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Georgi Gospodinov e il lato oscuro della nostalgia

Intervista all'autore di Cronorifugio, uno dei libri più celebrati di questi anni, incoronato nel 2023 dall'International Booker Prize.

20 Settembre 2023

Cronorifugio di Georgi Gospodinov (Voland, traduzione di Giuseppe Dell’Agata) è uno di quei romanzi meravigliosi e sfuggenti che se nessuno vi chiede di cosa parlano, lo sapete benissimo, ma se poi dovete darne una spiegazione, non lo sapete più. La ragione di questa ambiguità è data dal fatto che la trama è allo stesso tempo semplice, geniale e irrilevante. C’è questo tizio, Gaustìn, che mette in piedi una clinica del passato in Svizzera. La struttura è pensata per i malati di Alzheimer, ogni piano la riproduzione fedele di un decennio del Novecento, ma la cosa funziona così bene che iniziano a frequentarla anche le persone sane di tutta Europa, e non solo a frequentarla, ma a svilupparne un’ossessione che a un certo punto sfocia in tanti referendum nazionali: cittadini, in quale passato volete vivere? In breve, il continente si ritrova definito da confini temporali, più che geografici.

Questa la trama, che però non basta neanche lontanamente a esaurire un romanzo nostalgico eppure visionario, politico e insieme letterario (nel senso più bovaristico del termine). «Le trame non sono la cosa più interessante», mi dice Gospodinov, «perché non assomigliano mai alla vita. La vera vita del mondo e dell’uomo può essere descritta attraverso alcuni pomeriggi, attraverso la luce di alcuni pomeriggi, che sono i pomeriggi del mondo.» Non a caso la trama di Cronorifugio si sfilaccia via via sempre di più, si sfrangia in storie e sotto-storie, in tessiture digressive, come fili che si scuciono da una memoria consumata dal tempo, fino alla sua completa dissoluzione. Riporto per intero la riga conclusiva del romanzo, senza tema di spoiler: «Žgmcccrt № № № № kktrrph ggfpr111111111… mcccrt Žgggfvntggvtgvntgggg777rrr…………………………………».

Cronorifugio è un libro sulla memoria, va bene, sui suoi trabocchetti e le sue consolazioni, ma la memoria di chi? Di Gaustìn? Del narratore? Di Gospodinov? Non è facile dirlo, perché fin dalle prime battute l’autore gioca col lettore: «Tutti i veri personaggi sono inventati, solo quelli inventati sono veri», dice l’esergo. Poi, più avanti: «Non ricordo più se io ho inventato Gaustìn, o lui me». E quando lo incontro di persona (in compagnia dell’interprete Giorgia Spadoni) a margine del Babel Festival di Bellinzona, in uno di questi «pomeriggi del mondo» nei quali «le nostre ombre si allungano sotto il sole che scompare, prima che cada la sera», il dubbio rimane.

In questo momento chi ho di fronte? Georgi Gospodinov o Gaustìn?
Dipende a chi dei due lo chiedi. [ride, nda]

Che rapporto c’è tra voi?
Il rapporto coi miei personaggi è troppo personale, pericolosamente personale. Certe volte vorrei moltiplicare me stesso, parlare con un’altra voce per dire altre cose. Avere un altro corpo, avere un’altra possibilità. Ma la verità è che “io siamo”. Tutti sono me e io sono loro. Ci sono molte cose inspiegabili che mi sono successe nella vita e a cui io do la responsabilità a Gaustìn. Nessun essere o creatura inventata è innocente.

Questo desiderio di moltiplicare sé stessi mi fa venire in mente quella che nel libro chiami la “sindrome dell’assente”, ovvero la sensazione di non essere mai al posto giusto al momento giusto, perché le cose davvero importanti stanno accadendo sempre da un’altra parte. La cosiddetta “fomo”. Da dove nasce questo sentimento di assenza?
Penso che sia una sensazione universale, diffusa nel genere umano in quanto tale. Ma nel mio caso ha radici anche storiche, perché durante il comunismo noi bulgari non potevamo viaggiare fuori dal Paese. Questo ci ha lasciato la sensazione di non aver partecipato a eventi cruciali che stavano avvenendo nel mondo. È una sindrome che hanno tutti i Paesi che si sentono periferici rispetto a un centro: sentono che la vita in realtà scorre da un’altra parte. Io nei miei libri cerco di raccontare proprio ciò che non è accaduto, perché penso che siano queste le cose che ci dicono di più di noi stessi, che ci definiscono di più. E sono anche le più difficili da raccontare, ovviamente.

E poi c’è Vajsa la cieca, questo personaggio che «con l’occhio sinistro vede solo il passato e col destro solo quello che succederà in futuro», ma mai il qui e ora. A giudicare dai tuoi libri sembra invece che tu abbia due occhi sinistri rivolti al passato. È così?
Sì, è così, perché il futuro è una stanza vuota, ma il passato è pieno di storie, di volti di persone amate, di suoni, di odori. E in quanto scrittore queste sono le cose più interessanti. Proprio in Cronorifugio ho fatto una cosa che in realtà non è stata per niente facile per me, e cioè ho provato a descrivere questo lato oscuro della nostalgia, inclusa la mia stessa nostalgia, perché penso che in questo momento storico la nostalgia stia diventando una sorta di arma, di propaganda, e io invece vorrei riuscire a salvare la purezza del passato. Il fatto è che il passato è una cosa personale e non va strumentalizzato.

Infatti in Cronorifugio il tuffo nel passato funziona finché riguarda solo i malati di Alzheimer, dopo invece le cose vanno via via peggiorando. È come se le idee funzionassero singolarmente, ma andassero in malora una volta diventate collettive.
A me non piace la parola “collettivo”, “collettività”, perché è carica ideologicamente. Preferisco parlare di società, di comunità. Il problema è che secondo me la prossima pandemia sarà una pandemia di solitudine. È un tema di cui vorrei scrivere, anche se in questo momento non è abbastanza maturo, posso solo formularlo in modo grossolano. Ma anche queste nuove invenzioni, per esempio l’intelligenza artificiale, confermano il mio presentimento: siccome è sempre più difficile stare nel presente, con le altre persone, cerchiamo dei surrogati artificiali. 

Tu esisti anche sui social, che sono una sorta di presente alternativo, no?
I social peggiorano ulteriormente la situazione perché creano, ancora una volta, dei desideri che per essere soddisfatti richiedono di avere a disposizione altri corpi e altre vite, essere dappertutto, in più posti possibili. Essere come nella fisica quantistica, allo stesso tempo in almeno due posti diversi.

Come si ritorna al presente, evitando il canto delle sirene del passato e della fomo?
Mantenendo la sensibilità e soprattutto la curiosità verso tutto ciò che è altro, non solo verso le persone. È come nel matrimonio, se smetti di notare l’altro è come se non esistesse più. Bisogna continuare a reinventare le persone che abbiamo accanto, raccontarle e continuare a creare delle narrazioni attorno a loro. È quello che fa la letteratura in fondo: racconta delle storie che in realtà sarebbero banali e già note, ma in un modo sempre nuovo e vivo.

Mi chiedo però se anche la letteratura non sia a sua volta un modo per fuggire dalla realtà.
Sì, ma il senso della letteratura è un altro, è essere aperti alla vita, al presente. Se sei prigioniero di un amore infelice, se sei triste, leggi una storia che ti racconta qualcosa di simile a quello che stai vivendo, e leggendola in qualche modo trovi una chiave per affrontare la situazione nel presente reale. E anche se non trovi una chiave risolutiva, resta il fatto di sapere che non sei solo nella tua tristezza, nella tua malinconia, che esiste anche altra gente che ha lo stesso problema, e constatare che in fondo sei normale, sei una persona normale anche tu.

In quale spazio-tempo letterario vorresti vivere? Qual è il tuo romanzo-rifugio?
Vorrei vivere a pagina 17 di Cronorifugio, a pagina 17 di ogni romanzo, dove tutti sono ancora felici. Voglio vivere negli inizi dei libri, quando tutto è appena iniziato e tutto deve ancora succedere. O in qualche pagina di Proust, una vita lenta, qualcosa di lento. Di certo non in una poesia, la vita lì è molto breve [ride, nda].

A proposito di poesia, nel libro il narratore dice di averne mangiata una. L’hai fatto anche tu?
Sì, una della mia prima raccolta Lapidarium, che erano brevi, con meno inchiostro.

Perché l’hai fatto?
Per provare quello che c’è scritto nell’Apocalisse, quando l’angelo dà un libro a Giovanni e gli dice: «Prendilo e divoralo, ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele».

E come è andata?
L’ho sputata. [ride, nda]

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