Oggi più che mai essere vegani non significa scegliere una dieta, significa fare politica

Le proteine di origine animale sono diventate un consumo identitario per la "nuova" destra, online e offline. Ma la crisi climatica e la ricerca scientifica ci ricordano che un ripensamento del nostro rapporto con il cibo è sempre più inevitabile.

13 Febbraio 2026

Negli ultimi anni gli argomenti su cui mi sono trovata a discutere con maggior fervore sono due. Sul primo nessuno si mostra mai davvero in disaccordo – la risposta è quasi sempre “sarebbe bello, ma non credo ci riuscirei”. Sul secondo, e cioè la mia convinzione che mangiare carne sia una pratica anacronistica e, in fondo, un po’ di destra, è impossibile quantificare le volte che qualcuno mi ha domandato, con l’aria tronfia di chi ha scovato l’argomento dialettico perfetto: “Ma cosa ne sai che le carote non soffrono?”.

Premessa: non credo che sia facile rinunciare alla carne, al pesce o ai prodotti ovolattocaseari. La tavola non è un terreno neutro e scegliere cosa mettere nel piatto implica sempre anche una decisione identitaria, più o meno consapevole e mai così polarizzante come in questo momento dove – almeno alle nostre latitudini – l’offerta di cibo abbonda e a venti metri l’uno dall’altro possiamo trovare un bistrò vegano e una braceria che espone le mezzene in vetrina.

Per ribadire l’adagio feuerbachiano: siamo quello che mangiamo. E anche se è fasullo dire che mangiamo la carne per la nostra salute (l’OMS ha classificato la carne lavorata come cancerogena e la carne rossa come probabilmente cancerogena, per non menzionare tutti i rischi cardiovascolari), così come è in parte pretestuoso appellarsi alle nostre antiche tradizioni (in Italia il consumo di carne è aumentato del 135 per cento negli ultimi 60 anni, probabile che la nonna le polpette abbia cominciato a farle solo per noi), resta il fatto che siamo anche le storie che ci raccontiamo, e che poi decidono le nostre scelte, i nostri consumi – che, in definitiva, plasmano il mondo.

Anche per chi ha convintamente eliminato gli animali dalla propria dieta non è facile rinunciarvi per sempre. È raro che basti la lettura di un libro o l’epifania di un momento per scrollarsi di dosso quel sistema di credenze inconscio che va sotto il nome di carnismo e che impedisce – ad alcuni per lungo tempo, ad altri per tutta la vita – di guardare con le stesse lenti il gatto che sonnecchia sul divano e il maiale affettato nel nostro panino.

Gli esseri umani rappresentano lo 0,01 per cento della vita sulla terra, ma faticano a liberarsi dalla convinzione che questa, e tutte le specie che la abitano, siano state create apposta per loro. Sappiamo che il 59 per cento di tutta la terra coltivabile è utilizzata per foraggiare il bestiame che offrirà würstel a popolazioni ipernutrite, anziché cereali alle popolazioni affamate, e che affinché un animale produca una caloria di carne ne occorrono ventisei di mangime. Sappiamo anche che un terzo dell’acqua potabile va negli allevamenti e che, in base a un rapporto della Johns Hopkins University, «Se il consumo di carne e latticini a livello globale proseguirà secondo l’andamento attuale, è probabile che l’aumento della temperatura media globale supererà i 2 gradi centigradi anche riducendo drasticamente le emissioni nei settori non agricoli». Sappiamo tutto, ma sul pianeta continuano a esserci 30 animali allevati per ogni essere umano, e i vegani non superano, secondo le stime più ottimistiche, il 3 per cento della popolazione globale.

Sappiamo, infine, che le conseguenze peggiori della crisi climatica gravano sulle spalle di quelli che meno vi hanno contribuito. Il Bangladesh è il paese considerato più a rischio di eventi estremi, eppure ha una delle impronte ecologiche più basse del mondo (infatti è uno dei paesi in cui si consuma meno carne). A dispetto di tutti i discorsi nevrotici sulla tutela dei confini, le nazioni più ricche continuano a colonizzare e a distruggere quelle più povere – un colonialismo ambientale che non si esercita non più, o non più solo, attraverso l’uso della forza, ma con gli effetti disastrosi dello stile di vita occidentale.

In questo scenario già angosciante, le critiche che arrivano da destra al sistema alimentare non fanno che peggiorare il quadro. Dietro la maschera della lotta ai cibi ultra-processati, infatti, il segretario della salute USA Robert F. Kennedy Jr. ha recentemente proposto una nuova piramide alimentare che suggerisce di aumentare il consumo della carne e dei derivati a discapito dei carboidrati. La risposta trumpiana alla crisi non prevede una messa in discussione della tirannia sulla natura, ma, al contrario, un suo rafforzamento – un corpo a corpo muscolare di cui possiamo già prevedere l’esito.

Per tornare agli animali, nessuno, da Cartesio in poi, ha più osato sostenere che siano macchine incapaci di provare dolore; nemmeno gli influencer della carne rossa, che anzi ne celebrano la morte come un atto ancestrale. Eppure, ogni pasto è l’esercizio di una schizofrenia morale che concede diete gourmet ai nostri animali domestici e condanna miliardi di altri individui a una non-esistenza puramente biologica. È la traduzione materiale, spaziale del carnismo: il cane al parco e il pollo in una gabbia delle dimensioni di un foglio A4. Nei capannoni degli allevamenti intensivi la luce sempre accesa annulla il tempo e accelera il profitto, riducendo la vita a una funzione della crescita che giova ai nostri scopi. «Oggi un pollo raggiunge il peso di mercato in meno di quaranta giorni», scrive Safran Foer. «Se un essere umano crescesse a quella velocità, un bambino di due anni peserebbe 150 chili». Non stiamo allevando animali, stiamo ingegnerizzando masse organiche destinate al macello.

Produciamo – il termine può suonare fuori luogo, visto che si parla di animali, ma d’altronde Ford si è ispirato ai macelli di Chicago per la sua catena di montaggio – ingabbiamo, torturiamo, e poi uccidiamo gli animali perché siamo abituati al loro sapore e perché abbiamo la tecnologia per farlo, ma in fondo anche perché la distanza fra noi e loro è tale da impedirci di considerarli come individui. Se la mucca che mettiamo sulla griglia non fosse un’astrazione ma ne conoscessimo il nome e la storia – o se avessimo abbastanza fantasia da immaginarlo, quando sediamo a tavola – è molto probabile che le preferiremmo una ciotola di minestrone.

Questo l’industria zootecnica lo sa benissimo –– perciò non permette di vedere cosa succede tra le sue mura e manipola il linguaggio: per trasformare un atto di violenza in un gesto di consumo neutrale, un’esistenza senziente in un’unità di consumo. In inglese lo stesso animale cambia nome a seconda della sua destinazione d’uso: è pig o cow se figura fra le pagine di un libro per bambini; è pork o beef se il suo destino è fra i banchi frigo della grande distribuzione. «Il referente assente», scrive Carol J. Adams in The Sexual Politics of Meat, «è ciò che separa il mangiatore di carne dall’animale e l’animale dal prodotto finale. La funzione del referente assente è quella di mantenere la nostra “carne” separata dall’idea che lui o lei un tempo era un animale».

Nessuno è nato vegano, così come nessuno è nato femminista o antirazzista. Siamo il prodotto di una cultura che normalizza la prevaricazione, mascherandola da ordine naturale delle cose. Non riusciamo ad ascoltare le istanze dei gruppi più fragili, figurarsi quelle degli altri animali.

Nel saggio Il faut bien manger Derrida sintetizza nel termine carnofallogocentrismo i tre concetti chiave che descrivono il soggetto dominante all’interno della nostra società: deve mangiare carne, essere un maschio (il consumo di derivati animali è, sia storicamente che antropologicamente, molto più legato alla sfera maschile che a quella femminile), e poter fare affidamento su un solido armamentario linguistico razionale. Questa dinamica trova oggi la sua espressione più grottesca nell’ossessione maschile per le proteine. In un’epoca di precarietà identitaria, il fabbisogno proteico – di derivazione rigorosamente animale – è diventato il nuovo feticcio della virilità, che rimanda a un’idea di forza ancestrale chiamata a rassicurare gli uomini sulla tenuta della loro prestanza. La bistecca al sangue diventa un presidio a tutela del corpo maschile, minacciato tanto dai movimenti femministi quanto dalla fragilità di chi mangia le piante e sceglie di non esercitare il proprio dominio sugli animali non umani. È l’ultimo rifugio di un patriarcato che, non potendo più comandare apertamente il discorso pubblico, si rintana nella prevaricazione quotidiana del piatto, illudendosi che masticare un pezzo di muscolo basti a confermare la propria posizione al vertice della società.

Un’alternativa alla cultura dell’oppressione e a questo modo arraffone, capriccioso, patriarcale di intenderci come specie rispetto all’ambiente però esiste, e non può che partire dalla nostra prassi quotidiana. Le barriere coralline, l’Amazzonia e i ghiacciai alpini non possono essere salvati, milioni di persone nei prossimi anni saranno costretti a migrare per via dell’insostenibilità climatica mentre miliardi di animali verranno macellati per il piacere delle nostre papille, e l’entità della perdita è tale da farci credere che ogni sforzo sia inutile. Si tratta però di vite vere, di esistenze materiali, di corpi che provano piacere e che provano dolore, e davanti ai quali non è lecito abbandonarsi a un cinismo in fondo pigro, fatalista. Rinunciare ai prodotti di origine animale è l’azione più significativa che, in quanto singoli ma attraverso un’azione collettiva, possiamo fare per provare a cambiare qualcosa, per raccontarci una storia diversa da quella che ci è stata trasmessa da un soggetto dominante che diventa, ogni giorno di più, la caricatura di sé stesso. Forse, nei momenti di crisi come questo, meglio seguire il precetto della poeta Fran Winant: «Mangia riso e abbi fede nelle donne».

* i dati e le analisi citati sono tratti da Possiamo salvare il mondo, prima di cena di Jonathan Safran Foer (Guanda, traduzione di Irene Abigail Piccinini), in cui sono riportate tutte le fonte primarie.

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