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Per puro caso è stato ritrovato il diario di un sopravvissuto a Hiroshima, che adesso diventerà un libro e un film Scritto da Kiyoshi Tanimoto, rimasto per decenni negli archivi dell'università di Yale, adesso il diario diventa un libro e un film intitolati Hiroshima, 8:15.
In Messico c’è un vigilantes che dà la caccia ai ladri di biciclette, li cattura e li attacca con lo scotch ai pali stradali È successo a Lagos de Moreno, nello Stato di Jalisco. Il vigilantes è stato ribattezzato da media e cittadini "il Batman messicano".
Al movimento contro i data center si è unita anche Erin Brockovich, quella vera «Combattiamo contro chi possiede tutti i soldi del mondo», ha detto, annunciando la sua discesa in campo contro i data center.
I lefebvriani hanno il vizio di farsi scomunicare dalla Chiesa Cattolica per l’ordinazione di vescovi senza il permesso del Papa Era già successa la stessa identica cosa nel 1988, quando Marcel Lefebvre in persona fu scomunicato da Giovanni Paolo II. Ora, Leone XIV è stato costretto alla stessa decisione.
Tom Verlaine dei Television aveva una collezione di 4 mila vinili e adesso quella collezione è in vendita I vinili del frontman dei Television si potranno acquistare sulla piattaforma Discogs oppure nel negozio di dischi Academy Recors, a Brooklyn.
Quest’anno il Glastonbury non ci sarà perché gli organizzatori vogliono far “riposare” il terreno sul quale si tiene il festival Lo chiamano anno di maggese, ce n'è uno ogni cinque edizioni del festival, serve a far ricrescere l'erba e a far brucare tranquille le mucche.
In Francia hanno approvato una legge che equipara l’ultra fast fashion a sigarette e alcolici Una legge che va a limitare fortemente le attività di colossi come Shein, Temu e AliExpress, imponendo una nuova tassa e il divieto di pubblicità.
L’ondata di caldo è stata una catastrofe per i festival musicali indipendenti, che già se la passavano piuttosto male Solo nello scorso fine settimana ci sono state una mezza dozzina di cancellazioni di concerti e festival annullati. Alcuni rischiano di non tornare più.

Idee, litigi ed eredità di Enzo Mari

Cosa ha rappresentato la progettazione per il grande designer italiano morto il 19 ottobre.

20 Ottobre 2020

“La stipsi di Danese contro la diarrea dell’Ikea». Primi anni Novanta. C’era una volta in cui Villa Malaparte sapeva ospitare nei suoi salotti due designer a scannarsi sulle ragioni (ma più che altro i torti) del mondo della produzione, riuniti da quel titolo piuttosto assurdo. Uno è Enzo Mari, che per il piccolo editore milanese (Danese, appunto) disegnerà la maggior parte dei suoi oggetti passati alla storia del design, l’altro è Alessandro Mendini, che dato che la milanesità alto borghese ce l’aveva dentro, in quel confronto quasi sicuramente non alzò mai la voce, pur non risparmiando le sue stoccate. Anche perché Mari era molto più grosso e abbastanza spesso incazzato. E Mendini tutto il contrario. Non c’è un video dell’incontro. Ci sono i ricordi di chi me lo ha raccontato come di un tempo in cui intorno al design si costruivano ideologie, si litigava, ci si schierava apertamente, si prendeva una posizione grossa, solida, difficile e caso mai, come farà Mari per un certo tempo, si poteva anche rinunciare a lavorare per questioni di principio. Se ci fosse un video, sentiremmo ancora la cadenza ruvida della provincia del Piemonte orientale di Mari soverchiare la voce sottile di Sandro, nata nel centro di Milano e cresciuta alla scuola tedesca. Due giganti, si è detto. Due utopisti. Insieme a Ettore Sottsass, Mari e Mendini erano gli ultimi grandi utopisti del design italiano. Mendini diceva di Mari che era «un inquisitore progettuale» (Domus, 607, 1980). E in effetti il suo «Vuotate tutto, cambiate tutto, reinventate tutto!» era uno di quei messaggi che non potevano non scuotere le coscienze. Il punto è che probabilmente, visto l’acume di Mari, la prima coscienza a farci i conti era proprio la sua. Ed è anche l’ultima sotto cui passare l’esame.

Ma prima di cosa o come, perché progettare? La risposta che si dava (e che potrebbe per sempre chiudere l’ansiogena questione di che senso abbia continuare a ridisegnare sedie, lampade, divani di cui, come evidente, siamo già strapieni) era che si deve guardare fuori da sé, fuori dalla finestra. Se quello che vedi ti sembra buono, allora non ha alcun senso continuare a fare e ci si deve fermare. Se quello che vedi invece non ti piace, non funziona, potrebbe andare meglio, allora è doveroso intervenire. «Progettare per non essere progettati», diceva. E poi studiare. Osservare. Raccogliere. Assecondare la «fame di capire». Come quando da piccolo prende un martello, fa un buco nel pavimento del balcone e spia quello che succede lì sotto. È il suo primo progetto: il primo dei chiodi che pianta. Guardare fuori. O sotto. Studiare cosa c’è da cambiare. Essere dentro al problema.

La mostra recentemente inaugurata in Triennale e curata da Hans Ulrich Obrist con Francesca Giacomelli, è introdotta da una legenda in cui i progetti su committenza delle aziende sono segnati diversamente da quelli nati liberamente (guai usare la parola “creatività”). Etero ed auto commissione. Una distinzione importante e doverosa, in cui però la cosa più interessante è scovare i tanti nodi in cui, proprio nel lavoro con l’industria, si concentra la carica ideologica e politica più sferzante di Mari. Non essersi chiuso nell’arte, ma essersi aperto al design è quindi forse l’allegoria (parola che amava) più precisa della sua tensione verso il mondo e le cose (parola nel suo caso preferibile a “oggetti”; come “lavoro” è preferibile a “progetto”). Non smettere di cercare la tigre, come la chiamava lui, l’alleato del soldato dell’utopia, nel mondo. Credo che se ne sia andato ancora inseguendola.

Enzo Mari è stato un progettista che ha abitato la contraddizione, anzi – come avrebbe detto lui mutuandolo dal gergo sindacalista – la contrattazione. D’altronde non dev’essere semplice fare i conti con il tema dell’ecologia da promuovere e della produzione industriale da aborrire quando, di mestiere, immetti cose nel mondo. Non dev’essere automatico lavorare per le masse alienate, vendendo al pubblico borghese. Non dev’essere pacificabile considerare la grande arte popolare, unita, totale e poi operare con la piccola serie di un movimento artistico d’avanguardia. E infatti nel tempo il lavoro di Enzo Mari è stato molto malinteso (si pensi al Manuale di autoprogettazione del 1976 che venne interpretato dai più come una specie di esercizio di decoupage per signore annoiate) e lui stesso si è contraddetto (scegliendo per esempio editori e imprenditori che qualche anno prima avrebbe considerato «senza coraggio», che non conoscono la differenza tra «design, moda e karaoke»).

Non so se avesse già la barba bianca quando si chiese: «Chi è il designer migliore?». Ma visto che non poteva ribattere a una domanda che sembrava provocata dal mercato, la riformulò: «Chi è il meno peggiore?». E si rispose così (anzi, lo scrisse, rigorosamente in corsivo): «È un vecchio povero contadino che pianta un bosco di castagni. Non potrà mangiare le prime castagne, non potrà utilizzare il legno, in agosto non potrà godere dell’ombra di un grande albero. Lui no, i suoi nipoti sì. I contadini sono ottimi designer». La mia generazione se l’è spesso presa con Enzo Mari, cazziatore delle giovani schiere di progettisti a cui voleva negare l’accesso alla sua eredità, saltando almeno quarant’anni perché si riformasse una nuova ondata di designer. Ma ora che se n’è andato, che si sposta da quella posizione di ieratico censore, ecco, ce lo ha fatto vedere quel bosco di castagni.

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