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Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.
Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.
Sarà un caso, ma le nuove uniformi della Space Force presentate da Trump somigliano molto a quelle di un certo regime di estrema destra che governò la Germania dal ’33 al ’45… La Casa Bianca, in un comunicato ufficiale, ha detto che l'ispirazione sono le divise di Starship Troopers. Ma le divise di Starship Troopers erano ispirate proprio a quelle delle SS.
Jeff Bezos continua a investire miliardi nella moda nella speranza che prima o poi qualcuno lo trovi simpatico Lauren Sánchez e Jeff Bezos continuano a investire milioni in tessuti ecologici e giovani designer. Ma di simpatia, per il momento, ancora nessuna traccia.
Si è scoperto che Van Gogh ha firmato solo il 15 per cento della sue opere perché tutte le altre le considerava troppo brutte per firmarle Lo ha rivelato una ricerca del Van Gogh Museum di Amsterdam, la prima dedicata esclusivamente alla firma "Vincent".
Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.

Le fake news sono un problema serio

Chiamatela come volete, ma c'è una disinformazione sistematica a uso propagandistico.

29 Novembre 2017

In questi giorni si sta tornando a parlare di fake news. Anzi, più correttamente, della disinformazione sistematica che sta prendendo piede in questo Paese, un fenomeno che include “fake news” vere e proprie, insomma notizie inventate, ma anche contenuti propagandistici e/o fuorvianti, e che rischia di avvelenare il clima ancora di più, ora che le elezioni si stanno avvicinando. Alcuni però sostengono che è un dibattito mal posto, sarebbe meglio non parlarne, o parlarne meno, o in altri termini. Altri ancora sostengono che l’idea stessa di fake news sia… una fake news. Che cosa è successo?

Il 21 novembre BuzzFeed ha pubblicato un pezzo, scritto a quattro mani dall’editor per l’Europa Alberto Nardelli e dal news media editor Craig Silverman, su una serie di siti di “disinformazione” (la parola che si usa è “misinformation”, non “fake news”) che diffondono bufale e/o notizie esagerate contro gli immigrati, insieme a vari articoli sensazionalistici che hanno tutta l’aria di essere poco verificati. I due più noti sono iNews24 (“Bambina di dodici anni rapita da uno zingaro senza cuore e scrupoli”) e Diretta News (“La malaria la portano gli immigrati”, e “Gli uomini scelgono lo scrotox, l’iniezione per avere enormi testicoli”). Su Facebook iNews24 e Diretta News vantano più seguito di alcuni dei grandi quotidiani mainstream (anzi, vantavano: dopo l’inchiesta di BuzzFeed, Facebook ha chiuso le loro pagine). L’articolo dimostrava che i due siti appartengono alla stessa società, Web365, che gestisce oltre 170 domini ed è di proprietà di una famiglia vicina a una associazione cattolica ultra-conservatrice.

Il punto dell’articolo di BuzzFeed è che in Italia la disinformazione sensazionalista è forte e diffusa e che questo rischia di essere un problema, specie quando di mezzo c’è il fomentare il risentimento verso gli immigrati. Un altro punto è che secondo gli autori c’è «una sovrapposizione» tra un certo mondo estremista cattolico, i movimenti nazionalisti e le società che monetizzano sul clickbait. In una nota spiegano che Andrea Stroppa, un «ricercatore indipendente sulla cyber security» che «è stato consigliere del premier Matteo Renzi», ha «contribuito con delle ricerche». Questo non significa che BuzzFeed abbia usato un rapporto di Stroppa, né tanto meno che si sia affidato ciecamente a informazioni fornite da lui: Stroppa «ha fornito delle segnalazioni basate sulla sua ricerca che noi abbiamo prima verificato, e poi noi abbiamo fatto una nostra ricerca ed analisi partendo dalle sue segnalazioni, il tutto in modo indipendente», spiega Nardelli a Studio.

Il 24 novembre il New York Times ha pubblicato un articolo, dove il corrispondente Jason Horowitz scrive che, con le elezioni alle porte, «si comincia a temere che l’Italia diventi il prossimo obiettivo di una campagna destabilizzante di propaganda e fake news». L’Italia è, a detta di «molti analisti», l’anello debole di «un’Unione europea sempre più vulnerabile» a sospette «ingerenze russe» di cui si è già parlato nei contesti delle elezioni americane, del referendum sulla Brexit e dei disordini in Catalogna. Tra i più preoccupati c’è il Pd, che come esempio di propaganda inventata di sana pianta ai suoi danni cita un meme che accusava la Boldrini e la Boschi di essere state presenti al funerale del boss mafioso Totò Riina (il meme era stato lanciato da un account Facebook che il Nyt definiva come «vicino al Movimento Cinque Stelle» e che è poi stato cancellato»). Il Times aggiunge che Facebook ha detto al governo italiano di avere stabilito una «task force italiana» di fact-checker che si «occupi del problema fake news in vista delle elezioni»

Il quotidiano newyorchese cita anche un rapporto di Andrea Stroppa secondo cui «la pagina ufficiale di un movimento che sostiene Matteo Salvini ha gli stessi codici di Google di una pagina propagandistica a sostegno del Movimento Cinque Stelle». Gli stessi codici sono condivisi anche da «molti altri siti, alcuni dei quali diffondono teorie del complotto, attaccano Renzi e fanno propaganda esplicitamente filo russa». Il Nyt spiega chiaramente che Stroppa è stato un consigliere del segretario Pd e che il report era stato «preparato per Renzi» e poi condiviso col giornale. Spiega anche che i dati contenuti sono stati «verificati dal Times» e non certo presi per buoni, così.

FRANCE-POLITICS-MEDIA-NEWSPAPER

Le fake news sono state anche uno dei temi discussi alla Leopolda, dove tra le altre cose sono state citate anche le due inchieste americane. Intanto il Pd ha annunciato che presenterà in Parlamento una legge contro la disinformazione. L’insieme delle due cose – le due inchieste giornalistiche e il fatto che il Pd ne stia facendo un tema importante – ha scatenato molte reazioni. In pratica, al dibattito sulle fake news, si è aggiunto un dibattito sul dibattito sulle fake news.

Com’era prevedibile, il blog di Beppe Grillo, ha pubblicato un post contro la stampa americana: “La fake news del Nyt e Buzzfeed sulle fake news”. Le due testate sono accusate di avere messo «nel mirino» il M5S, però in realtà è solamente il Nyt che si occupa dei pentastellati: l’inchiesta di Buzzfeed si occupa di tutt’altro. Excusatio non petita? Buzzfeed aveva pubblicato un’altra inchiesta, nel 2016, che indagava su alcuni siti di proprietà della Casaleggio e sul loro ruolo nel diffondere disinformazione, però è un episodio diverso e vecchio di un anno: unito alla reazione piccata di questi giorni, sembra confermare che la disinformazione e la propaganda sistematica fanno il gioco dei partiti populisti.

Altre critiche sono arrivate da ambienti giornalistici. Su Valigia Blu Angelo Romano e Arianna Ciccone hanno contestato l’idea di «mettere al centro della campagna elettorale il fenomeno delle fake news» e l’utilizzo del termine «fake news». Una delle loro conclusioni è che sì, le fake news esistono e sono un problema, ma non certo il problema principale della democrazia italiana. È un discorso condivisibile: la disinformazione aiuta a destabilizzare le democrazie e rafforza i populismi, ma non è la causa principale (è ridicolo pensare che la propaganda del Cremlino abbia “eletto Trump”, un’altra cosa però è ammettere che ha contribuito a creare un clima pericoloso). Però in questo contesto rischia di sapere un po’ di benaltrismo: il fatto che le fake news non siano il problema principale non è un buon motivo per non occuparsene.

Un’altra cosa fatta notare è che il termine stesso “fake news” sta diventando problematico. Primo perché è utilizzato anche in contesti propagandistici (per esempio quando Trump ha accusato la Cnn di essere “fake news”) e poi perché viene utilizzato per descrivere un fenomeno più ampio di quello che non indica il termine: “fake news” ormai si utilizza per indicare non più soltanto le “notizie false”, ma anche articoli fuorvianti o propagandistici. Ok, la parte per il tutto, è una sineddoche infelice. Forse sarebbe meglio parlare di “misinformation”, come ha fatto BuzzFeed, però non cambia la sostanza: una disinformazione sistematica e deliberata che non fa bene alla democrazia.

Su Vice Leonardo Bianchi sollevava qualche dubbio sul fatto che entrambi gli articoli americani avessero citato tra le fonti Andrea Stroppa, considerato vicino a Renzi. È giusto affidarsi a una fonte considerata “di parte”? La domanda avrebbe senso se BuzzFeed e il New York Times avessero preso un dossier a scatola chiusa: un modus operandi impensabile per una testata rispettabile, specie nel mondo anglosassone. Quello che è successo, invece, è che il Nyt ha ricevuto da Stroppa un report che ha poi verificato, mentre BuzzFeed ha condotto un’indagine indipendente partendo anche da alcune segnalazioni di Stroppa.

Su Twitter Fabio Chiusi ha fatto notare che le fake news esistono anche sui giornali mainstream. Chiusi cita come esempio una bufala recente su un’inesistente bambina di Padova costretta a sposarsi a nove anni per colpa della tradizione islamica (era finita sul Messaggero e la Stampa, che poi si è scusata). Ma se ne potrebbero citare molte altre di bufale uscite sui quotidiani: qualcuno ricorda la storia della bambina inglese obbligata a convertirsi all’islam dalla famiglia affidataria? (nata da una testata inglese la bufala s’era diffusa a macchia d’olio su quelli italiani, salvo poi scoprire che la bambina era musulmana). Oppure l’atroce statistica del “90 per cento delle denunce di stupri che sono inventate”, uscita a caso, senza il minimo controllo? Chiusi ha ragione quando dice che il giornalismo italiano ha un problema di fact-checking (e dunque di credibilità) che non regge il confronto con le altre democrazie mature. Però questo non sminuisce la pericolosità della disinformazione deliberata dei siti specializzati in questo business. Semmai, la rende ancora più pericolosa. Perché in un Paese in cui la gente qualche ragione di diffidare dell’informazione mainstream ce l’ha, la disinformazione diventa ancora più credibile.

Foto Getty
Inizialmente questo articolo riportava che Web365 “gestisce oltre 170 siti”, cosa inesatta perché tra i domini che controlla sono presenti alcuni inattivi. L’imprecisione è stata corretta e ce ne scusiamo con i lettori.
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