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Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.
Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
Il nuovo film di Sean Baker è già uscito e si può vedere gratuitamente online Si intitola Sandiwara, è un cortometraggio ambientato a Penang, in Malesia, le protagoniste sono la premio Oscar Michelle Yeoh e la cucina malese.
Il nuovo progetto di Hayao Miyazaki sono dei diorami che riproducono alla perfezione scene di film dello Studio Ghibli Il regista sta lavorando a 31 "scatole magiche", basate su altrettante sue illustrazioni, che verranno esposte a luglio al Ghibli Park, in Giappone.
A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.

La madre ideale, come dovrebbe essere?

Il nuovo libro di Sheila Heti sul non avere figli è un'altra prova di come le scrittrici stanno provando a ridisegnare la maternità.

27 Marzo 2019

Parlando di Maternità di Sheila Heti (Sellerio, traduzione di Martina Testa), Sally Rooney sulla London Review of Books nota come la maggior parte delle recensioni del libro contenga frammenti di esperienze private: «Perché reagire a un romanzo sul non avere figli con resoconti personali sulle prove della maternità?», si chiede. «È forse perché le donne senza figli rappresentano una minaccia per le madri?». Rooney spiega subito dopo che non si tratta della risposta giusta. Quella giusta è anche la più ovvia: che il personale è sempre politico. Ma la domanda è utile a chiarire una cosa importante: Maternità, insieme con gli altri libri usciti in questi anni sullo stesso tema (come Puoi dire addio al sonno di Rachel Cusk, Mondadori, 2001, o Gli argonauti di Maggie Nelson, Il saggiatore, 2015), esiste anche per cancellare l’immagine di una squadra di donne con figli pronta a sfidare quella di donne senza figli. «Non potremmo essere unite dal tentativo di essere sincere con noi stesse?» ha detto Heti in un’intervista al Financial Times a proposito del libro. E poi: «Ho cercato di non scrivere nulla che potesse aumentare il divario tra madri e non madri, lo trovo orribile, distruttivo e non necessario», ha dichiarato alla Paris Review.

In Maternità, che assomiglia a Resoconto di Rachel Cusk contaminato dall’intimità pornografica di Lena Dunham (ha reso politica la propria isterectomia su Instagram), c’è una voce narrante sovrapponibile a Heti – è scrittrice, ha la sua età, abita a Toronto – che vive e intanto riflette sul significato esistenziale dell’avere un figlio, si domanda se lo desidera o meno (è quasi certa di no), racconta della propria madre che si era presa un’appartamento lontano dalla famiglia per studiare; della nonna che era sopravvissuta ai campi di sterminio per morire a cinquant’anni di cancro; di lontane amiche di scuola che oggi hanno quattro figli e le suggeriscono, nel dubbio, di provare a farne uno. Le speculazioni filosofiche e i riferimenti a storia e mitologia si mescolano alle fasi del ciclo mestruale, ai sogni, ai lanci di tre monete ispirati all’I Ching e ai biglietti dei biscotti della fortuna. Risaltano le immagini dell’amore e del sesso con il compagno Miles: «Nell’attimo in cui l’ho visto la prima volta, tutto intorno si è fatto silenzio», scrive Heti. «La prima volta che abbiamo scopato, ho capito che il mio corpo si era sempre trattenuto, anche leggermente, di fronte agli altri uomini. Ma quando siamo nudi vicini, il mio corpo non rifiuta nessuna parte del suo». Spiccano i paragrafi sulla scrittura: «La relazione che hai con una forza che ti risulta più misteriosa di te stessa. Personalmente, credo sia stata la relazione più importante della mia vita».

Ma se possiamo parlare e leggere e scrivere, quando ci va, anche solo di sesso e lavoro, da dove arriva la necessità di tematizzare proprio la maternità nei romanzi? «I nuovi libri sulla maternità sono un contro-canone», sostiene Lauren Elkin su The Paris Review. «Si oppongono al canone letterario che non si è mai interessato alla vita interiore delle madri, agli scaffali di manualistica sull’educazione dei figli, all’egemonia strisciante della maternità perfettina da social media». Sulla manualistica non sono d’accordo (Aiuto, mio figlio ha ingoiato un bottone mi ha salvato la vita diverse volte), sui social nemmeno (se trovi solo perfettinismo è perché segui le persone sbagliate).

Resta il problema dei classici moderni. In Madame Bovary c’è la maternità indifferente di Emma accostata a quella misera della balia (la casa con il rivolo di acqua sporca, cipolle appese alle finestre, stracci), che compare con un neonato attaccato al seno: «Con l’altra mano tirava un povero marmocchietto macilento dal viso scrofoloso», e non si permette di desiderare nulla se non un po’ di caffè e acquavite. A pagina sette di Anna Karenina Oblonskij pensa che «non gli rimordeva affatto, a lui trentaquattrenne di bell’aspetto e di facili passioni, di non essere più innamorato della moglie, della madre dei suoi sette figli – cinque vivi e due morti…». Ne cito due tra quelli che ho letto durante l’adolescenza (quasi tutti maschi), come anche Il grande Gatsby, in cui Daisy partorisce sotto anestesia mentre il marito è da qualche parte a letto con un’altra, e poi si sveglia e piange scoprendo di avere avuto una bambina. È a questa idea di maternità, inevitabile ma marginale rispetto alle Vere Trame (che, non a caso, da qualche tempo scricchiolano anche loro), che rispondono i libri come quello di Heti: «Il problema più femminile di tutti è quello di non concedersi abbastanza spazio o tempo, o vederseli negare (…). Io invece voglio prendermi tutto lo spazio che posso, anche nel tempo, stiracchiarmi e passeggiare senza meta, e concedermi porzioni enormi di tempo in cui non fare nulla», scrive a un certo punto nel libro.

A volerci trovare qualcosa che non va, si può dire che questa nuova letteratura sulla maternità non parla esattamente per tutte e tutti: è troppo bianca, colta, ricca, privilegiata, vaccinata, ben nutrita, con un albero genealogico documentato. Ma è comunque un inizio: «So che ci sono milioni di esperienze di maternità e di non maternità, alla fine ho deciso di scrivere di una di queste», ha raccontato Heti. «Volevo tornare nella mia stanza, da sola, e ascoltare la mia propria voce».

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