Nel disco, che esce il 6 marzo, ci sarà anche una loro versione di “Acquiesce” registrata durante uno dei concerti a Wembley del reunion tour.
La sala Natalia Ginzburg è piena, alla Stazione Leopolda di Firenze. Duecento persone, a occhio, per sentire parlare Jacques Testard, editore e fondatore di Fitzcarraldo Editions, e il suo ultimo caso editoriale, che qui conosciamo bene: Vincenzo Latronico, autore di Perfection, che in un anno o poco più è diventato il terzo libro più venduto nella storia di Fitzcarraldo. Davanti a lui, solo Olga Tokarczuk. Fitzcarraldo è un caso editoriale mondiale, e non solo britannico, per diversi motivi. Perché ha pubblicato, in quasi 12 anni di carriera, quattro vincitrici o vincitori di premi Nobel per la Letteratura (Tokarczuk, appunto, e poi Annie Ernaux, Jon Fosse, Svetlana Alexievich) e una vincitrice dell’International Booker (sempre Tokarczuk: ma anche o soprattutto 17 “shortlisted”). Perché ha portato in Inghilterra una proposizione commerciale coraggiosa, di soltanto libri in traduzione, e quindi autrici e autori non appartenenti al Commonwealth o alla lingua inglese, sfidando un conservatorismo linguistico tra i più forti al mondo. Perché, dal punto di vista del branding e del marketing, le sue copertine Blue Klein (e quelle bianche, per la saggistica) sono tutte uguali e riconoscibili, un marchio di fabbrica che è diventata assicurazione di qualità. Avevo incontrato Jacques, una prima volta, nel 2019, quando l’avevamo invitato al festival Studio in Triennale. Allora i Nobel vinti erano soltanto due. Lui, sette anni dopo, è molto simile a com’era allora. Pacato, rilassato. Forse appena inquietato dal busto in gesso di Napoleone che, inspiegabilmente, domina la sala dell’hotel in cui si svolge questa intervista.
ⓢ Dopo quasi dodici anni da editore, quando guardi il tuo lavoro oggi, ne senti ancora il lato romantico, quasi idealistico?
Non credo sia davvero cambiata, onestamente. È ancora molto entusiasmante, perché quello che c’è di bello nell’editoria è che c’è sempre qualcosa di nuovo. Per esempio, questa settimana ho letto il nuovo libro di Clemens Meyer. Ho letto anche il nuovo romanzo di Patrick Langley, che pubblichiamo da anni. Ho appena ricevuto alcune pagine da Kate Briggs, ed è entusiasmante. E poi c’è anche la lettura costante per scoprire cose nuove, nuovi autori. Quindi non diventa mai noioso, davvero. E credo che ci siano state varie fasi lungo il percorso di Fitzcarraldo, che hanno fatto sì che non ci sia mai stato bisogno – e non è che l’avrei necessariamente voluto – di deviare, di cambiare rotta. Mi rendo conto che sto divagando, rispetto alla domanda. Ovviamente è un lavoro, ma mi piace ancora come prima. Anche se la responsabilità è sempre più grande.
ⓢ C’è un filo letterario che unisce gli autori e le autrici di Fitzcarraldo? Guardo agli italiani, per esempio: Latronico, Durastanti, in futuro Pierantozzi. Potrei dire che sono tre autori molto diversi. E poi naturalmente Olga Tokarczuk, Claire-Louise Bennet, Jon Fosse, Mathias Énard… Anche questi: profili eterogenei. Cosa li tiene insieme?
Beh, il filo ormai è lungo. Abbiamo pubblicato circa 84 o 85 autori a partire da Zona di Énard, che è stato il primo libro. L’idea è di avere un catalogo come una costellazione. Il modo in cui si può leggere il catalogo ipoteticamente da cima a fondo e cogliere gli echi e le affinità tra scrittori, stili e connessioni tematiche. Il modo in cui scegliamo nuovi autori e nuovi progetti è sempre influenzato da quello che già pubblichiamo. Se leggiamo qualcosa di nuovo che sembra essere in dialogo con un altro autore, o dove ci sono echi di qualcosa, la cosa ci entusiasma, anziché sembrarci un motivo per non pubblicarlo. Per darti un esempio di come lavoriamo: ieri parlavo con Sophie Hughes, la traduttrice di Perfection, che di recente ha frequentato Daisy Hildyard, una scrittrice britannica della nostra generazione. Daisy ha scritto un paio di romanzi. Ne abbiamo pubblicato uno intitolato Emergency, un libro sulla relazione tra gli esseri umani e le altre specie. Ha scritto anche un libro che si chiama The Second Body, su un tema simile. Daisy è tradotta da Esther Kinsky, una scrittrice tedesca che pubblichiamo. Esther è pubblicata in Germania da Suhrkamp, scrive anche lei di natura. Esther traduce Daisy. Sophie Hughes è stata presentata a Esther da me, credo, e poi è diventata amica di Daisy tramite Esther. Esther e Vincenzo Latronico si sono frequentati molto e sono fan l’uno dei libri dell’altra. Tutti questi scrittori si leggono a vicenda e creano una conversazione, crescono e si sviluppano fianco a fianco.
ⓢ Sembra che tu abbia un rapporto personale con tutti quelli che pubblichi.
A volte è impossibile. Pensa a Alaa Abdel Fattah, che è stato in prigione in Egitto per anni, fino al 2025. Ma quando è possibile sì. Organizziamo anche molti tour con gli autori, e questo è un aspetto in cui forse ci distinguiamo da altri editori nel Regno Unito, che ragionano sempre in termini economici sull’opportunità di invitare un autore e organizzare presentazioni. Per noi è ovvio: se un autore vuole venire a fare degli eventi, li organizziamo, e li facciamo anche fuori da Londra. Non la vediamo come qualcosa che deve avere senso economicamente nell’immediato. L’idea è che l’autore possa trovare un pubblico – un pubblico fisico, reale – per i suoi libri e parlare del proprio lavoro. E poi, a ogni evento che facciamo, specialmente fuori da Londra, possiamo conoscere persone che non hanno mai sentito parlare di Fitzcarraldo. Questi vedranno il libro, vedranno il design: e magari non compreranno il libro quella sera, ma non potranno più non-vedere quel design, e riconosceranno per sempre i nostri libri. È una sorta di conversione lenta, a lungo termine. Un processo missionario.
ⓢ Parlando di design: avevi in mente dei modelli, a parte quelli ovvi – Adelphi, Gallimard – quando hai iniziato? E anche dei modelli non letterari?
No, non direi. Il branding e il design non sono il mio ambito: sono sempre state cose di cui si è occupato Ray O’Meara. Per me è stata una reference anche la prima edizione inglese dell’Ulysses di Joyce, quella di The Bodley Head.
ⓢ Qual era l’obiettivo che avevi in mente dodici anni fa? Non dal punto di vista monetario, ma in termini di fare libri. E com’è cambiato adesso, dopo tutti questi anni e anche il successo che state avendo?
All’inizio era davvero un’impresa su scala minuscola: c’ero solo io, pubblicavo sei libri all’anno. Onestamente, non credo che sapessi cosa aspettarmi. Non c’era una strategia a lungo termine. E non so se questo sia un falso ricordo, ma una parte di me pensava: faccio questo per un po’, e qualcuno arriverà a offrirmi un lavoro. Quindi all’inizio era su una scala molto piccola e non vendevamo molto. Ci vuole tempo per costruire l’infrastruttura e la visibilità necessarie a vendere numeri importanti. Ma dopo circa un anno – il primo libro è uscito ad agosto 2014 – a ottobre 2015 abbiamo organizzato una doppia presentazione: di Pond di Claire-Louise Bennett, che è diventato uno dei libri più importanti e resta un cult per noi, e Notes on Suicide di Simon Critchley. La presentazione congiunta era Bernard Jacobson Gallery a St James’s, e per pura coincidenza è capitata il giorno in cui Svetlana Aleksievich ha vinto il Nobel. È stata una giornata folle. Credo che quello sia stato il momento in cui ho capito che questa cosa poteva funzionare, e che mi ha dato il permesso, anche economico, di iniziare a pubblicare un po’ di più, di salire a otto o dieci libri abbastanza velocemente.
ⓢ E ora, come vedi Fitzcarraldo tra dieci anni?
Ho un’idea di quello che voglio che diventiamo, e credo che ci siamo abbastanza vicini. Ultimamente dico così: stiamo raggiungendo la nostra forma definitiva. Intendo che la lista è oggi di circa trenta libri all’anno. Sono venti-ventidue novità tra narrativa e saggistica, divise più o meno a metà tra traduzione e inglese. Poi abbiamo lanciato i classici, con circa cinque o sei libri all’anno, anche questi divisi tra narrativa e saggistica. E poi la poesia, iniziata l’anno scorso, con circa cinque-sei titoli. Siamo un team di otto persone a tempo pieno, due part-time; Ray, il direttore artistico, è freelance; stiamo assumendo un’altra persona a tempo pieno per la comunicazione. Credo che questa sia più o meno la struttura che manterremo per un po’.
ⓢ L’idea è di restare indipendenti per sempre?
Sì, l’idea è restare indipendenti. I modelli non sono cambiati: hanno novant’anni quest’anno, e mi sembra qualcosa a cui aspirare. Penso a Faber, ad Adelphi, e così via. Non mi interessa la crescita fine a sé stessa. Voglio poter continuare a pubblicare libri e autori perché ci interessano, perché noi come gruppo ci crediamo. Più cresci e più diventi commerciale, è naturale, perché i costi fissi aumentano. È un equilibrio delicato. Kurt Wolff, il fondatore di Suhrkamp, ha detto questa frase abbastanza famosa nel mondo dell’editoria: «All’inizio era il verbo, non il numero». Non è proprio un motto, ma è quello che facciamo. Il testo è sempre al centro. Ho divagato un po’, ma il piano a lungo termine è continuare a fare ciò che facciamo. Siamo diventati conosciuti soprattutto per la letteratura in traduzione, e questo è dovuto a quel punto cieco nell’editoria anglofona, per cui tutti questi ottimi autori semplicemente non venivano pubblicati nel Regno Unito o in inglese.
ⓢ Nel panel a cui hai partecipato a Testo, Andrea Gessner (il relatore, e fondatore dell’editore Nottetempo, nda) ha parlato di un dato impressionante: quando Fitzcarraldo è nata, ha detto, soltanto il 3% della letteratura pubblicata ogni anno in UK era letteratura in traduzione. Perché pensi che nel 2014 ci fosse ancora questa barriera così forte, come se non esistesse la letteratura europea?
Non lo sapevo nel 2014, e forse ancora non lo so del tutto nemmeno ora. Ma la mia teoria – che non è proprio una teoria, ci credo davvero con convinzione – è che sia un’eredità dell’imperialismo. Il fatto che l’inglese sia ancora la lingua dominante nel mondo, la lingua in cui persone di altre culture e lingue comunicano tra loro, ha fatto sì che si perpetuasse un’arroganza nei parlanti nativi anglofoni, che non sentono il bisogno di imparare altre lingue perché possono sempre cavarsela con l’inglese ovunque vadano. E con questa arroganza si sviluppa la convinzione che quello che l’America o il Regno Unito facciamo sia l’apice di quella cosa, e non ci sia bisogno di guardare al di fuori. E per tornare all’industria editoriale: c’è sempre stata questa percezione che la letteratura tradotta fosse quasi un genere a parte, ed è stata sempre trattata come tale. Le cose stanno cambiando, ma ci sono ancora librerie dove c’è la sezione della narrativa dalla A alla Z, tutta di autori anglofoni, e poi la letteratura tradotta, separata. È quest’idea assurda che in qualche modo non facciano parte della stessa letteratura mondiale.
ⓢ In Francia non succede, e nel resto d’Europa nemmeno.
Esatto. E poi questo senso che tradurre libri sia in qualche modo commercialmente rischioso è una follia per me. Perché i grandi editori spendono cifre come centomila sterline per un debutto anglofono, ma con quelle stesse cifre si potrebbe comprare un autore di caratura mondiale in traduzione. Molto meno, anzi: diecimila, ventimila sterline, più il costo della traduzione. Quindi l’argomento economico per non tradurre è assurdo. Ma ovviamente le cose sono cambiate negli ultimi anni. Penso ad autori come Sebald, Bolaño, Ferrante, Knausgard.
ⓢ Parlando di traduzioni: quanto è importante fare una specie di analisi geografica? In Europa, ma non solo in Europa: ci sono certi Paesi che tirano di più in certi momenti?
No, non direi che ragiono così nel cercare libri o autori. Il modo in cui il catalogo si è sviluppato… all’inizio ho semplicemente cominciato con ciò che conoscevo: il francese e lo spagnolo, perché leggo lo spagnolo, e in sostanza l’Europa occidentale. Nei primi anni il catalogo era molto eurocentrico. Un punto di svolta è stato quando abbiamo iniziato a pubblicare Adania Shibli, con il libro Minor Detail (Un dettaglio minore in italiano, uscito per La nave di Teseo, nda). Quel libro ci è arrivato tramite un curatore di nome Gareth Evans, che conosco da molto tempo. Conosceva Adania e ci ha scritto dicendo: c’è questa scrittrice palestinese, ha un nuovo libro, dovreste darci un’occhiata. Ci ha mandato il manoscritto, che era in arabo. La mia collega Tara – che è stata la prima persona che abbia mai assunto, dopo che Aleksievich ha vinto il Nobel – è per metà irachena, e avevamo parlato di cercare autori in lingua araba a un certo punto, ma ci sembrava più difficile da capire come proposta editoriale. Perché con gli autori occidentali puoi parlare con editori in tutta Europa che già li pubblicano, ci sono molti report disponibili, c’è magari del lavoro precedente già disponibile in inglese. Con Adania c’erano due libri, forse tre, disponibili in inglese, ma comunque era difficile valutare il libro rispetto a ciò che stavamo già pubblicando. Abbiamo commissionato alcuni report di lettura, e la domanda che abbiamo fatto ai lettori non era: è un’autrice eccellente nel contesto della letteratura araba contemporanea? Perché quello era abbastanza ovvio. Ma piuttosto: come regge il confronto? È al livello di un Mathias Énard, di una Svetlana Aleksievich, di un Clemens Meyer? E la risposta è stata: sì, sì, sì. Quella è stata forse la prima volta, quando abbiamo comprato Minor Detail, in cui abbiamo pensato: non c’è ragione per non guardare al di fuori dell’Europa e continuare a espanderci. E abbastanza rapidamente abbiamo trovato Dorothy Tse da Hong Kong e poi Mieko Kanai in Giappone. È molto interessante capire come una singola nuova idea apra un capitolo che può svilupparsi in modo profondo.
ⓢ Un media cambia con il tempo. Talvolta cambia funzione. Cos’è che i libri possono ancora dare alle persone, nel presente e nel futuro?
Non penso che i libri cambino. La letteratura è ancora una delle più importanti espressioni artistiche umane. È un cliché da dire, ma c’è un motivo per cui la forma libro è sopravvissuta per tutti questi anni. Non penso che ci sia nemmeno un grande declino del libro o della lettura. Il fatto che Fitzcarraldo possa esistere, e continuare con la pretesa di essere un editore di letteratura di un certo tipo, molto seria, e che abbia avuto il successo che ha avuto e questa crescita organica, è un segno che non c’è esattamente un grande declino nella lettura.
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