Resoconto dell’incontro che si è tenuto a Milano durante la rassegna curata dalla giornalista del New York Magazine Cathy Horyn, uno dei pochi eventi culturali della fashion week.
Al Palazzo delle Scintille, gli ospiti si siedono su degli scaloni che sembrano in marmo (sono in Stone Leaf, materiale costituito dall’accumularsi di fogli di travertino), dando le spalle a delle monumentali statue, che sono ricostruzioni in 3D di opere esposte al Palazzo degli Uffizi, visitato da Demna negli scorsi mesi di andata e ritorno tra l’ufficio stile di Milano, dove ha preso casa, e Firenze, dove il brand del morsetto è nato, e dove ancora oggi ci sono gli archivi. La sua sfilata è evidentemente la più attesa della settimana della moda milanese, e ha un compito difficile, se non impossibile: rimettere il piede sull’acceleratore delle vendite di Gucci, ammiraglia del gruppo Kering, passata dai quasi 10 miliardi dell’era Alessandro Michele ai 6 del tentativo (fallito) di quiet luxury esplorato da Sabato De Sarno. Nonostante lo short movie presentato la scorsa stagione, e da lui voluto, il creativo georgiano ha sempre detto che il momento nel quale avrebbe presentato una sua visione coesa e totale di Gucci sarebbe arrivato solo con le sfilate di febbraio, e con una collezione, chiamata Primavera, che in realtà è un see now-buy now, ed è già quindi disponibile oggi sul sito del brand e in selezionate boutique, prima del lancio ufficiale a luglio.
Il riassunto visivo delle puntate precedenti
Un debutto che rimescola con entusiasmo disordinato gli alfabeti stilistici dei direttori più noti che lo hanno preceduto, aggiungendovi del suo: ci sono i vestiti body conscious dell’era “porno-chic” di Tom Ford (con Kate Moss a chiudere la sfilata in un vestito aperto sul retro, e il perizoma con la G in oro bianco tempestato da diamanti da dieci carati in bella vista), così come la sua logomania che trova posto laddove sembrava impensabile. Se all’epoca di Ford la G si esponeva nelle campagne pubblicitarie sul pube depilato delle modelle, Demna tinge i capelli dei modelli con le due fasce laterali verdi, e la centrale rossa, a ricordare il dettaglio Web del brand. I mocassini col pelo e gli abiti con le stampe Flora rivengono da Alessandro Michele, presente alla sfilata insieme a una Donatella Versace in un cappotto Gucci rosso corallo. Il resto è tutto, inequivocabilmente, opera di Demna, dalle silhouette allungate e appuntite delle scarpe da uomo, un incubo di deambulazione limitata, ai tracksuit e agli abiti che fondono stivali con morsetto e leggings, giacche e top, così come il profluvio di pelle, che qui si articola su biker e gonne al ginocchio dagli spacchi con la zip.

courtesy Gucci

courtesy Gucci

courtesy Gucci
Le modelle pericolosamente magre sono strette in mini abiti di paillettes, muovono le anche con una ritmica cadenzata e feroce: poco a poco lo sguardo si abitua a quelle proporzioni corporee sin troppo risicate – per dire dei pericoli di mettere in passerella corpi sempre uguali – tanto che, quando Emily Ratajkowski sfila, con la sua corporeità sublime e perfettamente aderente ai canoni di bellezza vigenti, per contrasto sembra quasi in carne. In un abito bianco monospalla sfila pure Vivian Wilson, figlia di Elon Musk e cover girl dei giornali di moda, da sempre molto critica nei confronti delle posizioni politiche e sociali del genitore, che non sente da anni. Se le donne sono genericamente filiformi, gli uomini hanno dei bicipiti che mettono a dura prova le maniche delle t-shirt, a ricalcare la fisicità strabordante e testosteronica che va per la maggiore tra podcaster di destra e adolescenti convertiti al culto del T-maxxing.
Sfilano (e poi si esibiscono alla festa la sera stessa) rapper come NettSpend e Fakemink: camminano sulla passerella con lentezza, tirano fuori dal borsello a tracolla il cellulare, controllano le notifiche, riprendono a camminare. In un’intervista concessa al New York Times, Demna ha detto che ha scoperto questi nuovi artisti tramite l’algoritmo di Spotify, e di preferirli alla solita parata di celebrity ambassador – che pure erano presenti alla sfilata, da una Demi Moore inguainata in un completo in pelle alle sorelle Hilton. D’altronde in un brand dalle proporzioni di Gucci, la presenza di star e starlette sembra obbligatoria, anche se ormai è talmente prevedibile da non fare più rumore, né cambiare (in positivo o negativo) la percezione che il pubblico generalista ha del brand.
Demna è sempre Demna
Ciò che c’è di nuovo è nelle proporzioni: dai volumi over di Balenciaga, fatto di stratificazioni che nascondono il corpo, si passa qui a una silhouette affusolata, avvolgente, di cui Demna aveva già preannunciato l’arrivo qualche mese fa, e che, si scopre ora leggendo sempre il New York Times, è frutto anche di un suo rapporto più equilibrato con il proprio corpo, abituato per anni a party ed eccessi, e che ora ha trovato ristoro nella sobrietà e in uno stile di vita più sano. C’è, in fondo, tutto quello che ci aspettavamo dallo stilista, ma non è scontato che sia ciò di cui abbiamo bisogno. Il problema principale è che Demna è sempre Demna, mentre il mondo fuori è cambiato, e la tempistica di questo suo nuovo desiderio di leggerezza, o come, scrive nella lettera che accompagna la sfilata, il “pragmatismo che lo porta a creare prodotti che esistono e si affermano per ciò che sono, senza bisogno di giustificazioni pseudo-intellettuali” arriva proprio quando di uno straccio di giustificazione avremmo bisogno. Eppure l’obiettivo che lo stilista si è dato è quello di dare a Gucci la qualità della rilevanza culturale “che non arriva dalla cultura mainstream, ma da talenti poco o per niente noti. Viene dall’underground”.
Nel frattempo, qualcuno da Gucci deve essersi dimenticato di dirgli che l’estetica legata ai maranza e alle donne che a loro si accompagnano, in Italia, è già divenuta mainstream, tramutandosi in stereotipia. Ma evidentemente Demna non sta parlando a noi, anche se parla di noi. Non sarebbe neanche un problema, se mettere quegli abiti in passerella non significasse soltanto esporli, ma anche provare a rifletterci sopra, seppur con il cinismo e l’ironia abrasiva di cui Demna è capace. D’altronde dalla moda non pretendiamo risposte ai grandi interrogativi della vita, ma quantomeno, da chi è capace di porle, ci si aspetta domande non scontate. Non sembra essere stato il caso di questa collezione, che è furba quanto basta per (ri)creare un immaginario forte, metterlo sul palcoscenico con il megafono più importante della stagione, e sperare che sia provocatorio abbastanza per rinfocolare l’interesse nelle borse Bamboo e nei mocassini col morsetto. Per le rivoluzioni culturali toccherà aspettare.
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