Il rosa è di tutti?

È il colore delle "femmine", ma nel corso del tempo il suo significato è cambiato: lo conferma una mostra a New York.

20 Settembre 2018

Se “il blu è il colore più caldo” (per citare il titolo del film del 2013 di Abdellatif Kechiche), il rosa è il colore più fluido. In principio, il rosa era unisex, e solo a partire dalla metà del secolo scorso è diventato un colore femminile (strategie di marketing, spiega Marta Galli su Vogue): oggi sembra stia tornando alle origini no gender. Nonostante questo movimento verso un passato più fluido, l’automatismo che collega il rosa alle femmine funziona ancora benissimo. Dalle tutine in cui vengono infilate nei primi giorni di vita agli scaffali del reparto giocattoli, le bambine sono abituate a considerare il rosa il “loro” colore. Ma non è così ovunque: basta fare un giro in India, Africa, Messico, Giappone per accorgersi che l’abbinamento rosa-femmina è un costrutto del mondo occidentale. Come sottolineava Michel Pastoureau, storico del colore, «è la società che crea i colori, li definisce e conferisce loro un significato».

La prova è che non certo tutte le donne hanno un buon rapporto con il rosa: alcune odiano essere associate con una sfumatura così frivola, zuccherosa e pacchiana. Altre lo adorano. Io, ad esempio, amo il suo carattere artificiale: che si tratti di un tramonto o di un fiore («è così rosa che sembra finto») il rosa non dà mai l’impressione naturale del blu, dell’azzurro, del giallo o del verde. Così come il nero è sempre profondo e misterioso, il rosa appare piatto e bidimensionale, sembra chimico, sofisticato. Quando compare in un quadro antico o in un affresco è sorprendente: viene quasi da chiedersi «come poteva esistere già, a quei tempi, un rosa così?».

Andrea Mantegna, Orazione nell’orto, 1458-60 circa, © The National Gallery, Londra

Oltre alle varie cose rosa di moda negli ultimi anni (da The Grand Budapest Hotel ai fenicotteri, fino all’onnipresente millennial pink), ultimamente abbonano i libri rosa, molto instagrammabili: al momento una delle più belle copertine in circolazione è quella di L’idiota di Elif Batuman (Einaudi, 2018), raro caso in cui la cover è stata mantenuta uguale all’originale. Ma non si tratta, non solo, di un intelligente mossa editoriale: il rosa ha molto a che fare con la storia dell’adorabile quanto goffa protagonista, Selin.

Come ricorda Valerie Steele, la curatrice della mostra Pink: The History of a Punk, Pretty, Powerful Color al Fashion Institute of Technology di New York, che ricostruisce attraverso abiti, oggetti e accessori l’evoluzione dei significati sociali, politici e culturali attribuiti al rosa, stiamo anche parlando di uno dei colori più divisivi: «Per favore, sorelle, lasciate perdere il rosa», avvisava la giornalista Petula Dvorak in un articolo del Washington Post, quando apprese che decine di migliaia di manifestanti stavano pianificando di indossare dei “pink pussy hats”, alla Women’s March del 2017. Le questioni che volevano affrontare durante la marcia erano molto serie e, secondo lei, scegliere come simbolo dei buffi copricapi rosa significava correre il rischio di non essere prese sul serio.

Un abito della SS 2016 di Gucci © The Museum at FIT

In effetti, il movimento recente che potremmo definire “femminismo pop”, ha fatto del rosa il suo colore prediletto: dalle citazioni motivazionali che inneggiano al girl power (su sfondo rosa) a “Pynk” di Janelle Monae (i pantaloni-vagina che compaiono nel suo video sono tra i capi della sezione contemporanea della mostra, insieme alla collezione di Rihanna per Puma e non solo), il rosa non è più dolce e tenero ma – teoricamente, visto che in molti casi si tratta di un bluff – guerriero ed energico, se non addirittura (come quando colora i capelli e i video di Grimes, la ex di Elon Musk) tecnologico, freddo e androgino, aperto a tutte le sfumature della femminilità, anche quelle più contemporanee o già proiettate nel futuro.

Storytailors, “Corset Armour, AW 2010. Fotografia di Luís de Barros © The Museum at FIT

Ma il rosa possiede anche un vastissimo lato oscuro. Dalla cover di Three Imaginary Boys dei Cure ai capelli di Layne Staley degli Alice in Chains, e dai capelli di Lil Peep alla cover dell’ultimo singolo di Dark Side, “Medicine”. Fino a una delle foto virali dell’estate appena trascorsa: un materassino gonfiabile a forma di bara. Dalle eroine di Sofia Coppola all’assassina di Killing Eve (col suo abito Molly Goddard), la storia del rosa come simbolo di una femminilità deviata, malinconica o crudele, meriterebbe un lungo approfondimento a parte. Sembra strano dirlo, ma il rosa sta molto bene con la morte (non a caso l’immagine di Aretha Franklin circondata di rose rosa e lilla è forse una delle foto più belle degli ultimi anni), ma anche con il sangue, i rosari, i glitter, la droga e gli psicofarmaci (le pastiglie da 75 mg di Effexor, uno degli antidepessivi oggi più diffusi, sono di un bellissimo rosa pastello).

Il gonfiabile a forma di bara rosa: una delle immagini virali dell’estate 2018.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare dei capelli rosa. A diffondere la moda in Italia è stata la cantante Roshelle nella decima edizione di X Factor: l’anno prima Pantone lanciava Rose Quartz come colore del 2015. Dieci anni prima, chi scrive frequentava il liceo e si tingeva i capelli di rosa con la tinta Crazy Color, che a prescindere dal colore che conteneva si trovava soltanto in barattolini di plastica rosa shocking, che bisognava farsi spedire da Londra. Oggi sulle passerelle, nei video musicali, per le strade e nelle tinte L’Oréal la chioma rosa è diventata la normalità. Il mondo pullula di Lady Bird.

Ma il rosa è anche, ancora, il colore delle principesse, dei sogni che si avverano, delle damigelle al matrimonio di Chiara Feragni. Quello che, sorprendentemente, viene meglio nelle foto sul red carpet. Dall’abito di Gwyneth Paltrow in Occasione degli Oscar del 1999 (Ralph Lauren) all’apoteosi di piume recentemente sfoggiata da Lady Gaga sul tappeto rosso di Venezia al suo debutto da attrice protagonista, in A star is born (Valentino Couture), il rosa resta prima di tutto la sfumatura della bellezza.

In “Caramelle” del 2017 i ragazzi della Dark Polo Gang – narcisisti, ossessionati dalla moda, eterosessuali – cantano: «Ho più scarpe di una troia / Quando ho freddo una pelliccia rosa». Sembra che una delle prime cose che fanno gli uomini non appena trovano il coraggio di svincolarsi dal noioso e faticosissimo onere della virilità a tutti costi sia appropriarsi del rosa. Forse, non vedevano l’ora.

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