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La Filmoteca Española, la Cineteca Nazionale italiana, la Cinémathèque Française e il Filmmuseum di Monaco lavoreranno assieme per ricostruire il leggendario Don Chisciotte di Orson Welles Un'"alleanza" per compiere un'impresa considerata impossibile: portare finalmente a termine il sogno che Welles inseguì per tutta la vita.
Mamdani è riuscito a bloccare per almeno un anno l’aumento dell’affitto di quasi metà delle case di New York «Una vittoria storica per gli inquilini di New York», così il sindaco ha commentato la decisione, ufficializzata dal voto del Rent Guidelines Board.
Dua Lipa ha aperto in Portogallo una biblioteca tutta dedicata a libri censurati o vietati Si chiama Manifesto Library e raccoglie cento libri, divisi in quattro sezioni: potere, controllo, voce e memoria.
Senza il “contributo” degli esseri umani l’ondata di caldo in Europa ci sarebbe stata lo stesso ma la temperatura sarebbe stata di almeno 3,5 gradi più bassa Lo dimostra una ricerca del World Weather Attribution, che ha analizzato i dati climatici di 854 città in 30 Paesi europei.
Per la prima volta nella sua storia Prada ha scelto un ambassador palestinese, il musicista Saint Levant Ovviamente, sui social è arrivata subito la polemica, accesa da un dettaglio nell'outfit dell'artista alla Fashion Week di Milano.
Gli influencer non potranno vedere L’Odissea in anteprima perché il distributore del film teme che le loro recensioni (anche e soprattutto quelle positive) lo danneggino A quanto pare, le recensioni degli influencer sono state un problema per Disclosure Day e Universal non vuole ripetere l'errore.
Senza neanche accorgersene, l’Italia ha compiuto uno dei più grandi sforzi di riforestazione di sempre ed è diventata ufficialmente una “nazione forestale” Per la prima volta dal Medioevo, sul territorio ci sono più foreste che campi agricoli, dice l'Unione nazionale comuni comunità enti montani.
CAM Sugar ha svelato delle foto mai viste prima dello studio di Ennio Morricone Sono state mostrate nella conferenza stampa di presentazione del Festival Internazionale delle Colonne Sonore, organizzato da CAM Sugar e Triennale Milano.

Abbiamo ancora bisogno di Orwell

Scaduti i diritti d’autore a settant’anni dalla morte, tornano in libreria i suoi capolavori, pubblicati da Bompiani, Einaudi, Garzanti, Sellerio.

07 Gennaio 2021

Arrivò in Spagna con la vaga idea di “scrivere degli articoli per qualche giornale” e si ritrovò, suo malgrado, al centro del palcoscenico della grande tragedia spagnola. Si chiamava Eric Arthur Blair, anche se si firmava non si sa bene per quale motivo George Orwell, era figlio di un funzionario anglo-indiano delle colonie e aveva studiato a Eton, la scuola più prestigiosa di tutto il Regno Unito, dove strinse amicizia con Cyril Connelly, che di lui scherzando diceva, per far capire il personaggio, che “non poteva soffiarsi il naso senza fare il moralista sulle condizioni dell’industria dei fazzoletti”. Lavapiatti a Parigi, vagabondo a Londra, giunse a Barcellona nel dicembre del ’36 e si arruolò immediatamente nelle milizie del Poum, tra le file repubblicane, perché a quel tempo sembrava l’unico cosa da fare. «Era la prima volta che mi ritrovavo in una città dove la classe operaia era al potere. Persino i lustrascarpe erano stati collettivizzati», scriverà in Omaggio alla Catalogna, «si sentiva diffusa nell’aria una gran fiducia di rivoluzione e di futuro, l’impressione di essere improvvisamente emersi in un era di uguaglianza e libertà». Ma la storia, si sa, non va sempre nella direzione desiderata. Cosi, neanche un paio d’anni dopo, di ritorno a Barcellona dopo essere stato ferito nell’assedio di Huesca, Orwell scoprì che il Poum, accusato di essere un’organizzazione fascista mascherata, era stato messo al bando, gli anarchici dichiarati fuorilegge e il clima politico che tanto lo aveva entusiasmato definitivamente cambiato. «C’era nell’aria una particolare sensazione di maleficio: un’atmosfera di sospetto, di paura, di incertezza e d’odio dissimulato. Nulla ancora succedeva, e tuttavia c’era un perpetuo e vago senso di pericolo, la coscienza che qualcosa di malefico incombeva».

Bisogna partire dall’avventura in terra di Spagna di questo socialista utopico che avvistò in anticipo le prime crepe rivoluzionarie, e che per questo fu inviso a gran parte della sinistra europea quando non bollato come un traditore – «un’altra freccia» della borghesia aggiunta «al proprio arco sgangherato» lo liquidò Palmiro Togliatti su Rinascita – per comprendere appieno i futuri lavori di Orwell, tra i più illuminanti esempi di pessimismo della sinistra letteraria, che ora, scaduti i diritti d’autore a settant’anni dalla morte dello scrittore inglese, tornano in libreria, pubblicati da diversi editori (Bompiani, Einaudi, Garzanti, Sellerio). Ma se La Fattoria degli Animali, geniale satira sulla rivoluzione russa, negli ultimi decenni ha perso un po’ del suo appeal, forse perché sono venuti a mancare, almeno in parte, i presupposti storici sui quali si basava, 1984, la più blasonata e citata distopia narrativa novecentesca, sembra non averci mai abbandonato, come se Orwell avesse voluto scrivere una profezia senza tempo, adattabile ad ogni cambio di stagione, dallo spot Apple del 1984 per presentare il primo Macintosh ai recenti alternative facts di trumpiana memoria. D’altronde l’espressione orwelliana, ha scritto anni fa Timothy Garton Ash in un gran pezzo uscito sul The New York Review, ha un privilegio raro: quella di essere usata sia come aggettivo, per descrivere il terrore totalitario, sia come sostantivo, per descrivere ammirazione verso l’autore. Un onore riservato a pochi altri grandi letterati, nonostante Orwell possa essere considerato si uno dei più grandi scrittori politici del Novecento, “il James Dean della Guerra Fredda” lo ha definito Ash, ma forse non il più raffinato ed elegante dei romanzieri.

«Credo che Orwell sia arrivato a cogliere la radice della fragilità umana, dove puoi reagire solo con la violenza o con la vigliaccheria. Quella roba lì parla a tutti»

«Orwell non è Henry Miller, è un artigiano della scrittura, uno che ha lavorato su stesso tutta la vita. Non è un virtuoso, o frivolo, nel suo mondo futuribile non ci sono tutte quelle cose inventate che di solito piacciono delle distopie. È uno scrittore realista, e tutte le cose che ha raccontato le aveva viste. Penso ad alcune pagine strazianti dove racconta i minatori distrutti nel fisico e nella mente. Per questo 1984 è un libro perfetto, perché Orwell è riuscito a mettere a fuoco un grande romanzo condensando realismo e visione politica», racconta Marco Rossari, scrittore, che per Einaudi ha lavorato alla traduzione di 1984 (e della Fattoria degli Animali, entrambi in uscita a metà gennaio) durante il primo lockdown. «Una sensazione stranissima, di smarrimento e isolamento, come se l’anatema orwelliano fosse arrivato fino a li». Ironia della sorte, molta dell’influenza dello scrittore inglese negli ultimi decenni è derivata dall’abuso di termini che Orwell inventò per proprio mettere in guardia contro tali abusi. Su tutti il famigerato Big Brother. «Credo che Orwell sia arrivato a cogliere la radice della fragilità umana, dove puoi reagire solo con la violenza o con la vigliaccheria. Quella roba li parla a tutti». Naturalmente con il rischio di prendere le cose un po’ troppo seriamente. «Certo. Qualcuno può immaginare di vedere una telecamera di un bancomat e pensare: Orwell aveva ragione». La profezia come bene comune. Eppure 1984 è un romanzo cresciuto dentro la Guerra Fredda. Viene dunque da domandarsi se possa essere ancora di aiuto per interpretare le connessioni della modernità o se il passaggio dal big brother ai big data abbia radicalmente cambiato le parole d’ordine con cui osserviamo e analizziamo il tempo il presente. «Come tutti i grandi libri si muove e cambia assieme alla storia», aggiunge Marco Rossari. «Pensiamo alla Newspeak di Orwell nel libro. È una lingua brutale, brutalista, che invece di aumentare si assottiglia, che riduce all’osso ogni parola. Quella roba è assolutamente centrata. Basterebbe ricordarsi, senza voler fare polemiche facili, il pensiero che si è diffuso negli ultimi quindici anni, l’odio per i paroloni, per l’ampiezza del linguaggio e dei concetti, in più in generale per qualsiasi cosa articoli meglio il pensiero. Ci sono parecchie cose di questo tipo in 1984, anche più interessanti del discorso sulla sorveglianza del grande fratello, che è una bella trovata che tiene su gran parte del libro». Forse abbiamo ancora bisogno di Orwell.

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