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Le scrittrici possono esistere solo fuori dal canone

Le polemiche su Elena Ferrante, nate sul New York Times e arrivate alla stampa italiana, portano a chiedersi quale sia il posto delle scrittrici all'interno della letteratura di oggi, dalla scuola al mercato.

30 Luglio 2024

L’altro giorno, dopo aver letto l’ennesimo articolo di giornale che, trasudando misoginvidia, metteva in discussione il diritto delle scrittrici di essere considerate scrittici punto e non scrittrici più le varie M-word (di cui tra poco si dirà), ho avuto un’illuminazione.

Piccolo passo indietro. Nel pezzo in questione, l’Autore, che ha poi giustificato la propria «ineleganza» con l’eccessivo caldo (che il surriscaldamento globale generasse pure sessismo è qualcosa che andrebbe segnalato alla prossima COP), riponeva le scrittrici in tre «faldoni» che si «pregiava» di avere ribattezzato con alcune originali M-word: «Io sono Malala», «io sono maiala», «io sono malata». All’articolo aveva prontamente risposto Eva Ferri, l’editrice di Elena Ferrante – proprio il riconoscimento da parte del New York Times della quadrilogia dell’Amica geniale come migliore opera del primo quarto di secolo aveva scatenato la stizza dell’Autore – con una nota che è un piccolo saggio, e anche una lezione, di editoria femminista. A differenza delle altre volte, però, finita la lettura e postata una biliosa quanto inutile storia su Instagram, mi sono fermata e mi sono guardata. Che cosa stavo facendo, ancora una volta?

Ci eravamo cascate, di nuovo. Come ci eravamo cascate dieci volte, un milione di volte prima di allora. E tutte quante, dalla prima all’ultima, dalla testa ai piedi (l’uso del femminile sovraesteso è voluto). E dire che, ogni volta, lo schema è pressoché identico: c’è un tale Autore al quale saltano i nervi perché una tale scrittrice o, peggio, «le scrittrici» hanno più successo degli scrittori, a questo Autore viene dato un palco dal quale proclamare tutta la frustrazione sua e dei suoi, tutte noi ci indigniamo, ci arrabbiamo, ci ingastritiamo (che è un verbo che dovrebbe esistere) e iniziamo con zelo a perpetrare la causa delle scrittrici cercando allo stesso tempo: di non raggiungere certe vette di volgarità, di non perdere la pazienza, di ragionare e di spiegare con eleganza da cima a fondo perché l’Autore, invece, si sbaglia.

E se fossimo noi a smetterla? Se fossimo noi a non dargli più nessuna importanza, nessuna eco, nessun accreditamento? Io, per quanto mi riguarda, sono piena: la vita è un soffio, di ore passate a spiegare che sì, per quanto possa sembrare pazzesco e indice della follia di questi tempi moderni, anche le femmine sanno scrivere eccetera eccetera, non ho più voglia. Basta, stop. Preferisco usare la mia testa per risolvere i quiz preserali oppure, cosa che mi intriga di più, ragionare sul perché in cima alle classifiche ci finiscano sempre più romanzi orgogliosamente popolari. Da ora in poi, sempre per quanto mi riguarda, le considerazioni su quanto siano scarse le femmine e che quindi non le volete in squadra con voi potete scrivervele nelle chat del calcetto o del Fantacalcio che, per quanto ho potuto capirne io, sono due chat ben distinte. Oppure scrivetele pure sui giornali nazionali, ma non mi avrete più.

Passiamo ora a un discorso più serio, annoso e stantio: il canone letterario. La domanda è sempre la stessa: le scrittrici italiane sono dentro o sono fuori? Veloce riassunto. Dalla seconda metà del Novecento, quando per alcune è stato possibile superare certe barriere sociali e materiali, le donne hanno iniziato a scrivere e a essere pubblicate. Dopo che per secoli si erano cimentate in forme letterarie «minori» e fondamentalmente innocue (epistolari e autobiografie, gli unici possibili dati i confini nei quali erano state rinchiuse), eccole uscire dal tinello e fare squillare la propria voce bella potente, riempiendo di disgusto e sgomento orecchie e occhi di letterati uomini colti in contropiede.

Osteggiate e ridicolizzate, obbligate a farsi strada in un mondo canonizzato da scrittori maschi, alcune avevano uno strano eppur comprensibile desiderio, di «scrivere come un uomo». «Avevo orrore che si potesse capire che ero una donna dalle cose che scrivevo», diceva Natalia Ginzburg ne “Il mio mestiere” (1963). Per una volta, per fortuna, questo era un desiderio impossibile da realizzare, e così le scrittrici – non servirebbe nemmeno dire che si parla di brave scrittrici, ma ribadiamolo che non si sa mai – hanno da allora portato nella letteratura uno sguardo nuovo, diverso e interessante, rimescolato le carte e i generi, introdotto tematiche, reinventato il linguaggio, facendo sperare in un futuro in cui essere ghettizzate perché donne non sarebbe più stato la norma.

E invece. Siamo nel 2024 e tuttora alle scrittrici (tranne alcuni rari casi) non solo non viene riconosciuta la piena legittimità della professione – si aggiunge sempre l’aggettivo «femminile» quando si parla della loro scrittura, una parzialità che sottintende che l’universalità sia prerogativa degli scrittori maschi – ma viene sbarrata loro anche la porta del canone. Si sa che il canone è quella cosa per cui qualcuno, dall’altezza di uno scranno, guarda di sotto e indica questo è bene e quell’altro è male, separa la pula dal grano, il legittimato dal non legittimato. Il canone è un sigillo. Dove si forma un canone letterario? Nelle accademie, nelle scuole, nelle riviste letterarie e nei premi. Ecco qualche dato di un’indagine fatta da Mis(S)conosciute, un progetto nato con lo scopo di fare conoscere al pubblico le scrittrici italiane dimenticate: solo il 19% degli intervistati dice di avere studiato, alle elementari o alle medie, «una o più di una scrittrice»; alle superiori la percentuale sale al 63%, ma i nomi studiati sono soprattutto stranieri, da Woolf a Dickinson, da Shelley a Saffo. Il dato più allarmante è quello delle università, dove il 18,7% degli studenti di percorsi umanistici dice di non avere mai studiato nessuna scrittrice. Insomma, là dove il canone si forma, in un sistema universitario ancora patriarcale, le donne sono tuttora poco più che ectoplasmi.

Già ai suoi tempi, Virginia Woolf parlava di un canone letterario alternativo. Anni fa mi colpì Annie Ernaux che, in un libretto che riportava una sua conversazione con Pierre Bras, Scrivere è dare una forma al desiderio (Castelvecchi), diceva perentoria: «Rifiuto tutto ciò che contribuisce alla canonizzazione di un’opera», inclusa la propria, un’affermazione fatta molti anni prima di ricevere il Nobel per la letteratura. Poi, a un certo punto, è arrivata qualcuna che ha iniziato a dire apertamente che la retorica del «grande scrittore» o del «grande romanzo» non serviva ad altro se non a nascondere quella cosa chiamata misoginia. Un’altra le ha risposto mettendo in discussione l’essenza e addirittura l’esistenza stessa del cosiddetto «canone» e proponendo una sua decostruzione e una maggiore apertura al nuovo e al diverso. A questo punto, si ritorna al solito discorso: in quale universo chi ha un privilegio decide di disfarsene o di condividere la propria fortuna con chi ne ha meno? In nessuno.

In definitiva, le scrittrici forse possono esistere solo fuori dal canone, e di sicuro da quel canone, come ci ha insegnato Ferrante che nella sua quadrilogia non ha mai mancato di sottolineare il sentimento di smarginatura provato per prima da Lila. “Smarginatura” è qualcosa di molto difficile da descrivere. Lila ci prova e sa dire solo che «si dissolvevano all’improvviso i margini delle persone e delle cose». Ma è qualcosa che va oltre, è il non percepire più i propri margini, fondersi con ciò che si ha intorno, un po’ come certe lune estive diluite dentro i propri aloni. Quindi non ci resta che organizzarci, ma lo stiamo già facendo, pensiamo solo al famoso iceberg delle scrittrici, a cura @_imieiritagli con la collaborazione di Mis(S)conosciute, che rappresenta visivamente l’abisso nel quale le scrittrici del Novecento sono state fatte affondare, o al recente manuale scolastico edito da Loescher intitolato Controcanone. La letteratura delle donne dalle origini a oggi a cura di Johnny L. Bertolio – perché la cosa richiederà un lungo tempo e una ancora più lunga pazienza, disciplina della quale siamo però campionesse olimpioniche per esserci allenate dai secoli dei secoli.

Organizzarci quindi, e lavorare e non ascoltare le provocazioni di quelli là e non stancarci mai di credere soltanto a noi stesse, andando alla ricerca di alleati, infiltrandoci nelle accademie, scalando quello che c’è da scalare, chiedendo meno permessi possibili perché tanto la risposta è no, raccontandoci e parlandoci tra di noi e costruendoci il nostro oltre-canone, o canone ombra, o controcanone, che sarà qualcosa di completamente diverso da quello inventato da loro (era Audre Lorde che diceva che «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone»): un canone smarginato, ibrido, frammentato, relazionale, condiviso, fantasioso, aperto e inclusivo. E quando, oltre che nelle case dei lettori e delle lettrici (perché lì ci siamo già) saremo entrate anche nei libri di scuola e nelle aule delle università, ecco allora che su quelle nuove fondamenta potremo costruire tutti insieme qualcosa di davvero nuovo e inimmaginabile.

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