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01:48 sabato 25 aprile 2026
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Uno dei soldati che hanno partecipato alla cattura di Maduro ha vinto 400 mila dollari su Polymarket scommettendo sulla cattura di Maduro Il sergente maggiore Gannon Ken Van Dyke ha piazzato ben 13 scommesse sulla cattura di Maduro. Ovviamente le ha vinte tutte.
Il Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha assunto nel suo staff il creatore di È quasi magia Giany, un profilo Instagram di meme su di lui Enrico Milano, 22 mila follower su Instagram guadagnati prendendo in giro Giani, è la prova che i meme ormai sono un mestiere vero e proprio. O, quantomeno, aiutano a trovarne uno.
Secondo una ricerca, l’unico risultato che l’AI otterrà sicuramente e immediatamente è aumentare il numero di miliardari nel mondo Le proiezioni indicano che entro il 2031 i miliardari passeranno dagli attuali 3 mila a 4 mila. Tutto grazie agli investimenti in AI.
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Perché Fallout è una delle serie più attese dell’anno

È l'adattamento di una popolarissima saga di videogiochi, e a realizzarne l'adattamento è stato Jonathan Nolan, il fratello di Christopher. Arriva su Amazon Prime Video l'11 aprile: le aspettative sono altissime.

10 Aprile 2024

La vita di Jonathan Nolan è già complicata abbastanza dal fatto di essere nato il fratello minore di Christopher Nolan. Come se questo non bastasse, Nolan (Jonathan) non fa niente per renderla più facile, questa vita. Anzi: sembra impegnarsi con tutte le sue forze, in ogni momento, con ogni decisione per complicarsela ulteriormente. La gioventù l’ha passata a scrivere le sceneggiature di film – Memento, The Prestige, Il cavaliere oscuro, Il cavaliere oscuro – Il ritorno, Interstellar – che avrebbero fatto la fama, i soldi e il successo del fratello: quasi nessuno si ricorda di chi un film l’ha scritto, tutti sanno chi lo ha girato, d’altronde. Raggiunta l’età adulta, Nolan (Jonathan) ha deciso di affrancarsi da un fratello diventato ormai fardello e di mettersi finalmente in proprio. Anche in questo caso, decide di fare cose talmente complicate da far sospettare tendenze autolesionistiche.

Crea una delle migliori serie degli anni Duemila, Person of Interest, che anticipa tutti i discorsi sul capitalismo della sorveglianza e l’onnipotenza delle nuove tecnologie che sarebbero cominciati un decennio più tardi. Piazza questa serie su Cbs, broadcast network alla vecchia maniera, la cosa più vicina a Rai1 se negli Stati Uniti ci fosse una cosa vicina a Rai1: Nolan prova a spiegare il futuro alla piccola borghesia bianca e conservatrice, nessuno capisce di cosa stia parlando, lui si deve accontentare di aver creato una serie di culto e nulla più. Dopo Person of Interest viene Westworld, e stavolta sembra che Nolan abbia imparato la ricetta per il successo: la serie è quella giusta, il momento storico pure, il canale scelto (Hbo) anche. Ma anche stavolta ci si mette di mezzo quella tendenza alla complicazione: dopo la prima, splendida stagione, Westworld diventa talmente cervellotica che persino Hbo – nota per le sue politiche liberali, liberalissime – è costretta a intervenire per mettere ordine (d’altronde, solo adesso stiamo iniziando a capire il discorso sull’AI che Nolan aveva iniziato già dieci anni fa, prima di Sora, di ChatGPT, di tutto). La serie viene cancellata, e Nolan ancora oggi assicura che troverà il modo di raccontare il finale che voleva lui e non quello che ha voluto Hbo: «Sono un completista. Ci ho messo otto anni e ho dovuto cambiare il regista per finire Interstellar. Mi piace finire le cose che inizio», ha detto in una recente intervista all’Hollywood Reporter. Da questa risposta si capisce anche quali e come siano i rapporti con Christopher: Interstellar lo ha finito lui, Jonathan, a costo di coinvolgere l’altro, Christopher.

E arriviamo finalmente a Fallout, la nuova serie tv di Jonathan Nolan, disponibile dall’11 aprile in streaming su Amazon Prime Video. Chi conosce i fratelli Nolan dice che Fallout è la risposta di Jonathan all’Oppenheimer di Christopher: il film racconta l’inizio dell’epopea atomica americana, la serie uno dei suoi possibili epiloghi. Certo, Oppenheimer era Storia vera mentre Fallout è speculative fiction. Ma la scommessa di Jonathan Nolan – e forse anche l’ennesima conferma di quelle tendenza autolesionistiche – è proprio questa: un futuro post atomico, una terra desolata in cui l’umanità sopravvive rintanata in immensi bunker sotterranei (i Vault), è davvero speculative fiction oggi? Nolan ha detto che l’idea per la serie gli è venuta in un momento di burnout: aveva deciso di starsene a casa per un po’ a non fare niente che non fosse leggere libri e fumetti, guardare film e serie tv e giocare ai videogiochi. È così che ha scoperto Fallout 3, il terzo capitolo della saga videoludica, il primo prodotto da Bethesda, sequel/reboot di un classico che negli anni Novanta aveva cambiato ed elevato il (video)gioco di ruolo americano. «Uno dei giochi più influenti di tutti i tempi», scriveva Russ Pitts su Polygon, in un pezzo che raccontava come Fallout esista per miracolo: nessuno all’epoca voleva produrre un gioco così “deprimente”, riassunto nella massima inventata dal creatore Tim Cain “Life is cheap and violence is all there is”.

Giocandoci per la prima volta, Nolan ha capito perché da trent’anni i gamer continuano a tornare al mondo di Fallout: «È un gioco unico. È politico. Ha un punto di vista assurdo ed è incredibilmente violento». Nolan ha capito immediatamente l’immenso potenziale narrativo che Fallout ancora conserva in sé. Una mitologia intricata, misteriosa e affascinante come poche altre nella storia dei videogiochi. Un design peculiarissimo, un tipo unico di retrofuturismo che mescola l’arredamento dell’America di Eisenhower, il deserto di Mad Max, i poster propagandistici della Guerra fredda, la tecnologia del futuro come la si immaginava nelle riviste pulp degli anni Cinquanta e l’umorismo degli anni d’oro di Mad Magazine. Un surreale tecnottimismo che Nolan dice di aver “trasmesso” alla serie con l’aiuto dell’amico Elon Musk. Una storia che può essere qualsiasi storia: Fallout 3 è un open world, che in questo caso significa un gioco dalla trama vaghissima sparpagliata in luoghi, eventi e personaggi che il giocatore/protagonista può decidere se visitare, vivere o incontrare. Ridotta all’essenza, quella di Fallout 3 – ma in realtà di tutta la saga videoludica – è la storia americana per eccellenza: quella dell’eroe solitario (in questo caso una ragazzina che abbandona la sicurezza totalitaria del Vault in cui è nata per andare all’avventura in un’America frantumata) che si staglia all’orizzonte di un mondo ostile, è l’epopea del West riattualizzata per mezzo di un’apocalisse atomica che ha reso desolate le terre un tempo inesplorate.

Tutto questo ha convinto Jonathan Nolan a trasformare il videogioco in serie tv. Tutto questo ma non soltanto questo. Oltre ad avere una tendenza alla complicazione, Nolan ha anche un eccezionale intuito culturale. Ha detto che il successo di The Last of Us – a proposito: Fallout è la prova che davvero i videogiochi saranno i nuovi fumetti di supereroi, per Hollywood – gli ha fatto capire che l’umanità in questo momento è presa da un insaziabile e incontrollabile appetito per la distruzione. A prescindere dalla natura della catastrofe (zombie, atomica, climatica, epidemica, tecnologica) che raccontano, le storie post apocalittiche sono oggi qualcosa di più che semplici storie. Sono salti in avanti, verso futuri devastati che qualcuno, da qualche parte, sta decidendo se realizzare o scongiurare. D’altronde, se davvero la guerra in Europa è possibile, quanto impossibile potrà ancora essere, e per quanto ancora potrà esserlo, l’annichilimento dell’umanità tutta? Gli indizi ci sono, sparsi attorno a noi come una corrente elettrica invisibile e che tuttavia ci fa rizzare i peli sulle braccia. I miliardari (Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, solo per dire due più miliardari di quasi tutti gli altri) stanno spendendo cifre assurde per costruirsi lussuosissimi bunker sulle loro isolette caribiche personali. Un giorno sì e l’altro pure c’è un Medvedev o un Eliyahu che dice che non è da escludersi il ricorso all’”opzione atomica” nell’Ucraina o nella Striscia di Gaza del momento. Hollywood, che dal 1945 al 2023 aveva prodotto soltanto tre film sulla bomba atomica, entro il 2030 ne avrà già prodotti almeno due. Il successo di Oppenheimer sta già diventando genere, moda: senza di esso Legendary Pictures non avrebbe mai acquisito i diritti per la trasposizione del saggio Nuclear War: A scenario di Annie Jacobsen e non avrebbe mai deciso di affidare il film nientemeno che a Denis Villeneuve. E, anche se Jonathan Nolan non lo ammetterà mai perché i rapporti tra fratelli sono sempre complicati, senza il successo di Oppenheimer nemmeno gli Amazon Studios avrebbero mai deciso di produrre Fallout.

Nolan si è convinto che la sua nuova serie possa essere portatrice dello spirito del tempo, o nel peggiore dei casi un’anticipatrice dello stesso come sono state già Person of Interest e Westworld. Ovviamente, chi gli vuole bene è preoccupato per Nolan perché teme di vedere nel futuro quanto visto già in passato: non starai esagerando?, gli chiedono amici, colleghi e familiari (tranne il fratello, che in materia di esagerazione non può certo permettersi di dare lezioni a chicchessia). Non starai rendendo tutto troppo difficile, troppo complicato?, gli chiedono. Possibile tu non abbia imparato nessuna lezione dai precedenti?, si chiedono. E Nolan dice che è d’accordo con loro, che «viviamo un momento storico in cui le cose vanno così male in tutto il mondo che fare una serie che mette il dito proprio in questa piaga sarebbe una follia». Ed è esattamente per questo che ha deciso di fare Fallout.

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