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Dopo la cancellazione del concerto di Bad Bunny a causa della grandine, parecchie persone si sono convinte che fare concerti a Milano porti sfortuna È successo a lui, a Rosalia, a Bruce Springsteen, ad A$AP Rocky, ai Flaming Lips... Forse è il caso di iniziare a preoccuparsi?
A Bologna c’è un archivio che conserva tutti gli atti giudiziari, gli articoli di giornale, i materiali audiovisivi per ricordare cosa è successo davvero al G8 di Genova Si trova nello spazio autogestito Vag61 e conta gli atti dei processi processi sul G8 del 2001, una rassegna stampa di 6.275 articoli e moltissime ore di materiale audiovisivo.
Sta per arrivare You Never Did Anything Wrong, Part II (2026), il nuovo film di Nan Goldin Lo presenterà a novembre a Londra, alla Hayward Gallery del Southbank Centre, la sua prima grande mostra inglese in 24 anni.
Lana Del Rey ha rimandato per l’ennesima volta l’uscita del suo nuovo disco, ma per farsi perdonare ha detto che nel frattempo ha quasi finito anche quello successivo Bisogna aspettare ancora un mese, come minimo, per ascoltare Stove e, forse, anche Spyda, i due album che l'artista definisce «tra i più belli che abbia realizzato».
Einaudi sta per pubblicare un nuovo libro di David Foster Wallace Esce il 25 agosto con il titolo Contro il fatalismo: è la tesi con la quale si laureò in metafisica, un saggio breve che affronta criticamente l’idea del fatalismo.
Le matite Ikea sono diventate uno degli strumenti più usati nelle sale operatorie perché sono gratis, sono piccole e scrivono benissimo sulle ossa A quanto pare, i chirurghi di mezzo mondo adorano questa matita e vorrebbero che Ikea ne producesse una linea pensata appositamente per loro.
Una ricerca ha scoperto che il cromosoma Y, quello che determina il sesso biologico maschile, sta letteralmente perdendo pezzi e potrebbe scomparire Quando i primi mammiferi sono comparsi sulla Terra, il cromosoma Y conteneva 900 geni. Oggi ne contiene appena 55 e continua a perderne.
Questo fine settimana, tra le colline toscane, si tiene la prima edizione di Metallic Memories, un nuovo festival dedicato a musica, cibo e cultura palestinese Due giorni di festa nell'azienda agricola Terrafranta, vicino Firenze, organizzati da Palestinian Sound Archive/Majazz Project.

Quanto conta lo stile di un giornale

Come le testate, in Italia e all'estero, si costruiscono un'identità a partire dalla lingua.

25 Agosto 2017

Quando un mio conoscente ha iniziato a scrivere per l’Economist, mi ha raccontato, tirandosela un poco (probabilmente io avrei fatto lo stesso), che il suo nuovo giornale dava mandati ben precisi su come scrivere un articolo, una sorta di cencelli che richiedeva che ogni pezzo fosse composto da: almeno un venti per cento di storia, almeno un venti per cento di analisi e almeno un venti per cento di umorismo. Immagino che l’idea fosse rendere fluidi i pezzi, ma ancora di più uniformarne lo stile, rendendoli facilmente riconoscibili e identificabili. Insomma fare capire che quello è un pezzo dell’Economist, scritto secondo le regole dell’Economist, un messaggio che arriva al pubblico senza mai essere esplicitato: nessuno, fatta eccezione per qualche media nerd, mentre legge un articolo si mette a pensare “si vede proprio che è stato scritto così e cosà”, però alla lunga il linguaggio e lo stile si consolidano e, almeno agli occhi del lettore abituale, contribuiscono a costruire un brand, un’identità.

Quello citato qui sopra è un caso forse un po’ estremo e non escludo del tutto che il mio conoscente stesse un po’ esagerando. In Italia, per quello che ho avuto occasione di osservare, siamo abituati a codici meno rigidi, o se non altro meno espliciti: non mi è mai capitato di scrivere per una testata italiana dove il caporedattore mi mandasse una guida stilistica (mi chiedo, tra l’altro, da persona a cui capita di commissionare ed editare pezzi, come reagirebbe un giornalista italiano davanti a direttive tanto perentorie; un mio collega sostiene che si offenderebbe, o magari si limiterebbe a ignorarle). Questo però non significa che i codici stilistici non esistono. Tra i media italiani che hanno uno stile più immediatamente riconoscibile, mi vengono in mente il Post, con i suoi titoli “spiegato bene”, che non a caso vengono parodiati; Vice Italia, che ha iniziato traslando in italiano un certo tipo di linguaggio americano ed è finito per creare un linguaggio proprio; e, naturalmente, Dagospia, con la sua tendenza, evidentemente voluta, a utilizzare perifrasi al posto dei nomi.

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Altri media, poi, hanno convenzioni forse un po’ meno evidenti. Personalmente, associo a un certo stile tipicamente da Foglio l’utilizzo del verbo “spiegare” al posto di “dire” oppure di “raccontare”: una fonte non dice o racconta qualcosa, la spiega, e questo contribuisce a conferirle autorevolezza. Per paradosso, Internazionale, che nella sua edizione cartacea è composto quasi esclusivamente da articoli in traduzione, ha uno stile piuttosto riconoscibile: è una scelta ben precisa, dettata dall’esigenza di rendere omogeneo un giornale composto da testi in origine particolarmente eterogenei, e perseguita con un’attenzione al dettaglio (un lettore particolarmente attento, per esempio, potrebbe notare che Internazionale utilizza il verbo “cominciare” molto più spesso di quanto non utilizzi “iniziare”). Non a caso, è uno dei pochi media italiani a impiegare dei copyeditor, oltre a degli editor.

Verrebbe da chiedersi a che cosa servono queste minuzie. Anche nei luoghi più insospettabili, qualcuno comincia a pensare che il gioco non valga la candela. S’è parlato molto, per esempio, della decisione presa da parte del New York Times di eliminare proprio i copyeditor: questo, ha fatto notare qualcuno, significherà, tra le altre cose, che non ci sarà più qualcuno al desk che si prenderà la briga di sostituire la parola “dad” con “father” e il risultato sarà anche che il Nyt potrebbe perdere un certo formalismo nello stile che lo distingueva da altre testate analoghe. Avete notato che i paragrafi del New York Times sono molto più lunghi di quelli del Washington Post? Magari no, però è assai probabile che, se leggete spesso i media anglofoni, sappiate distinguere un articolo di un quotidiano da quello dell’altro.

Certo, l’omogeneità stilistica – che non richiede necessariamente copyeditor per essere mantenuta, anche se la loro presenza aiuta – è un obiettivo stilistico perseguito da molte testate; però in alcuni giornali ricopre un ruolo di maggiore piano. Di recente The Baffler ha pubblicato un articolo dedicato allo stile del New Yorker: da nessuna altra parte, in America, la parola élite è scritta con l’accento acuto e il verbo “reëmerge”, o riemergere, ha la dieresi (il New York Times, per dire, utilizza lo spelling quasi-proletario “re-emerge”). Nel caso specifico del New Yorker, però, un approccio all’ortografia decisamente snob è parte integrante dell’identità della testata: basterebbe davvero poco per scardinarne l’immagine.

Immagine in evidenza (Getty); all’interno: la protesta dei copy editor contro i tagli al New York Times.
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