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Il crossover tra A24 e Dior sembra strano ma in realtà ha perfettamente senso sia per A24 che per Dior Per i prossimi due anni il brand diverrà main partner del Cherry Lane Theatre di New York, istituzione centenaria acquisita da A24 nel 2023
Il nuovo corto di Maison Margiela sembra il trailer di un film di Dario Argento Si chiama Anonymity e ricorda molto Suspiria, sia per alcune scene che per la colonna sonora che cita le musiche dei Goblin.
Mamdani ha reso pubbliche 170 mila pagine di report, dichiarazioni e indagini sulla qualità dell’aria dopo l’attentato alle Torri Gemelle Quattro amministrazioni comunali diverse hanno tenuto quelle carte fuori dalla portata del pubblico, del Congresso e del consiglio comunale, mentre i funzionari continuavano a definire l'aria sicura e accettabile. Ora sono consultabili online.
Per la prima volta un’AI ha progettato virus mai esistiti in natura e perfettamente replicabili in laboratorio Una scoperta potenzialmente molto utile per la medicina ma con dei lati inquietanti, per via delle possibili applicazioni dei virus come armi biologiche.
Presto potremo ascoltare l’ultimo brano inedito di Gino Paoli: l’avrebbe dovuto cantare con Ornella Vanoni Si chiama "Quando ti rivedrò", farà parte della nuova edizione di Appunti di un lungo viaggio, nel catalogo Sugar, e uscirà il 23 settembre nella notte tra i compleanni di Ornella Vanoni e Gino Paoli.
Il documentario di Paul Thomas Anderson sul concerto di Cameron Winter alla Carnegie Hall arriverà in streaming su Mubi Per il momento non c'è ancora una data d'uscita ufficiale, però. Sappiamo solo che il film lo potremo vedere nel 2027.
Siccome a Sandra Huller piacciono solo i ruoli difficili, nel suo prossimo film interpreterà un maschio, scrittore, morto di cancro al cervello Il film si chiama Arbeit und Struktur ed è ispirato al diario di Wolfgang Herrndorf, morto prematuramente a causa di un tumore al cervello.
In Polonia c’è stato un certo panico per una violazione dello spazio aereo da parte della Russia, ma poi si è scoperto che la colpa era di uno stormo di uccelli Un grosso stormo di uccelli, come hanno confermato gli stessi militari inviati sul luogo per accertarsi del fatti. Non è escluso che fossero uccelli russi.

Dan Graham, l’artista che amava le riviste

Morto il 19 febbraio a 79 anni, era conosciuto soprattutto per le architetture di ferro e vetro riflettente, ma le sue prime opere erano molto diverse.

21 Febbraio 2022

Definire Dan Graham, morto il 19 febbraio a settantanove anni, un “artista concettuale” è molto riduttivo: non solo perché è stato un artista ibrido e inclassificabile, ma perché è stato anche scrittore, saggista, curatore, gallerista, fotografo, performer, critico d’arte e di musica (era un appassionato di punk rock, come dimostra il suo video degli anni ’80 “Rock My Religion“, e si dice abbia giocato un ruolo chiave nella formazione dei Sonic Youth). Con l’eccezione delle architetture specchianti, che non a caso sono proprio il suo lavoro più famoso, quello per cui tutti in questi giorni stanno esclamando: «aaah, ma sì, ho capito chi è», Graham si è sempre impegnato a sperimentare con l’arte senza preoccuparsi di risultare riconoscibile, tanto che seguendo lo svilupparsi delle sue opere nel corso degli anni sembra di osservare la carriera di 7 artisti diversi.

Dan Graham, Untitled from Two-Way Mirror / Hedge Projects, 2004, particolare (MoMA)

Nato nel 1942 a Urbana, in Illinois, Graham cresce in New Jersey, nel paesaggio suburbano che diventerà il protagonista della sua serie di fotografie. Si trasferisce a New York per fare lo scrittore ma diventa un gallerista: nel 1964 organizza alla John Daniels Gallery la prima mostra dell’amico Sol LeWitt, poi continua con Donald Judd, Dan Flavin e Robert Smithson. Nei suoi primi esperimenti artistici, ispirati all’amore per i magazine e le riviste pop, progetta la pubblicazione di interventi concettuali su riviste di ampia diffusione, negli spazi solitamente occupati dalla pubblicità.

Una delle sue opere più belle fa parte di questo ciclo ed è stata spesso fraintesa proprio a causa, diremmo oggi, di tutti i suoi “layers”. Homes for America (1966-67) nasce come una serie di fotografie di casette a schiera, presentate con uno slide show che sottolineava le somiglianze tra il sistema ripetitivo degli insediamenti residenziali suburbani del Dopoguerra e l’approccio seriale di artisti minimalisti come Donald Judd. Rimodellata come un’opera destinata alla pubblicazione su rivista, la serie era intesa come la parodia di un articolo, ma anche come un rifiuto dei limiti del formato “white cube” della galleria d’arte in favore dell’ubiquità e della disponibilità dei periodici mensili. Nelle sue fotografie ignorava intenzionalmente alcune tecniche e usava stampe a colori standard ed economiche per avvicinarsi il più possibile allo stile dei giornalisti fotografici del tempo. Alla fine non riuscì a pubblicare Homes for America su Esquire, come avrebbe voluto, e dovette ripiegare su Arts Magazine. Negli anni Sessanta, Graham vedeva nel mezzo della rivista pop la forma ideale per la presentazione delle sue opere, che si trovavano al di fuori delle istituzioni artistiche consolidate.

Dan Graham, Homes for America, 1966-67 © 2022 Dan Graham (Gift of Herman J. Daled, MoMA)

Negli anni Settanta passa alla performance e al video, offrendo allo spettatore un ruolo attivo nello spazio e nel tempo dell’opera, utilizzando ad esempio le telecamere a circuito chiuso. È un altro aspetto importante della sua ricerca, che esplora la percezione del corpo in relazione con l’ambiente, sia esterno che interno. Da questa riflessione nascono i famosi Padiglioni, concepiti a partire dai primi Ottanta. Strutture in ferro e vetro nelle quali è possibile entrare e/o specchiarsi (o nelle quali si rispecchia l’ambiente naturale o architettonico circostante) che amplificano e complicano la relazione dell’osservatore con se stesso e con lo spazio che lo circonda.

Dan Graham, Figurative, 1965. Printed matter. Collection, Herbert, Gent, Belgium (MoMA)

Nel 2009, durante una passeggiata nella sua stessa retrospettiva al Whitney Museum, e parlando con il critico d’arte Peter Scott, che avrebbe genialmente intitolato l’articolo nato da questa conversazione “Grahamrama“, Dan Graham cercava di prendere le distanze dal tipo di arte concettuale a cui continuava e continua ad essere associato (quella dei padiglioni), ricordando con grande affetto le sue “opere delle riviste”, come la riproduzione di una striscia di carta da una calcolatrice o un registratore di cassa nelle pagine di una rivista di moda, che chiamò “Figurative” (uscì su Harper’s Bazaar del marzo 1968, tra la pubblicità di un Tampax e quella di un reggiseno Torpedo), un modo per giocare con le aspettative dei lettori nei confronti delle immagini commerciali: «Amo i magazine perché funzionano come le canzoni pop, sono usa e getta e si occupano di piaceri momentanei».  Un concetto che ribadisce anche in questa bellissima intervista pubblicata nel 2015 su Flaunt Magazine, completamente dedicata alle sue opere sulle riviste.

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