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Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.
Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
Il nuovo film di Sean Baker è già uscito e si può vedere gratuitamente online Si intitola Sandiwara, è un cortometraggio ambientato a Penang, in Malesia, le protagoniste sono la premio Oscar Michelle Yeoh e la cucina malese.
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A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.

Eugenio Baroncelli, autore di vite che potevano essere la sua

È uscito per Sellerio Libro di furti. 301 vite rubate alla mia, microbiografie in cui lo scrittore-enciclopedia cerca sé stesso.

24 Giugno 2021

Eugenio Baroncelli lavora da anni a una specie di biografia dell’umanità, o delle umanità. L’opera che più si avvicina a questo corpus è il leggendario Dizionario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, un capolavoro di disarmante completezza ed erudizione; non mi sorprenderebbe se avesse redatto lui tutte le voci.

Gli autori-enciclopedia sono debordanti perché vogliono misurarsi con molti campi del sapere: sono pervasi da un’inquietudine uggiosa, a volte pragmatica a volte sfinente, e spesso, quando li si legge, non si sa da dove cominciare o dove ricominciare perché si perde il filo – e si sparpaglia pure la fisionomia dell’autore. Per alcuni servirebbe un navigatore, penso a Borges, a Leopardi, a Valéry, a Manganelli – perché non riesci a comprimerli in un’etichetta –, ma anche a scrittori che tendono a infinito in modo diverso come Proust («la sua è la battaglia di un uomo diafano quasi immateriale, costretto ad alternare i tranquillanti agli eccitanti, contro le bizze di un tempo che dobbiamo perdere per poterlo ritrovare», dice Baroncelli), Simenon, Freud, Canetti, Kafka, Gombrowicz – tutti grandi maestri di smarrimento. Bisogna concedere loro un generoso lasciapassare se non si vuole essere travolti dall’io. Con Baroncelli, invece, autore e lettore (tra qualche riga capirete cosa intendo) stanno nella stessa trincea.

Le sue non sono le vite immaginarie di Schwob o di Wilcock, o Pontiggia, e nemmeno le vite minuscole di Michon, autori che certamente Baroncelli apprezza, la sua è piuttosto una miniaturizzazione della ricerca proustiana: “Proust in a nutshell” potremmo dire, dove l’oggetto di studio sembra il biografato, ma a poco a poco scopriamo che dietro il sipario l’autore sta cercando sé stesso, rubacchia dalle vite degli altri per sbarazzarsi della sua, si distoglie dal suo destino per scriverlo; traccia le vite di cui si sente privato.

Baroncelli è un maestro di bonsai che ambisce al lucore del proprio infinito. «Chi scrive dell’universo non fa, nel migliore dei casi, che parlare di sé», scrive Baroncelli citando Borges, ed è significativo quanto insista su questo aspetto. Rispetto a Borges, però, Baroncelli non inventa nulla («se qualche mancanza circostanziale ho interpolato nell’una o nell’altra di queste vite […] è appena per giustificare questo libro»), è un biografo pervicace e abbarbicato al dato, ma per il lettore questa circostanza è del tutto ininfluente perché la straordinarietà delle portanti e delle increspature dalle quali Baroncelli è venificamente attirato e delle quali si fa latore fa pensare che quelle righe avare siano le uniche cose da sapere. È così che nascono le sue biografie in tre tocchi, dall’unione a volte inusitata a volte elementare di particolari poco noti. L’effetto è incontrollabile: «Più la vita è maniacale, come quelle degli amanti, più è perversa la biografia che racconta».

«Scrivere vuol dire invecchiare», mi confessa, citando sé stesso senza accorgersene, «e scrivere biografie vuol dire invecchiare in solitudine». Tal lavorio è possibile solo se sei scisso e dalle sue pagine ho capito che Baroncelli non fatica a riconoscerlo: «Eugenio va a dormire e Baroncelli rammenda le vite». «È all’altro, a Baroncelli, che capitano le cose. Io vorrei stare nell’ombra, e lui accende la luce. Io non so fare niente, e lui decanta la mia inettitudine. Io sono un uomo modesto (tutti questi io sono dettati da una mera necessità grammaticale)». Eugenio e Baroncelli lavorano senza internet: usano le biblioteche, e in questo sono fortunati perché a Ravenna c’è la Classense, babelica ed efficientissima.

«Ho trovato queste vite nel marasma della mia biblioteca e le ho ricopiate […] senza chiedere loro se nel freddo orfanotrofio di un libro volessero entrare». Solo protetti dai libri si possono raccontare personaggi da libro: «A volte da una grossa biografia ricavo lo spunto per un paio di paragrafi», mi dice, con un certo orgoglio, e questo discernimento si sente nella consistenza «mitridatica» dei ritratti. Sentite come cattura Guido Morselli: «Ebbe una mucca che gli mangiava le pagine delle riviste letterarie. Nuotò, passeggiò, vestì di bianco. Scrisse. Scriveva libri che, invece di lasciare nel cassetto a ringiovanire in gran segreto, incautamente spediva a editori che glieli rifiutavano. All’ultimo rifiuto non si rassegnò. Nella notte fra la fine di un luglio e il principio di un agosto, nella sua casa di Varese affollata dagli inediti, si tirò un colpo di pistola. Sbagliava. Confuse il silenzio suo con quello dei suoi romanzi, che infatti continuano a parlare» (da Falene). O Tommaso Landolfi: «Nacque per sbaglio nel Novecento. Indispettito, prese le pose di un attardato dandy romantico: notturno, stravagante, giocatore d’azzardo inveterato. Finì per essere un Landolfi eccentrico quanto il suo doppio. Ai suoi racconti, ilare piromane, appiccò dolosi incendi verbali. A un suo libro di racconti affidò la disperata civetteria di risguardi tassativamente bianchi. È morto da due secoli ma ancora lascia la sua ombra» (Da Libro dei furti).

Guardate come conclude la Candela di Elizabeth Bishop: «Tornata a Boston a invecchiare, osservò che i ricordi d’infanzia sono gli oroscopi di un destino già vissuto. Nel 1979 paragonò un arcobaleno a un uccello che sguscia via dal cielo come il mercurio di un termometro spezzato, finì la poesia con la parola gay, cioè lesbica e felice, e morì». C’è tutta Bishop in queste righe.

La concentrazione di Baroncelli produce effetti sorprendenti: come in un buco nero queste masse piccole e densissime attirano altra materia e producono combinazioni inattese; un nuovo orizzonte degli eventi, che cambia la visuale. Il suo procedimento tipico è l’interpolazione stratificata: ecco come tratteggia Hofmannsthal, l’imprendibile, ricorrendo a Burckhardt: «Incontrarlo era come incontrare due persone, una che stava lì e l’altra, persa chissà dove, che non stava lì». Lo spostamento è un rimando a un’altra fonte, un nuovo allargamento del piano di campagna, fino a uno sconfinamento.

Dai libri di Baroncelli affiora un’opera nell’opera: la biografia permutante di Robert Walser, per lui maestro di imperdonabile irraggiungibilità. Walser è «l’incurabile che non voleva essere ricordato», scrive, «incapace perfino di annodare un cappio come si deve». In Risvolti svelti: «Visse per scomparire. Scrisse per assentarsi». «All’inchiostro, che non si cancella, preferiva l’arrendevole matita. Con quella riempì i suoi fogli di letterine illeggibili, come altri il loro cielo di un dio inconfondibile» (Libro delle candele). In un altro caso ricorre a Benjamin come ventriloquo: «Walser comincia dove finiscono le fiabe»; «agli uomini preferiva le cose cui gli uomini non danno importanza: la cenere, lo spillo, il lapis e lo zolfanello – queste inezie che, quando il fuoco sarà spento, resteranno».

«Perché evita la fiction? Perché non ha scritto un romanzo o una novella?», gli chiedo a bruciapelo. «Se avessi una trama perfetta come quella di L’invenzione di Morel di Bioy Casares, certo che lo scriverei un romanzo!». «Vabbè, non tutti hanno Borges a portata di mano». Baroncelli si fa una risata e, dopo un silenzio così lungo da farmi pentire della domanda, aggiunge: «Sto lavorando a un falso giallo». «Suo? Con una trama, con personaggi inventati?». «Sì», altra risata, altro silenzio. «Un falso giallo, gliel’ho detto».

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