Dopo l’uccisione di Khamenei, nessuno sembra avere un piano per l’Iran. Che ne sarà allora della gioventù iraniana, quella a cui Trump si è rivolto per «rovesciare il regime»?
In principio, per Donald Trump, fu Qasem Soleimani. Il Comandante della Quds Force delle Guardie rivoluzionarie iraniane, l’artefice dell’asse sciita in Medioriente, dalla Siria all’Iraq, con Teheran al centro, centrato da un missile a Baghdad. Poi fu la volta di Assad, travolto e costretto alla fuga dalle milizie del gruppo Hayat Tahrir al-Sham capeggiate da Ahmed al-Sharaa, ex jihadista poi “ripulito” con tanto di completo e cravatta rossa e ricevuto alla Casa Bianca. Infine, Maduro, catturato con l’accusa di guidare un narcostato – nonostante perfino la Dea consideri il Venezuela marginale nella produzione e traffico globale – che “incidentalmente” vendeva petrolio alla Russia e riforniva la vicina Cuba.
Per tutti questi dittatori e alti funzionari di regime, il trattamento scelto da Washington è stato lo stesso. Eliminare la testa e lasciare che governanti suoi accoliti la rimpiazzassero liberi di fare i propri affari a condizione che non interferissero con quelli di Trump: “You break it, you own it”, era la formula di Colin Powell, Segretario di Stato sotto la presidenza di George Bush Jr. Ma il mondo è cambiato radicalmente da allora. Intervenire, anche militarmente, per decapitare o distruggere un sistema di potere non presuppone più la presa in carico delle conseguenze politiche e sociali di quel vuoto. Appellarsi al concetto di responsabilità internazionale, in un momento dove l’epicentro stesso del multilateralismo – le Nazioni Unite – rischia di essere ridotto a un passacarte del Board of Peace che ha contribuito a far nascere, vale poco o nulla. Specie, se ti chiami Donald Trump.
Ma l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei e di gran parte dei funzionari di più alto rango del regime a Teheran da parte di missili israeliani, con il supporto dell’intelligence statunitense, rischia di mettere in crisi la strafottenza di Trump. Perché tentando di decapitare “il serpente iraniano” eliminando la sua Guida suprema, Washington e Tel Aviv si sono trovate di fronte a una risposta immediata, dispiegata tanto in ambito militare con i missili balistici e i droni diretti in tutta la regione del Golfo e perfino verso Cipro e la Turchia, quanto in ambito economico con la progressiva chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20 per cento del traffico di petrolio e gas naturale liquefatto mondiale. Segnali che Teheran non ha perso la testa dopo il 28 febbraio. Piuttosto, il serpente è diventato un’idra.
«Se guardiamo alla storia dell’Iran prima della rivoluzione khomeinista, è chiaro perché il regime sia ossessionato dalla continuità,» spiega Ali Hashem, giornalista di Al Jazeera ed esperto di Iran alla University of London. «La caduta dei Safavidi, il caos seguito all’assassinio di Nader Shah, il sovrano guerriero del XVIII secolo, e le guerre civili dopo Karim Khan Zand, fondatore della dinastia Zand, sono moniti storici che l’élite iraniana legge come avvertimenti contro ogni vuoto di potere. Pur essendo figure storiche antecedenti alla Repubblica islamica, quei disordini di potere sono nella memoria politica come segnali di frammentazione e disordine. Oggi, la struttura istituzionale della Repubblica islamica è costruita per impedire che simili vuoti possano paralizzare il Paese.»
La visibilità concentrata nella figura della Guida suprema – legittimità religiosa, comando delle forze armate e arbitrato politico — è solo la punta di un sistema pensato per sopravvivere a se stesso. La Costituzione prevede che, in caso di morte o incapacità della Guida, i suoi poteri passino a un consiglio provvisorio composto dal presidente, dal capo della magistratura e da un religioso selezionato attraverso il Consiglio per il Discernimento, in attesa che l’Assemblea degli esperti nomini il successore. Non esiste un termine fissato: in caso di guerra, la transizione può durare quanto necessario a garantire continuità e stabilità.
«Il sistema è stato costruito per resistere, non per crollare quando la testa cade,» ha aggiunto Hashem. «La Costituzione e le élite clericali non affidano tutto a una sola persona, ma valutano diversi candidati con influenza religiosa e militare. Questa pluralità di opzioni è ciò che consente al sistema di continuare a funzionare anche in momenti di enorme stress». Questa architettura non è un dettaglio, ma il frutto di una logica istituzionale che cerca di evitare lo spettro di disordine e frammentazione. Il Consiglio dei guardiani filtra la politica e impedisce derive incontrollate; la Guardia rivoluzionaria islamica, con la sua rete economica e di intelligence, garantisce la sicurezza del regime da minacce esterne; i Basij assicurano controllo territoriale capillare; magistratura e apparati informativi operano come livelli aggiuntivi di stabilizzazione.
Un punto però sfugge a questo meccanismo basato sulla primazia dell’apparato statale sul singolo. E cioè che siccome da sabato scorso l’Iran è in guerra, il nome della prossima Guida suprema potrà essere indicativo delle intenzioni di Teheran di continuare la guerra o sedersi al tavolo delle trattative. Mercoledì l’agenzia semi‑ufficiale Mehr ha citato Ahmad Khatami, membro dell’Assemblea degli Esperti, secondo cui «le opzioni di leadership sono state identificate e siamo vicini alla selezione del leader». L’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, ha indicato che la decisione potrebbe arrivare già la prossima settimana. Il nome che resta favorito è quello di Mojtaba Khamenei, figlio secondogenito del defunto leader. Cinquantasei anni, di formazione teologica, ma con un passato nei Guardiani della rivoluzione sul campo in Iraq, conserva rapporti molto stretti con i Pasdaran e i Basij. Una linea “lealista”, quella che porta a Mojtaba, in continuità con l’operato del padre.
Se la macchina della successione iraniana si muove attraverso meccanismi collaudati in quasi 50 anni di regime e spietatamente razionali, a Washington il quadro appare molto più confuso. Dopo aver autorizzato i raid congiunti con Israele che hanno portato alla morte di Khamenei, Donald Trump è stato ambiguo sugli obiettivi dell’operazione Epic Fury. Prima la guerra doveva neutralizzare il programma nucleare iraniano; poi è sembrata trasformarsi in una campagna di decapitazione del regime; quindi, la Casa Bianca ha ridimensionato. Davanti alla Commissione per le forze armate del Senato, il responsabile delle politiche del Pentagono Elbridge Colby ha chiarito che l’uccisione di Khamenei «è stata un’operazione israeliana» e che la campagna americana mira solo al «degrado delle capacità di proiezione di potenza dell’Iran», non a un cambio di regime esplicito. Una precisazione che suona come una presa di distanza dalla retorica presidenziale: «Le parole di Colby possono essere interpretate come il desiderio statunitense di una presa di distanza da Tel Aviv riguardo all’uccisione di un capo di stato, che ovviamente va contro le prassi del diritto internazionale e che fu enfatizzata nel 1975 dalla Commissione Church del Senato statunitense. Da allora è stata formalmente osservata da Washington: per gli Stati Uniti è un modo per dire che loro non attaccano le leadership dei Paesi avversari, ma questo non significa che l’esito dell’operazione non abbia fatto comodo a entrambi»
Pochi giorni prima, Trump aveva parlato apertamente di leader «eliminati» e aveva detto ad Abc che il bombardamento iniziale aveva «eliminato la maggior parte dei candidati» alla successione. E ancora: in un primo momento aveva lasciato intendere che il rovesciamento del sistema iraniano potesse essere uno sbocco plausibile, arrivando a evocare la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià regnante, come possibile riferimento per un Iran post-teocratico; salvo poi precisare, in un successivo intervento pubblico alla Casa Bianca, che «non è compito degli Stati Uniti scegliere la leadership iraniana», smorzando la linea del regime change: «A oggi, non è chiaro quale sia il suo endgame, e cioè a cosa punti prima di potersi fermare», dice Andrea Gilli, Senior Researcher al Nato Defense College.
Il costo materiale della guerra però cresce. Mercoledì nel corso di un briefing classificato al Congresso, funzionari e legislatori hanno espresso preoccupazione per l’intenso consumo di scorte di munizioni di precisione e missili intercettori. Analisti sottolineano che, se il conflitto continua, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi con scorte significativamente ridotte e dover dare priorità alle minacce da intercettare, un problema aggravato dal numero crescente di attacchi con droni iraniani che le difese aeree non possono abbattere tutte. Di fronte al segretario di Stato Marco Rubio, molti parlamentari statunitensi sono usciti più preoccupati di prima. «Non abbiamo un piano su come uscire da questa guerra. Non abbiamo nemmeno un concetto di vittoria», ha detto il senatore Ruben Gallego alla Cnn, veterano dell’Iraq.
Con solo un cittadino su quattro favorevole ai raid, la guerra rischia di diventare un peso politico crescente in vista delle midterm: «Trump ha molto da perdere da questa operazione; innanzitutto perché la risposta iraniana va contro gli interessi di tutti i suoi principali alleati, dalle monarchie del Golfo all’Europa», continua Gilli. «Potrebbe presto iniziare a mostrare insofferenza e voglia di chiudere presto l’operazione militare, e non è detto che possa provare a farlo seguendo lo stesso spartito della scorsa estate, quando dichiarò obliterated in nucleare iraniano. La questione, in questo caso, sarebbe capire la reazione di Teheran, perché non è detto che a quel punto non inizi a scatenare terrorismo in giro per il mondo».
Al contrario, Benjamin Netanyahu sembra sapere esattamente cosa vuole – ridisegnare l’equilibrio regionale eliminando ogni potenza ostile, a partire dall’Iran e dai suoi proxy. Al contrario dell’alleato statunitense, Tel Aviv sembra essersi imbarcata nell’operazione che aspettava da tutta una vita. Quella che ha come obiettivo ultimo la “Grande Israele“. In post pubblicati su X durante i primi attacchi, Netanyahu ha dichiarato che «era giunto il momento per tutti i gruppi etnici dell’Iran – persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi – di liberarsi della tirannia e costruire un Iran libero e pacifico».
Non è un caso se solo poche ore fa un funzionario statunitense ha riferito a Fox News che migliaia di combattenti curdi avrebbero iniziato un’offensiva di terra nel nordovest dell’Iran, notizia che sembrerebbe essere stata smentita nel corso delle ore successive. Ma è possibile che si tratti solo di un ritardo nelle operazioni, e che i due nemici di Teheran continuino a fare pressioni sulla frammentazione etnica del Paese. L’ipotesi di un conflitto mosso dall’interno aggraverebbe di molto la situazione non solo per la Repubblica islamica, ma soprattutto per il futuro della società iraniana. Ma avere un vicino devastato dall’interno, dunque molto più penetrabile, non sembra interessare al momento, soprattutto a Netanyahu: «Una guerra perpetua sembra essere diventata la sua più affidabile strategia politica», ha scritto la giornalista israeliana Orly Noy. Ma che la longevità del governo di Israele coincida con una prospettiva di sicurezza per il suo popolo è tutto da vedere.
Lo ha annunciato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen con un post su X, diventato un instant classic dei meme sulla burocrazia europea.
