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Esplorando l’oceano della musica con David Toop

Intervista con uno dei più grandi scrittori musicali di sempre, ospite a Terraforma Exo il 15 giugno, a Milano.

14 Giugno 2024

David Toop è una persona di qualità assoluta. È uno dei due o tre migliori scrittori al mondo (non critici, attenzione) di oggetti sonori e musicali di ogni tipo. È un musicista di clamoroso livello, a partire dalle immersioni in laghi sonori dentro le quali nuotava con totale naturalezza e che lo hanno portato a collaborare con il meglio della scena sperimentale mondiale (specie attraverso l’etichetta che lo ha visto coinvolto dal 1975 al 1977, la Obscure Records, i cui lavori sono ora ristampati in uno scrigno-cofanetto). Ovviamente ha scritto libri memorabili, tra cui spicca il saggio Ocean of Sound del 1995, già tradotto da Costa&Nolan (e ora ripubblicato da Add).

Ma la cosa più importante è che Toop sarà in Italia, a Milano – e lo potremo abbracciare e ringraziare – per una lecture e un live nel Teatro dei Burattini alla Triennale. Avverrà il 15 giugno come uno degli eventi centrali della nuova configurazione del festival Terraforma, ora Terraforma Exo, da molti anni estremamente sensibile alla ricerca dei più importanti individui che hanno plasmato la scultura sonora dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi.

ⓢ Giusto quando stavi scrivendo sull’ipercontemporaneo, hai iniziato di colpo a dissertare sull’interpretazione folle data dagli occidentali – statunitensi in particolare – sugli universi diciamo etnici delle culture colonizzate militarmente dalla Seconda guerra mondiale in poi. In qualche modo va in parallelo con un libro che non mi piace, che è Retromania di Simon Reynolds.
Sì, Retromania era intorno a quel periodo, penso, o probabilmente un po’ più tardi. Ma c’era sicuramente un periodo di riscoperta e rivalutazione di certo un passato, specie se più o meno oscuro. Anche se poi penso: anche quando lavoravo a tempo pieno come critico musicale negli anni Ottanta, anche allora c’era molta riscoperta di oggetti sonori dimenticati. E riflessione su cose che erano già accadute. E, per me personalmente, c’erano anche cose che spesso avevo vissuto in prima persona, perché sono nato alla fine degli anni Quaranta, nel 1949. In ogni caso penso che questo ritorno al retrò e al riesame di ciò che è accaduto prima sia un modo di riavvicinarsi alla storia. E penso che uno dei motivi stia nel fatto che la musica popolare è potentemente governata dalla moda. Quindi le cose cambiano continuamente e hai appena il tempo di familiarizzare con uno stile o un genere che ecco lì che il prossimo è già arrivato. Quindi, se stai seguendo tutto ciò che ti passa davanti, devi sapere che sta rapidamente scomparendo nello sfondo. Ma nel caso di Exotica che hai menzionato, era un tipo di musica che in un certo senso era poco costosa. Era una parodia di varie culture da tutto il mondo, era completamente inautentica. Ma c’era qualcosa di interessante perché alla fine della Guerra molte persone, molti uomini in particolare, erano stati in questi luoghi esotici. Erano stati nel Pacifico. Erano stati in Giappone, a Okinawa e in tutti questi posti, e probabilmente ne erano nostalgici. Era ovviamente anche un movimento coloniale. Era un modo di creare un paradiso falso, che tutti in qualche modo sognano.

ⓢ Quando sei nato tu – ma anche prima – si guardava in avanti, verso cose nuove. Sbagliando, chiamiamolo ancora per un attimo “modernismo”. Era impossibile che qualcuno degli anni Sessanta guardasse agli anni Quaranta o Trenta come riferimento. La velocità del tempo, la velocità dell’evoluzione era sempre più supersonica. Tutta questa odierna forma di delusione estetica nei confronti delle forme progressive è invece realmente iniziata verso l’inizio degli Ottanta, almeno per come la vedo io, e arriva fino a oggi. Ed era strano perché di fatto non corrispondeva e non corrisponde alla realtà. In realtà la freccia del tempo stava e sta davvero ancora accelerando. In altri essenziali campi del vivere, fuori dalla bolla della “cultura” tutto stava e sta andando alla velocità della luce. È uno strano doppio filo.
Sì, assolutamente. Ed è interessante quello che dici: una persona come me negli anni Sessanta non avrebbe ascoltato la musica degli anni Quaranta. Ricordo di aver guardato la televisione con i miei genitori e nonni e guardare tutta questa terribile musica leggera che loro apprezzavano e pensavo: ma questa è roba terribile. Non che non sentissi cose del passato, il blues per esempio. Non me ne rendevo davvero conto ma alcuni dei dischi che sentivo erano stati pubblicati negli anni Cinquanta. Ma solo ora ci sono giovani che sono nostalgici per ciò che è successo 30 anni fa, 40 anni fa. È una situazione completamente diversa.

ⓢ Chiaramente la divisione tra decenni è una falsa divisione. Quindi penso che stiamo vivendo in quello che Marc Bloch, il leggendario storico francese, chiamerebbe una “lunga durata”. Stiamo vivendo dentro un lungo, lungo, lungo periodo più che trentennale che arriva fino a oggi. Perché se ci pensi, balliamo ancora allo stesso ritmo degli anni Novanta, e più o meno balliamo ancora allo stesso modo di allora. E ti ricordi quanto fosse veloce il cambiamento di ballo, diciamo, tra anni Cinquanta e Sessanta. In un certo senso, il tempo si è fermato. Se pensi all’ambient, era qualcosa dentro il quale letteralmente eri immerso all’inizio degli anni Settanta, ci nuotavi dentro. E ora l’evidente, attuale ritorno del genere è un po’ curioso, perché di fatto, non è mai andato via.
C’è una cosa interessante. Quando ho scritto Ocean of Sound nel 1995, immediatamente tradotto in Italia dalla leggendaria Costa&Nolan (e ora ripubblicato da Add editore) era un periodo di tremendo ottimismo e di straordinarie scoperte tecnologiche. Eravamo all’inizio di internet, per esempio. E, in termini di musica, c’era molta nuova tecnologia che usciva, da utilizzare per la produzione musicale. Ed è questa l’atmosfera in cui ho scritto quel saggio. Non credo che abbiamo la stessa idea del futuro ora: e torniamo al discorso di prima.

ⓢ Se penso alla musica che facevi negli Settanta, devo dirti che “Do the Batosphere” è una delle mie canzoni preferite in tutta la storia della musica, se mai ti potesse interessare. Non so perché ma me ne sono innamorato quando ero bambino, probabilmente perché pensavo a qualcosa come un sottomarino che solcava gli abissi. E se pensi anche agli oceani, pensi anche a un’immersione nel suono. Pensi di essere dentro una bolla sonora dove ci sono suoni indecifrabili. Ci sono i suoni di fantasmi di cui hai scritto in un libro chiamato Sinister Resonance. Sono risonanze sinistre appunto: i sospiri che portano anche il suono dei morti, di qualcosa che è stato sepolto o qualcosa che è minaccioso. Non è una tranquilla nuotata nel Pacifico.
No, proprio no. Ero in Thailandia all’inizio di quest’anno, c’erano avvisi su tutte le spiagge riguardo alle cubomeduse. Sai, la cubomedusa è uno degli animali più pericolosi che ci siano. Se ti punge, sei quasi sicuro di morire. Sei in questo posto paradisiaco e hai paura di entrare in acqua. Ed è vero che questo rimanda a qualcosa che ho scritto in Sinister Resonance, ovvero che le mie prime esperienze di ascolto sono state spaventose. Ricordo di essere sdraiato sveglio da bambino e sentire suoni in casa e averne paura. E allo stesso tempo leggevo scrittori come Edgar Allan Poe, queste storie terrificanti. E le due cose andavano insieme nella mia immaginazione infantile. Il suono era in realtà qualcosa di cui avere paura oltre a qualcosa di cui trarre piacere.

ⓢ Che tipo di bambino eri?
Tranquillo, timido, amante della lettura. Uh, molto colpito dalla musica. E desideroso di diventare musicista.

ⓢ La radio era importante per te?
Si, era molto importante. E la televisione, quando saltò fuori. Abbiamo preso un televisore quando avevo sei o sette anni. E non c’era molto da vedere, ma qualunque cosa ci fosse, la guardavo tutta. Amavo le produzioni del BBC Radiophonic Workshop che era più pop che serio. Hanno lavorato su alcuni programmi interessanti che mi hanno colpito da bambino. Come c’era una serie di fantascienza chiamata Quatermass and the Pit. E l’ho divorata. Aveva effetti elettronici pazzeschi. Ero terrorizzato, ero davvero terrorizzato. Ce l’ho ora su Dvd, e se la guardo mi spavento ancora.

ⓢ Ricordi in modo vivido queste cose, o vivi semplicemente in un altro mondo, e questi sono ricordi che ti vengono in mente come mosche, e poi vanno via? Ti succede di fare questi viaggi retroattivi, giusto parlando di un ritorno al passato?
Ho una memoria molto buona: ricordo le cose nei minimi dettagli. Inoltre ho collezionato molte cose. Non solo dischi, ma anche riviste e così via. Ho riviste che risalgono al 1965 o giù di lì. Non sono nostalgico di quel tempo, ma per me tutto questo materiale è molto importante nella formazione di chi sono ora. E c’è anche la faccenda che mi viene chiesto di ristampare cose (vedi la ripubblicazione di Obscure Records, di cui sopra, nda). Quindi ho dovuto in qualche modo trovare un modo perché questo non diventi troppo pesante. Devi tenerlo nel suo contesto e essere consapevole di quanto ti ha plasmato.

ⓢ Sei soddisfatto della tua vita fino a ora?
Sì. Penso di aver avuto una vita straordinaria.

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