempo amo profondamente anche la fantascienza, i film d’avventura e l’action, quindi prima o poi mi piacerebbe cimentarmi anche con quelli. Per il momento credo che resterò ancora nell’horror.
ⓢ Adam, qual è il tuo rapporto con il genere horror, uno dei più popolari in questi anni al cinema?
Adam Scott: Mi piacciono moltissimo i film horror. Per me, però, i migliori horror sono prima di tutto grandi film e solo dopo grandi film di genere. Ho sempre bisogno di trovare personaggi forti e una storia coinvolgente. Oggi proprio nell’horror si vedono alcune delle forme di narrazione più creative in assoluto. Film come Get Out, Sinners o Weapons dimostrano quante cose si possano raccontare attraverso il linguaggio dell’orrore. Tra i film che mi hanno segnato da ragazzo citerei Poltergeist, Un lupo mannaro americano a Londra e La cosa. Li ho visti decisamente troppo presto e probabilmente mi hanno lasciato anche un piccolo trauma… ma un trauma positivo, perché mi mostrarono qualcosa di davvero straordinario. Oggi li riguardo almeno una volta all’anno e riesco ad apprezzarli ancora di più, riconoscendo quanto siano grandi storie e film realizzati magnificamente.
ⓢ Il termine hokum è di origine americana e sembra slegato dal folklore irlandese che permea la pellicola. C’è un significato particolare dietro questo titolo?
Damien McCarthy: Ho sempre avuto un debole per i titoli composti da una sola parola, lo si capisce dai miei film precedenti Caveat, Oddity e adesso Hokum. Hokum è una parola un po’ antiquata, credo che l’ultima volta che l’ho sentita pronunciare sia stato trent’anni fa, probabilmente da mio nonno, che soleva dire: “That’s a lot of hokum” ovvero pressapoco “sono tutte sciocchezze”. Mi sembrava un titolo molto efficace, facile da ricordare e abbastanza accattivante. Allo stesso tempo descrive perfettamente lo stato mentale del protagonista, che liquida con estrema sufficienza qualsiasi storia riguardi fantasmi, l’aldilà o le streghe. Per lui sono semplicemente sciocchezze, assurdità.
ⓢ Hokum è una pellicola horror incentrata almeno in apparenza sull’archetipo horror dello scrittore intrappolato in un hotel. Cosa ti affascinava di questo topos?
Damien McCarthy: Gli scrittori trascorrono moltissimo tempo da soli e questo può portarli a chiudersi nel proprio mondo interiore, nel tentativo di risolvere qualcosa dentro di sé: è esattamente la condizione in cui si trova il protagonista del film, oltre a tutto il resto del bagaglio che si porta dietro. Mi sembrava una professione perfetta per accentuare il suo isolamento, renderlo ancora più perso nei propri pensieri e poco incline ai rapporti sociali. Inoltre la scrittura nel film diventa anche uno strumento narrativo: permette di mostrare come il modo di scrivere del protagonista cambi insieme a lui, riflettendo la sua evoluzione personale.
ⓢ Il protagonista di Hokum è un personaggio decisamente difficile da amare, soprattutto all’inizio del film. Da attore ha vissuto questa caratteristica come una sfida?
Adam Scott: È stato proprio uno degli aspetti che mi ha attirato di più del progetto. Damien ha detto una cosa che condivido molto: normalmente l’arco narrativo di un protagonista horror è quello di una persona che passa dall’essere fragile al diventare sempre più dura e combattiva. Qui accade l’esatto contrario: il personaggio si ammorbidisce progressivamente, man mano che scopre una possibile strada per perdonare sé stesso, fare pace con il proprio passato e trovare finalmente il coraggio di aprirsi alla prospettiva di vivere il resto della sua vita con uno sguardo diverso.
ⓢ L’hotel protagonista del film e la sua inquietante suite nuziale esistono davvero?
Damien McCarthy: All’inizio abbiamo cercato un albergo vero, ma tutti quelli che visitavamo erano troppo piccoli. Per me è fondamentale poter lavorare in un ambiente confortevole, dove si possa continuare a essere creativi senza passare il tempo a urtare le pareti o a pestarsi i piedi a vicenda. Alla fine abbiamo trovato una residenza privata nel West Cork, vicino a dove vivo. Da lì è stato soprattutto un lavoro di scenografia e direzione artistica: l’edificio aveva già splendidi stucchi e bellissime lavorazioni in legno, quindi si è trattato di valorizzarne tutte le caratteristiche. Una volta individuata quella location, che nel film è la hall dell’hotel, abbiamo costruito la suite nuziale all’interno dei West Cork Studios di Skibbereen, dove abbiamo realizzato gran parte delle riprese. L’obiettivo era far sì che il passaggio tra gli ambienti risultasse il più naturale possibile, senza dare l’impressione che il piano superiore appartenesse improvvisamente a una classica casa infestata.
Adam Scott: Dopo settimane trascorse lì dentro continuavo ancora a scoprire nuove parti ella stanza piene di piccoli particolari inquietanti, come statuette e oggetti strani. C’era uno strato di polvere su ogni superficie e l’illuminazione rimaneva costantemente bassa: anche a fine giornata non accendevamo mai davvero tutte le luci, rimanendo nella penombra. Pur essendo un set, aveva una personalità fortissima. Trasmetteva davvero la sensazione di un luogo vissuto, nonostante fossimo semplicemente su un teatro di posa.
ⓢ Guardando il film mi ha colpito l’assenza degli smartphone. Non fosse per il laptop del protagonista, non sarebbe così facile capire in quale periodo storico sia ambientata la vicenda. È stata una scelta consapevole?
Damien McCarthy: Cerco semplicemente di evitare situazioni in cui un personaggio debba tirare fuori il cellulare e dire: “Non riesco a chiamare i soccorsi”. Perché perdere tempo con una scena del genere? Preferisco eliminarla del tutto. Questa scelta offre anche maggiore libertà ai costumi, alla scenografia e alla scelta delle location. Permette di privilegiare l’oggetto più interessante, quello con la texture più bella o con più personalità, invece di preoccuparsi continuamente che tutto sia perfettamente coerente con un’epoca precisa. Lasciare il periodo storico indefinito produce due effetti. Il primo è che lo spettatore resta inconsciamente disorientato, continuando a chiedersi quando sia ambientata la storia. È come quando si ascolta un racconto che qualcuno ti sta narrando tralasciando alcuni dettagli importanti. Il secondo vantaggio riguarda l’invecchiamento del film. Se l’avessi ambientato dichiaratamente nel presente, fra dieci anni potrebbe apparire già molto datato. Io invece spero che tra dieci o vent’anni possa ancora sembrare un film appena realizzato. Penso spesso a La cosa di John Carpenter, un film di cui io e Adam parliamo continuamente perché lo adoriamo entrambi. Dato che si svolge in Antartide e ha personaggi che indossano semplici tute da lavoro, ancora oggi sembra molto contemporaneo. Non c’è nulla che lo leghi in maniera troppo evidente a un periodo storico ben specifico: amo molto i film capaci di ottenere questo effetto.
