Nonostante quest’anno se ne sia continuato a parlare moltissimo, anche in Italia, in tanti ancora considerano i farmaci a base di semaglutide un vizio da star o una scorciatoia per pigri.
Per parlare dei ricordi legati al cibo non citerò Proust, bensì Il mio grande libro di Tony Wolf: un volume per bambini di 3 anni composto da poche ed enormi pagine di cartone in cui degli animali di pezza popolavano mondi speciali e dettagliatissimi. Le mie due pagine preferite erano ambientate in una specie di paese della cuccagna tutto fatto di dolci: cornicioni di crema chantilly, fontane di cioccolato fondente, salvagenti di ciambelle glassate, alberi di zucchero filato, eccetera. Non ci ripensavo da anni, o forse decenni, ma quelle pagine si sono materializzate nella mia mente nel secondo giorno di digiuno, vividissime. Proust non c’entra niente, in effetti: non avevo mangiato nessuna madelaine – non avevo mangiato proprio niente – al contrario, la privazione di cibo, qualsiasi cibo, deve aver agito sul mio cervello riportandomi al ricordo primigenio, alla genesi della mia golosità, al nemico primordiale: gli zuccheri.
La mia esperienza di digiuno presso la clinica Buchinger Wilhelmi di Überlingen, sul Lago di Costanza, è durata dieci giorni, dal 20 al 30 dicembre, in perfetta corrispondenza con le festività natalizie, giorni in cui le stories di Instagram erano un tripudio di tavole imbandite. Guardando quelle immagini registravo le mie reazioni: se il mio sguardo indugiava con piacere sulla superficie delle lasagne o sulla consistenza soffice di un panettone, come se fossero un paesaggio o un panneggio in un dipinto, il mio corpo restava indifferente, privo di istinti e desideri. Nei giorni in cui non ho mangiato non ho mai avuto appetito, una sensazione che per me, abituata a pensare al cibo ossessivamente, corrisponde più o meno al paradiso. Così come se n’è andata, però, la fame è tornata non appena ho ricominciato a mangiare, e in effetti lo dice anche il detto, la fame vien mangiando. A parte questo, mi sento abbastanza cambiata: è come se il mio corpo e il mio cervello fossero stati resettati. Sui social parlano di Dry January e di Veganuary: li osservo sorridendo con superiorità come un alieno bonario pensando con disgusto all’eventualità che nella mia vita si ripresenti l’occasione di bere alcol o mangiare carne (quanto durerà questo stato di grazia?).
Come funziona il digiuno terapeutico
Essendo una pratica molto delicata (non provateci a casa: nella vita di tutti i giorni meglio limitarsi a quello intermittente) la clinica Buchinger Wilhelmi propone un’esperienza di digiuno sotto costante supervisione medica: affacciata sul Lago di Costanza (in Germania), fondata nel 1953, è la più antica e famosa struttura specializzata nel digiuno terapeutico, un metodo messo a punto dal pioniere Otto Buchinger intorno al 1920 e poi perfezionato e sviluppato dalle generazioni successive della famiglia fino a oggi. Per digiunare bisogna rimanere nella clinica per minimo 10 giorni, perché una parte fondamentale del digiuno, oltre ai giorni in cui non si mangia concretamente niente, sono i giorni che lo precedono e lo seguono. Il paziente viene accompagnato al digiuno con una giornata a basso contenuto calorico: colazione, pranzo e cena vegetali e leggeri. Il giorno dopo deve fare gli esami del sangue e compilare un approfondito questionario che indaga la sua salute fisica e mentale (nella visione olistica della clinica mente e corpo sono interconnessi). Il questionario viene attentamente esaminato insieme a uno dei medici della clinica, e in base a quanto emerso si decide per quanto digiunare e quanti e quali integratori assumere durante i giorni senza cibo. A questo punto comincia il digiuno vero e proprio: a colazione un the con un po’ di miele servito a parte, a pranzo e a cena un brodo di verdure, il tutto annaffiato da tre litri d’acqua al dì (le bottiglie d’acqua Gourmet vengono continuamente ricaricate all’esterno delle camere). E si va avanti così (the e miele, brodo, brodo) in base a quanti giorni si è scelto di digiunare. Ogni mattina c’è un check-up con un’infermiera che controlla la pressione e altri parametri, e ogni tre o quattro giorni una consultazione lunga con un medico della clinica.
I meno impavidi scelgono il pacchetto da 10, quello che ho fatto io, ma normalmente si opta per 21 giorni, se si è particolarmente sovrappeso anche di più. Gli ultimi 3 o 4 giorni sono dedicati al reinserimento graduale del cibo, un momento importantissimo (quello che rende molto difficile praticare il digiuno da principianti) in cui il cibo va reintrodotto nel modo giusto. A casa bisognerà ovviamente continuare a seguire alcune regole per non rischiare di mandare tutto in vacca o stare male, come ad esempio evitare carne e legumi (e ovviamente alcol e schifezze varie) almeno nelle prime due settimane. La perdita di peso è soggettiva: in dieci giorni io ho perso quattro chili, mentre altri pazienti con cui ho parlato, nello stesso lasso di tempo, ne hanno persi anche sette o otto.
Il calo ponderale è l’effetto visibile del digiuno, ma il processo più interessante è invisibile all’occhio umano: avviene all’interno del corpo e coinvolge gli organi. È il meccanismo fisiologico di sopravvivenza alla base della ricerca del biologo giapponese Yoshinori Oshumi, Nobel per la Medicina 2016: si chiama “autofagia” e significa letteralmente “mangiare sé stessi”: il corpo, in mancanza di nutrienti, è costretto a utilizzare le uniche riserve di cui dispone e inizia a scomporre e riciclare le parti cellulari danneggiate o vecchie per ricavarne energia, di fatto rigenerandole. Mentre digiunavo una mia amica mi ha mandato su Instagram questo video che spiega l’autofagia coi cartoni animati: è adorabile e anche molto chiaro.

Non solo per dimagrire: gli effetti sulla mente
Mi ha stupito notare, tra i pazienti della clinica, pochissime persone evidentemente sovrappeso e anzi trovare molte persone normopeso (scusatemi pazienti se ho osservato e giudicato i vostri corpi, l’ho fatto per lavoro): come mi ha spiegato il Ceo, Leonard Wilhelmi, se in passato la clinica era frequentata soprattutto da persone che volevano e dovevano dimagrire per motivi di salute, in tempi più recenti sempre più persone scelgono il digiuno terapeutico come pratica di prevenzione, benessere e longevità. Ozempic e simili, quindi, non sono reali competitor (non ho potuto fare a meno di chiederlo), anzi, possono far parte di un piano terapeutico che permetta al paziente gravemente obeso di perdere sì peso, ma intanto essere rieducato a un’alimentazione corretta per istituire un nuovo rapporto con il cibo. Ci sono persone che frequentano la clinica due volte all’anno da decenni, digiunando più o meno ogni sei mesi: per loro, che sono al trentesimo, cinquantesimo o addirittura centesimo digiuno della vita, trascorrere di tanto in tanto un lungo periodo senza mangiare è diventato semplicemente un modo di vivere.
Gli effetti positivi del digiuno non sono soltanto quelli che si riscontrano a lungo termine, a digiuno terminato, quando ci si ritrova con più energie e una disposizione d’animo migliore, o a lunghissimo termine, quando, praticandolo con cadenza regolare, permette di mantenersi sani e forti fino a novant’anni e oltre. Sorprendentemente, ce ne sono anche a brevissimo termine: durante il digiuno ci si sente benissimo. Abituata a essere molto cagionevole e ad avere, in generale, pochissima energia, mi aspettavo di trascorrere i giorni in cui non potevo mangiare chiusa nella mia stanza, sdraiata a letto in preda ai crampi della fame, aspettando che il tempo passasse, osservando brioches alla crema camminare sul soffitto (immaginavo una scena tipo Trainspotting). È stato tutto il contrario: mi svegliavo spontaneamente presto, cosa che non accadeva da decenni, e camminavo una media di circa 15mila passi al giorno. Mi sentivo serena e piena di energia, consapevole che il cibo, per il momento, era una questione che non mi riguardava.
Esperienza psichedelica
Ciò che mi ha più sbalordito, però, è stato l’effetto sul mio umore, che di solito vira dal nero nerissimo al grigio cupo: nei sei giorni del digiuno ho provato un benessere e una pace interiore quasi inquietanti, come se fossi drogata. Quando l’ho detto alla primaria della clinica, la dottoressa Verena Buchinger, mi ha risposto che è assolutamente normale e ha paragonato l’effetto del digiuno su un cervello con tendenze depressive (il mio) a quello di psichedelici come psilocibina e LSD. Io non ho mai provato sostanze psichedeliche, ma so che diversi studi hanno rivelato che possono aiutare moltissimo con la depressione e altre malattie mentali (ne parlavamo anche noi qui). La dottoressa mi ha spiegato che gli effetti del digiuno sulla mente sono paragonabili a quelli degli psichedelici, in versione soft: l’attività del pilota automatico (quello che tiene incastrati negli stessi pensieri e nello stesso giudizio su di sé) si interrompe, i pensieri intrusivi si zittiscono, la voce interiore, invece di insultare e distruggere, diventa improvvisamente paziente e comprensiva. Aumenta la neuroplasticità: il cervello diventa temporaneamente più malleabile, crea più facilmente nuove connessioni, nuovi modi di vedersi e di interpretare il mondo. Il digiuno ha effetti neuroprotettivi e cognitivi positivi: migliora memoria, attenzione e controllo esecutivo. Stimolando la produzione di chetoni (BHB) riduce l’infiammazione e lo stress ossidativo ma soprattutto, ed è quello che interessa a me, riattiva i recettori della dopamina. In più, proprio come avviene con gli acidi, i sensi si affinano, potenziando la percezione di odori, colori e suoni. Me ne sono accorta sfogliando dei libroni Taschen di Cranach, Bosch e Bruegel nel salone-biblioteca dove servivano il brodo di verdure: il mio attention span era miracolosamente più lungo del solito e fissavo le mie opere preferite per diversi minuti come in un trip, assaporando tutti i particolari. Un benessere mai provato, quindi, anche se devo ammettere che passare 10 giorni lontana da tutto e da tutti, senza dover lavorare, in una struttura affacciata sul lago e dotata di piscina esterna riscaldata ha certamente influito sul mio umore.

Astinenza di lusso
C’è anche chi in una situazione del genere, però, potrebbe annoiarsi. In realtà è un rischio inesistente: ogni giorno ai pazienti della clinica Buchinger Wilhelmi viene proposto un calendario fittissimo di attività che occupano potenzialmente l’intera giornata. Yoga, stretching, camminate insieme alla guida nelle foreste circostanti, workshop di arte o scrittura creativa (quando c’ero io c’era un corso di Ikigai), lezioni di cucina, nutrizione e alimentazione consapevole, concerti di musica classica, fiaccolate, gite. Volendo, inoltre, si può prenotare qualsiasi tipo di visita o terapia con un team di professionisti sempre disponibile, dall’osteopata allo psicologo, dal nutrizionista al personal trainer. E poi ci sono gli altri pazienti con cui chiacchierare, persone di ogni età che arrivano da tutto il mondo – le poche che hanno avuto l’ardire di rivolgermi la parola nonostante il mio evidente disinteresse nel fare amicizia provenivano da Australia, Stati Uniti, Emirati Arabi, Inghilterra, Francia, Svizzera: chissà le altre.
Non c’è rischio di annoiarsi, quindi, se non lo si vuole fare, anche se assaporare un po’ di noia è vivamente consigliato dal team dei medici: anche per questo l’uso dei cellulari è severamente vietato in tutti gli spazi pubblici, ristorante compreso. È stato divertente osservare le persone scrollare di soppiatto sotto al tavolo per poi nascondere velocemente il telefono non appena sgamati. Chissà se un giorno qualcuno fonderà una clinica specializzata per curare la nostra dipendenza da smartphone e social. Nel frattempo alla clinica Buchinger Wilhelmi (che presto aprirà la terza struttura a Nizza: si aggiungerà a quelle di Überlingen in Germania e Marbella in Spagna) si fa un tentativo: digiuno totale dal cibo e digiuno parziale dal telefono (inutile specificare che il 90 per cento del tempo che ho passato nella mia stanza l’ho trascorso incollata agli schermi del cellulare e del pc). Come effetto collaterale si smette anche di fumare: sfido chiunque ad accendersi una sigaretta al terzo, quarto o quinto giorno di digiuno e riuscire a fumarla senza vomitare (vomitare cosa, poi?). Non sono affatto esperta di hotellerie di lusso, così come di vacanze o retreat, quindi questa mia osservazione suonerà forse un po’ ingenua, ma durante il mio soggiorno ho pensato che, molto probabilmente, in futuro, la sobrietà, la privazione, il silenzio, l’astinenza assistita, la possibilità di prendersi una pausa dalle infinite scelte d’acquisto e di consumo da cui siamo bombardati – ma senza soffrire troppo, perché seguiti passo passo da un team di esperti – saranno esperienze sempre più richieste.
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