Hype ↓
19:34 mercoledì 25 febbraio 2026
Un partito dell’estrema destra polacca che si chiama Nuova speranza, come un film di Star Wars, ha dovuto cambiare nome e ora si chiama L’impero colpisce ancora, come un film di Star Wars Il curioso cambio di nome è stato necessario per evitare la cancellazione, decisa da una sentenza di un tribunale di Varsavia per questioni finanziarie.
Aimee Lou Wood sarà Jane Eyre in una nuova serie che certifica come le sorelle Brontë siano tornate di moda Dopo il successo di "Cime tempestose" anche il classico di Charlotte Brontë avrà un nuovo adattamento, con protagonista la star di Sex Education.
Cinque anni dopo lo scioglimento, i Daft Punk hanno pubblicato un nuovo video Si tratta del video ufficiale di "Human After All" e contiene immagini Electroma, il loro film di fantascienza del 2006.
Una battaglia di palle di neve organizzata in un parco di New York è degenerata quando i partecipanti hanno iniziato a prendere a palle di neve la polizia Degenerata nel vero senso della parola: due agenti sono finiti al pronto soccorso e la polizia sta dando la caccia a due degli "aggressori".
È morto Giancarlo Politi, il fondatore di Flash Art e uno dei critici d’arte più influenti del ‘900 Editore e critico, con la sua rivista ha creato un punto di riferimento per l’arte internazionale, lanciando molti nomi della scena contemporanea.
Il momento più commentato della prima serata di Sanremo è stato un refuso in una grafica nella quale la repubblica è diventata “la repupplica” L'errore è stato corretto abbastanza velocemente. Ma non abbastanza per evitare ore di scherno sui social.
Uscirà un film su Colazione da Tiffany e a interpretare Audrey Hepburn sarà Lily Collins La protagonista di Emily in Paris, abbastanza a sorpresa, è stata preferita a Rooney Mara e ad Ariana Grande.
Secondo un report dell’Onu, sono 606 i migranti morti nel Mediterraneo soltanto nei primi due mesi del 2026 Per l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni si tratta del peggior inizio di anno da quando si è iniziato a tenere traccia di queste tragedie.

Franco Cordelli in eterna resa dei conti

Intervista allo scrittore e critico teatrale romano in occasione dell'uscita della sua nuova raccolta pubblicata da La nave di Teseo, Tao 48.

14 Giugno 2022

Nel Duca di Mantova, romanzo che ha dato a Cordelli qualche guaio giudiziario, a un certo punto la voce narrante si chiede: «Perché scrivo? E perché, oggi, questa trance agonistica? […] perché mi ostino a scrivere romanzi? Non sono un romanziere, men che meno un narratore». Era il 2004, l’èra berlusconiana. Poco più avanti il narratore, coincidente con l’autore, confessa che un amico gli ha detto che il libro è «tutto, tranne che un romanzo, è un diario tematico, un taccuino gotico – il riassunto delle mie (e nostre) pulsioni di rigetto». È vero, Cordelli ha sempre scritto una narrativa incatalogabile, personale, angolata ed escludente: il suono del suo passo è quello del journal, del memoriale in eterna resa dei conti, un esercizio di memoria (quella di Cordelli è proverbiale) nel carcere dei nomi, dove «i tempi e le forze in campo non collimano quasi mai».

In Tao 48 la rete di persone, date e coincidenze è inestricabile – se non per chi ha letto gran parte delle opere di Cordelli (articoli compresi) – eppure a un certo punto ogni elemento trova il suo posto in una esemplare autobiografia di sbieco di uno scrittore a Roma. «Possiedo, in un certo senso, una città, questa, Roma con la sua toponomastica a me nota meglio che a un tassinaro che eserciti il mestiere da vent’anni (tranne, per la verità, quattro o cinque quartieri che odio)». Una rete di strade legate dall’energia dei nomi; tutte le persone che si incontrano in queste pagine sembrano colte nell’estraneità dello smarrimento e nell’estemporaneo – viste in lontananza. Tao 48, se lo si guarda dall’alto, è una topografia di luoghi che emergono come rovine del ricordo, le testimonianze di una vita, convitati di pietra nella cerimonia del raccontare: l’infanzia a Porta Pia («a quel varco nel muro era rimasto devoto»), la libreria di piazzale Flaminio o le lezioni di americanistica di Zolla quando analizzava L’orso. Una Roma dello spirito, con i suoi rosa e giallo dominanti, le palazzine scolorite e tentativi di vegetazione urbana: «Una bellezza così estesa, imprevedibile, architettonicamente strutturata». E poi «l’enormità di Roma risorgente» e la cupola di San Pietro che spunta sempre quando non te l’aspetti, «solenne, imperscrutabile, oppressiva». Ogni tanto ci si ritrova in periferia, la Roma sfocata dei confini. «Corviale era una malattia, un vizio, una bandiera. […] v’erano due mondi: uno complice di Roma, l’altro del suo mare». «Corviale» è il racconto più lungo e trasformativo. «Me l’ha commissionato Giulio Einaudi per un’antologia che non s’è più fatta, ma io l’ho fatto diventare un romanzo». Un inchino a terra. «Fino all’ultimo sono stato in dubbio se inserirlo o meno».

Cordelli è colpito dalle accelerazioni del delitto perché moltiplica l’entropia, e in Tao 48 troviamo il rapimento Moro, il caso Cesaroni, l’uccisione di Marta Russo alla Sapienza, l’omicidio di Reggiani a Tor di Quinto: «Ciascuno di noi rischia d’essere catapultato nell’estraneità molto più di quanto non creda o tema». Via Poma diventa via Nicotera, ma è lo stesso perché Cordelli diventa uno scrittore di cronaca, un milite «catapultato nell’estraneità molto più di quanto creda o tema». A indagare c’è lo stesso Moroni («rappresentante della parte maggioritaria dello Stato») che Cordelli aveva allevato nel suo romanzo mondadoriano Pinkerton, ma Moroni è il nome di una via dalle parti di piazza Bologna dove Cordelli è vissuto da adolescente. Ma come si lega la brutta storia della studentessa ammazzata con Viktor Šklovskij? Con lo sforzo richiesto dalla ricostruzione, con un intrico amoroso che permuta donne e volti, tempi e luoghi – questa è la pura tensione della narrativa di Cordelli. «La letteratura non è un commento alla vita?», chiede Emilia a un certo punto. «Se i fatti distruggono la teoria, tanto meglio per la teoria». I delitti in quanto violazioni attirano Cordelli perché scombussolano i rapporti e scatenano processi incontrollabili di associazioni mentali, e quando si discorre con lui avviene lo stesso. Si inizia con Fellini, mettiamo, e si finisce su Kleist per poi approdare a Emidio Greco e riatterrare su Del Giudice: le associazioni e i salti sono rapidi, sensoriali. «A me prima di tutto interessa ciò che penso io, cioè quello che io sento essere giusto, equilibrato, esatto». È una regola d’accoglienza, non fraintendetela; avere chiara la propria posizione è essenziale per confrontarsi su un’altra.

Nell’arco del libro compaiono una manciata di donne, sempre le stesse, oserei dire sostanzialmente due, Costanza e Miranda (in sottofondo ci sono pure Emilia e Elena), che accompagnano la crescita, la maturazione dell’uomo, rimanendo inalterate, laurapetrarchescamente. Donne sinonimo di storie che finiscono o quasifiniscono «per lo stesso motivo: […] volevano un figlio». Sono sempre rapporti sproporzionati dalla differenza d’età.

Il primo racconto che ha scritto, mi confessa, «si chiamava Milè e il fuoco, e ebbi l’ardire di farlo leggere a Niccolò Gallo. È sul rifiuto della paternità. Avevo vent’anni e mi era chiaro che non volevo diventare padre». In un altro racconto si torna alla differenza d’età: «I venticinque anni che lo separavano da Irene rendevano tutto verticale: innalzavano, di fatto, il loro rapporto; lo investivano di timore e tremore». «Perché Tao 48?», gli chiedo, seduti in un ristorantino di Ponte Milvio mentre Cordelli sgombra il tavolo perché non ha ancora fame. «Perché mi piace il suono», e segue lunga e incurvata spiegazione. In due parole: Tao sta per «Terapia anticoagulante orale»; 48 è il numero di pezzi («né novelle né racconti») inizialmente pensato per la raccolta (e probabilmente qualche altra cosa), anche se nell’indice vi accorgerete che sono 32 – mancano, per esempio, il 3, l’8 (numero feticcio), il 12, il 40 –, e la sensazione è che quei vuoti siano solo un’interpretazione di come scegliere quarant’anni di scritture brevi, quasi sempre inedite di uno scrittore, che ammette di non amare questa forma di narrativa. Che poi narrativa, si è capito, non è la parola giusta. È una convivenza di duplicazioni del sé – più o meno dilavate – un biografismo spurio che ricorda quello di Bachmann, Frisch, Gombrowicz, Isherwood.

«E i titoli dei singoli racconti?»
«Fanno parte di una parabola esistenziale-intellettuale, diciamo, o intellettuale-riflessiva. Prendi “Purificazione”, “Cessati Spiriti”, o “Fornaci”, che poi è il racconto più vicino alla morte. Sembra la contemplazione della morte di papa Wojtyla, ma potrebbe essere chiunque altro. Ci sono elementi disparati e diversissimi rimescolati, è così che la mia autobiografia diventa racconto. Per esempio “Tre orologi”, dove si parla di Marta Russo, attacca con una scena di sesso mai avvenuta a via dei Tre Orologi, sebbene io abbia avuto un’amante lì. E poi la donna a cui penso è un’altra ancora e non è quella con cui ho visto Šklovskij, che conoscevo per i fatti miei, ma è quella che avrebbe potuto avvicinarmi a lui».

«Lo sai che pure stavolta ti diranno che sei uno scrittore oscuro?», gli dico, mentre valutiamo se attaccare il pane. La risposta d’istinto me la risparmia e gestisce con una lenta bevuta una pausa pensosa. Nel frattempo gli leggo il finale di “Paradiso”, il primo racconto: «[…] non c’è nulla che non sia per ciascuno di noi oscuro, oscuro più di quello che pensiamo – e di quello che diciamo».
«Ognuno ha la pena in sé stesso. Per me conta l’evocazione».
«Anche se rischi di non arrivare a parecchi lettori?»
«Sì».
«Anche se rischi di non essere pienamente riconosciuto come scrittore?»
«Sì».
«Negli anni questa cosa ti ha fatto soffrire?»
«Direi di no. Ho sofferto per due o tre anni del successo esplosivo della generazione dopo la mia. Mi ricordo una copertina, forse del Magazine Littéraire. C’erano disegnate le facce di Del Giudice, Busi, Pazzi, De Carlo, e un altro, non ricordo. È stato un momento di sofferenza perché loro erano venuti dopo e a me sembravano… insomma, non li prendevo molto sul serio. Loro erano stati tradotti e io e tutti i miei coetanei – la generazione del Quaranta e Cinquanta – arrancavamo un po’. L’altro momento fu quando la traduzione francese di Guerre lontane, pronta per la stampa, non fu pubblicata. Fu rocambolesco. L’editor che aveva acquisito il libro lasciò la casa editrice senza portarselo dietro; poi venne preso da un piccolo editore di Reims ma fallì pochi mesi dopo. Lì mi misi l’animo in pace. Mi dissi: “Il mio destino è questo”, e non ho più sofferto».

«In un racconto scrivi: “Diciamo la verità, Cordelli, tu di capolavori non ne hai scritti”. Non esattamente la testimonianza di un animo sereno rispetto al riconoscimento della propria opera».
«Ora sono sereno».
«Vabbè, però ti sei incazzato un sacco di volte».
«Sì, specialmente per i giudizi di certi amici sugli scrittori del momento».
«Immagino tu ti riferisca soprattutto a Troppi paradisi di Siti».
«Sì, fu una cosa furibonda. Non riuscivo a capacitarmi perché piacesse fino a quel punto, ma ora vedi che non se ne parla più».
«Una volta Pampaloni ti ha definito “un moralista dell’avanguardia”, uno che delle cose cerca “il nocciolo dell’irrazionale”, ti ritrovi ora in questa definizione?»
«Non la capisco molto. Credo si riferisse alla mia posizione critica nei confronti dell’avanguardia. Considera che io mi sono formato nell’avanguardia e sono stato uno scrittore dell’avanguardia. Per me, al di là di ogni discorso sugli esiti, conta più che altro la struttura, come si mette insieme il materiale – più di come si scrive. Le cose di Balestrini e Sanguineti, per esempio, tra qualche anno non sarà più possibile leggerle. Moravia diceva che la struttura è un fantasma. Tendiamo a confondere la struttura con l’architettura. Tutto conta, certo, ma la struttura è l’aspetto più importante. Per esempio nell’Orso la struttura coincide perfettamente con l’architettura, poi a un certo punto nel quarto capitolo succede qualcosa, ed è lì che lo scrittore spariglia».
«Come hai trovato la tua forma e il tuo tono? Ricordi il momento?»
«Li ho prima teorizzati, poi li cercati scrivendo… l’ho sentito in modo chiaro durante la stesura di La democrazia magica. Mi sono reso conto di essere uno scrittore e che potevo fare quello che volevo, che non dovevo per forza raccontare una storia che avesse un principio e una fine o un senso morale. Ma l’avevo fatto dall’inizio».

Articoli Suggeriti
Aimee Lou Wood sarà Jane Eyre in una nuova serie che certifica come le sorelle Brontë siano tornate di moda

Dopo il successo di "Cime tempestose" anche il classico di Charlotte Brontë avrà un nuovo adattamento, con protagonista la star di Sex Education.

Cinque anni dopo lo scioglimento, i Daft Punk hanno pubblicato un nuovo video

Si tratta del video ufficiale di "Human After All" e contiene immagini Electroma, il loro film di fantascienza del 2006.

Leggi anche ↓
Aimee Lou Wood sarà Jane Eyre in una nuova serie che certifica come le sorelle Brontë siano tornate di moda

Dopo il successo di "Cime tempestose" anche il classico di Charlotte Brontë avrà un nuovo adattamento, con protagonista la star di Sex Education.

Cinque anni dopo lo scioglimento, i Daft Punk hanno pubblicato un nuovo video

Si tratta del video ufficiale di "Human After All" e contiene immagini Electroma, il loro film di fantascienza del 2006.

È morto Giancarlo Politi, il fondatore di Flash Art e uno dei critici d’arte più influenti del ‘900

Editore e critico, la sua rivista è stata per decenni un punto di riferimento per l'arte contemporanea in Italia.

A Knight of the Seven Kingdoms è piaciuta così tanto perché è un Game of Thrones che non si prende troppo sul serio

Il sorprendente successo di questo terzo spin-off della saga dimostra due cose: il pubblico ha ancora voglia di Game of Thrones ma non vuole più saperne di quel Game of Thrones.

Uscirà un film su Colazione da Tiffany e a interpretare Audrey Hepburn sarà Lily Collins

La protagonista di Emily in Paris, abbastanza a sorpresa, è stata preferita a Rooney Mara e ad Ariana Grande.

Tra le ultime aggiunte alla prestigiosissima Criterion Collection c’è anche KPop Demon Hunters

Sarà contento Park Chan-wook, che ha detto di essere anche lui un grande appassionato di KPop Demon Hunters.