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Evangelion, la fine di tutto e di niente

Su Prime si trova l'ultimo capitolo della saga di Hideaki Anno, Evangelion 3.0 + 1.0: Thrice Upon a Time, che però apre più porte di quelle che dovrebbe chiudere.

12 Agosto 2021

C’era tre volte Neon Genesis Evangelion: la prima volta fu tragedia, la seconda trionfo, la terza ricostruzione. E adesso? Adesso è finita, così come era finita nel 1996 con il leggendario dittico degli episodi 25 e 26 della serie televisiva, così come era finita nel 1997 con il back to back cinematografico Death & Rebirth e The end of Evangelion: fino alla prossima volta, a un altro inizio e a un’altra fine, dunque. Il 13 agosto su Amazon Prime è arrivato Evangelion 3.0 + 1.0: Thrice Upon a Time, ultimo capitolo della tetralogia della ricostruzione, ultimo finale di una saga restituita «per come avrebbe dovuto essere, senza limiti imposti dal budget o dalla tecnologia», ha detto Hideaki Anno, creatore e regista.

È finita la guerra tra l’umanità rintanata nella roccaforte di Neo-Tokyo 3 e i mostruosi Angeli venuti da chissà dove. È finito il tormento dei Children, i bambini del destino scelti dal misterioso Istituto Marduk, soldatini mandati in battaglia dentro la carne e il ferro, l’amore e il dolore delle macchine da combattimento umanoidi multifunzione Evangelion, armi di distruzione di massa capaci di battersi alla pari con gli Angeli. È finito il Second Impact, la semi-apocalisse che è la premessa di questa storia, ed è finito il Progetto per l’evoluzione dell’uomo, il balzo in avanti della specie per evitare il quale (o favorire lo stesso) i fatti di questa storia sono avvenuti. Chiuso il quartier generale della NERV, si son spenti gli avatar della Seele. Ha smesso di complottare Gendo Ikari, ha smesso di soffrire Shinji Ikari, l’unico pilota riluttante in una altrimenti entusiastica linea di successione che va da Amuro Ray di Gundam a Simon di Sfondamento dei cieli Gurren Lagann. È finito Evangelion preso alla lettera, «una semplice opera con dei robot» che però non è mai stata tale perché il tizio che ne diede quella definizione è anche quello che disse «mi chiedo se una persona appassionata di cartoni sui robot possa ancora essere felice dopo i vent’anni». Ed è anche quello che disse «gli animefan vengono presi in giro perché́ non si rendono conto di quanto le loro idee siano infantili. […] Ho fatto l’animefan per ventun anni, e me ne sono accorto solo ora che ne ho trentacinque. Devo essere un bello scemo pure io». Ed è anche il creatore di Evangelion, Hideaki Anno.

È passata la malattia di cui Evangelion era l’allegoria: la depressione e la sindrome da hikikomori di Anno, ed è giusto che Evangelion finisca adesso, essendo l’opera diversa di una persona diversa. I fan(atici) che pretendevano le risposte attese per trent’anni resteranno delusi, cioè si incazzeranno. Ma a legare Anno ai fan duri e puri di Evangelionsono un amore antico che non finisce qui e un odio abitudinario che non comincia adesso: va così da quando nel 1996 lui si azzardò a raccontare come una malattia la nascente sub-cultura otaku, quella degli ossessionati in senso clinico da manga, anime, videogiochi e cultura pop in generale. Per Anno, l’otaku è il nemico alle porte perché è l’immagine riflessa nello specchio. Sua moglie si chiama Moyoco e fa la mangaka, nel 2005 pubblica un fumetto che si intitola Kantoku Fuyuki Todoki (più o meno traducibile con un regista scadente), ispirato alla vita in casa Anno: Hideaki viene descritto come il padre, anzi il dio, della setta degli otaku, una setta dalla quale è uscito nella predica ma di cui resta zelota nella pratica.

Una setta che lui odia, anche a ragione: a essa lui ha dato i suoi dolori di giovane uomo arrabbiato nella forma di un giovane uomo arrabbiato e addolorato (Shinji), e la setta ne ha fatto il santino dei proto-incel prima del Giappone, poi del mondo intero; alla setta lui ha dato i suoi turbamenti sessuali nella forma di tre donne tragiche ed eroiche (Misato, Rei, Asuka), e la setta ne ha fatto derivazioni pornografiche, cuscini a grandezza d’uomo per maschi che pretendono di sposare con rito civile personaggi di finzione, stock character che ancora adesso infestano il fumetto e l’animazione giapponese (tutte le tsundere sono Asuka, tutte le kuudere sono Rei); alla setta lui ha dato lo sforzo di superare tutti i giocattoli dell’infanzia/gioventù condivisa: Gundam e Ideon di Yoshiyuki Tomino, Devilman di Go Nagai, Capitan Harlock di Leiji Matsumoto, Tatakae! Iczer-1 di Aran Rei, Caro fratello di Riyoko Ikeda e Ultraman, capolavori che dovevano trovare nuova vita nell’opera che li avrebbe uniti e superati tutti, Evangelion. E la setta ha ridotto la missione di un artista al collezionismo di merchandise, a pupazzi che Anno era arrivato a detestare a tal punto da immaginare gli Eva in una maniera che respingesse le aziende di giocattoli (aveva dato ai suoi robot occhi terribili per spaventare i bambini, li aveva resi cannibali per far vomitare i sensibili e convincerli a diventare vegani come lui).

Una setta, quella degli otaku, che sono trent’anni che Anno si diverte a far incazzare, da quando loro, gli otaku, nel ‘96, lo coprirono di insulti e minacce perché non avevano gradito il finale della serie tv: lui aveva raccontato l’inizio della sua guarigione dalla depressione, loro volevano sapere di che colore era l’Eva-04 che nella serie non viene mai mostrato. La delusione fu tale che Anno un giorno salì sul tetto della sede di Gainax e per un po’ rimase lì a contemplare il vuoto. Poi fece una scelta diversa: in The end of Evangelion, uscito nel ‘97,c’è un montaggio parallelo in cui da una parte ci sono le lettere che lo portarono a tanto così dall’ammazzarsi e dall’altra i volti dei fan che si godono il film. Questi siamo noi, questi siete voi.

Una setta che questa volta si incazzerà come mai prima: Thrice Upon a time non dà una risposta che sia una e, come se non bastasse, aggiunge delle domande nuove. Siamo sempre lì: Evangelion sarebbe chiarissimo se solo sapessimo quell’antefatto, quel pezzo di passato, quel frammento di mitologia che sta nella testa di Anno. Lui però non ha nessuna voglia di soffermarcisi, nessun interesse a tirarlo fuori: la storia gli piace così, infinitamente vasta nel passato, eternamente ripetuta nel presente, chissà come interpretabile nel futuro. È dagli anni ‘90 che aspettiamo di sapere perché queste creature si chiamano Evangelion, e nel 2021 siamo sempre a quell’intervista in cui Anno diceva che «è una parola greca, l’ho usata perché mi sembrava complicata». Sono trent’anni che aspettiamo di capire a cosa corrispondano tutti i simboli giudaico-cristiani sparsi qua e là: Adamo e Lilith, l’Albero della Vita e quello della Conoscenza, la lancia di Longino e quella di Cassius, la camera del Guf e la chiave di Nabucodonosor. Siamo sempre a trent’anni fa, a quando uno dei registi della serie televisiva, Kazuya Tsurumaki, diceva che: «Non c’è nessun significato cristiano nella serie, abbiamo solo pensato che riferimenti visivi al cristianesimo sembrassero fighi».

Thrice upon a time non è il finale ma solo un finale, così come non era il finale ma solo un finale l’episodio 26 della serie televisiva. È un’opera libera dal peso che stava dentro la mente di Anno e fuori, nel mondo ostile dell’epoca: l’opera di un regista affermato e realizzato, disposto a scrivere film in cui non si capisce niente pur di mostrarci tutto quello che ha immaginato, capace ormai di girare scene incredibili come quella che apre You Can (Not) Redo mescolando Michael Bay dei Transformers e Alfonso Cuarón di Gravity. È un regista che ora si sente pronto a fare solo live action perché l’animazione gli ha dato tutto quello che poteva dargli, e in effetti una certa qual voglia di chiudere si intuisce nei passaggi (logici) che mancano e nei pezzi (di mito) che saltano. Ma ormai è andata, adesso è il momento di fare quello che ha fatto con i mecha con altre icone della cultura popolare giapponese: Godzilla è già tornato shin (nuovo, vero, dio) grazie a lui nel 2016, ora tocca a Ultraman, poi a Kamen Raider.

A ognuno dei primi tre capitoli della tetralogia della ricostruzione di Evangelion è associato un movimento del jo-ha-kyū, il ritmo al quale si esegue tutta l’arte giapponese, dal teatro alla poesia, dalle arti marziali alla cerimonia del tè. You are (not) alone è il jo, la partenza lenta: il film ripropone i primi sei episodi della serie animata, rivisti e corretti. You can (not) advance è lo ha, il momento in cui si comincia ad accelerare: nel terzo atto la storia diventa una cosa nuova, all’improvviso. You can (not) redo è il kyū, il crescendo che è anche il finale: qui è tutto diverso, è tutto cambiato, niente è finito, niente è chiaro. A Thrice upon a time è stato invece associato un simbolo dell’alfabeto musicale: all’inizio si pensava fosse ||, la fine della battuta nello spartito. Ma secondo Anime News Network, si tratterebbe in realtà di :||, che sta per da capo. Chissà, forse non è finita.

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