Città del Vaticano, aprile 2020 (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)

Stili di vita | Dal numero

Come saranno le città del futuro?

La pandemia ha sconvolto gli spazi urbani e il modo in cui li abbiamo pensati, costruiti e vissuti. Dalle scuole alle piazze fino agli uffici, alcuni esperti provano a immaginare come cambieranno.

di Davide Coppo

Vista dalle live cam piazzate sulla Riva degli Schiavoni, nelle mattinate di marzo nascoste dalla nebbia, Venezia sembrava il set di un film in attesa degli attori. Nelle telecamere degli streaming che non hanno smesso di trasmettere anche durante la pandemia, 24 ore su 24 su internet, non esiste la possibilità di riprodurre i suoni ambientali, eppure le cose non sarebbero state molto diverse, a marzo e ad aprile 2020, anche con il volume impostato al massimo: il silenzio, stando davanti allo schermo, minuto dopo minuto, si poteva in un certo senso vedere. Nell’assenza di vita sul Bacino di San Marco, nell’acqua immobile dalla Basilica di Santa Maria della Salute fino alla Giudecca. Occasionalmente, una persona entrava e usciva dall’inquadratura. Le live cam, durante i due mesi di quarantena severa imposta dai governi ai cittadini di mezzo mondo, si sono rivelate un’inaspettata risorsa. Sono apparse nell’internet degli anni Novanta, e oggi sono ancora caratterizzate, nonostante le migliorie arrivate negli anni – i megapixel, gli stabilizzatori disponibili anche sugli smartphone, e così via – da una bassa qualità dell’immagine. Talvolta sono dotate di un fastidioso e inattuale effetto grandangolo per abbracciare quanto più spazio possibile. Come se fossero uno spioncino da cui guardare fuori, hanno trasmesso nei giorni dell’isolamento i frame scattosi di un mondo surreale, solitamente inquadrandolo dall’alto, nascoste sui pali della luce, nei cornicioni o nei balconi degli edifici pubblici.

Poco dopo, sono arrivati i droni: a Milano, i primi giorni di aprile, le telecamere volanti di Sky Tg24 hanno ripreso le strade e le piazze più simboliche del centro storico, ovvero quelle solitamente più frequentate. Il video si spostava in quelli che sembravano dei plastici di piazza del Duomo e di Porta Venezia, sopra gli spazi solitamente affollati di automobili in piazzale Loreto e piazza 5 Giornate, per via Larga e largo Augusto, zone di uffici e università e traffico, quello sempre. Dov’erano finite le persone? A casa, tutte, per la prima volta, probabilmente, nella storia della città stessa. Curiosamente, nelle stesse ore, anche il New York Times pubblicava un documento video realizzato utilizzando un drone, che intendeva però mostrare l’altra faccia (ma i due non erano coordinati) del lockdown, ovvero lasciarsi alle spalle gli spazi vuoti della città, e concentrarsi su quelli invece iper-densi delle abitazioni private, dove si andavano, a poco a poco, ricreando le nuove vie e le nuove piazze: i balconi e le finestre dei condomini. Il video, girato da Niccolò Natali e Nikola Lorenzin, mostra diverse facciate di condomini di diversi quartieri milanesi, con lo sfondo delle voci degli occupanti che raccontano paure, speranze e sensazioni di quel primo mese di inedita quarantena. La telecamera del drone si muove a inquadrare case popolari, edilizia del Dopoguerra, edifici di ringhiera. Tutte le facciate sono animate, ci sono persone che si affacciano alle finestre, ai balconi, ai ballatoi condivisi. Alcuni parlano con altri, a distanza. Qualcuno ha appeso dei lenzuoli bianchi con disegnato un arcobaleno. Per due mesi, le piazze si sono spostate, frammentate in pezzi di puzzle disuniti, tra i balconi e le terrazze private. I concerti primaverili di cui si sono riempiti Instagram e YouTube saranno un documento curioso, da riguardare con gli occhi del futuro.

Durante le pandemie medievali, la soluzione dei ricchi per sfuggire alle città, e alla quindi maggior diffusione della densità del contagio, era rifugiarsi nelle ville di campagna. Nei primi giorni del lockdown, o appena prima dell’estensione dello stesso all’intero territorio nazionale, i paragoni scherzosi con il Decameron erano frequenti. Si chiamava, poco fantasiosamente, “Decameron” il gruppo WhatsApp con cui alcuni amici organizzarono i primi aperitivi su Zoom. A differenza che nei secoli precedenti, tuttavia, la densità abitativa non ha mostrato di essere un fattore decisivo nel diffondersi del nuovo Coronavirus: le campagne non sono più sicure delle città. Le campagne non esistono più in opposizione alle città, come luogo bucolico e sterminato. «Bisognerebbe sostituire la parola campagna con vita suburbana», puntualizza Nicola Russi, fondatore dello studio Laboratorio Permanente, vincitore del bando del Comune di Milano per la riqualificazione dello Scalo Farini. «In queste zone lo spazio pubblico non è un campo aperto ma un insieme di infrastrutture: è stato spesso rimpiazzato da centri commerciali e altri luoghi di attività al chiuso. Questo fa sì che, seppure si abbia la percezione di vivere in un ambiente meno denso rispetto alla città compatta e promiscua, ci si trovi in realtà spesso costretti a frequentare ambienti molto più promiscui».

Venezia, marzo 2020 (Photo by Marco Di Lauro/Getty Images)
Washington DC, marzo 2020 (Photo by Chip Somodevilla/Getty Images)
Milano, marzo 2020 (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Chi ha potuto lavorare da casa, utilizzando semplicemente un computer, ha realizzato nel giro di due mesi quanto sia facile, e possibile, mutare la dicotomia tra luogo domestico e luogo del lavoro. Alcune grandi corporation, prima ancora di ripensare a come saranno disegnati gli uffici, hanno pensato di eliminare il problema alla radice: Twitter, ad esempio, ha annunciato che i dipendenti che vorranno continuare a lavorare da casa potranno farlo per sempre. «Vedo già un forte desiderio di spostarsi dalla città alle zone rurali», mi dice Jack Self, architetto, fondatore di Real Foundation e della rivista Real Review. «Se non dobbiamo essere fisicamente uno a fianco all’altro, perché pagare tremila sterline al mese per questo microscopico appartamento? Questi desideri ci danno la possibilità di pensare a nuove tecnologie di housing. Sono diversi anni che penso a un ibrido tra un appartamento in affitto, un hotel e un Airbnb: in tal modo, una persona può immaginare di poter passare nove mesi in campagna e tre mesi in città, e in quei tre mesi mettere in atto le connessioni fisiche e il networking che gli permetteranno di sostenere gli altri nove mesi lontano dalla città».

Se la prossimità fisica va ripensata, cos’è la città? Se definiamo la città come intensità di relazioni, e spostiamo queste relazioni nel mondo digitale, anche un villaggio può diventare città, in quanto centro di relazioni non fisiche, ma virtuali

Cosa saranno, però, le città del futuro? Se lo spazio fisico servirà sempre meno, diventeranno sempre meno materiali, sempre più invisibili? «La tendenza, vista negli ultimi vent’anni, di corsa all’urbanizzazione – penso alle megalopoli cinesi, per esempio, questa crescita infinita alla densità – era già da alcuni anni anacronistica», ragiona Azzurra Muzzonigro, architetto e ricercatrice urbana. «Se la prossimità fisica va ripensata, cos’è la città? Se definiamo la città come intensità di relazioni, e spostiamo queste relazioni nel mondo digitale, anche un villaggio può diventare città, in quanto centro di relazioni non fisiche, ma virtuali». Se il lavoro dietro gli schermi ha fatto parlare di sé in termini generalmente positivi, utilizzando concetti come “novità”, “opportunità” o “svolta”, la scuola – primaria, secondaria o universitaria – ha dimostrato di potersi trasformare in un problema che nessuno è, per ora, in grado a risolvere. Chiuse da marzo, le classi sono un’incognita anche in vista di settembre [ufficialmente in Italia riapriranno il 14, ma c’è preoccupazione per l’aumento dei contagi in agosto, ndr]. Le scuole italiane sono ancora costruite secondo il modello di caserme e ospedali, che è anche quello descritto da Foucault nel 1975 in Sorvegliare e punire. Mentre questo giornale va in stampa, una delle soluzioni proposte è stata quella di applicare divisori di plexiglass ai banchi, anziché ripensare completamente gli spazi e il modello dell’insegnamento. Altrimenti, si continuerà con la didattica digitale, come è stato per quattro mesi durante il lockdown. Il che crea altri problemi di natura spaziale: «Se tutta la didattica si trasferisce nel digitale», spiega Muzzonigro, «si crea un tema di emancipazione: l’università ha sempre significato “emanciparsi dal nucleo fa- miliare”, lasciare il paese per andare in una grande città, fare esperienza del mondo. Se i corsi rimangono nella tua stanza, allora il mondo si riduce davvero al solo spazio domestico». Legato al discorso dello spazio c’è quello dei corpi. Cristina Bianchetti, ordinaria di Urbanistica al Politecnico di Torino, aggiunge: «L’insegnamento non è solo trasmissione di informazioni, cosa che si può fare molto bene con un computer, ma è un rapporto empatico, la condivisione di uno spazio da parte di corpi che trovano un’occasione di scambio e di relazione. Va bene questo grande balzo che la pandemia ci ha fatto fare in campo digitale e tecnologico, ma l’insegnamento non può prescindere dal corporeo».

Durante la quarantena, diversi fotografi hanno ritratto la città vuota, mentre chi poteva la immaginava da casa. Uno di questi è un esperto fotografo di architettura, Filippo Romano, che nel passato recente si è concentrato, tra le altre cose, sulla crescita di due progetti che hanno cambiato il volto urbanistico di Milano: la Fondazione Prada e la Fondazione Feltrinelli. Parlando dell’atto del fotografare una città vuota, spiega: «Per un fotografo non è così strano il vuoto, perché c’è già tutta un’epopea del vuoto e della città fantasma che è quella raccontata da Gabriele Basilico». Poi, pensando alla vuotezza degli spazi nei mesi del Covid-19, si corregge: «Ma spesso quelle foto senza persone, prima, si potevano fare soltanto svegliandosi all’alba, anzi, prima dell’alba. Se invece guardiamo alla luce delle fotografie della città vuota in questi mesi, ci accorgiamo che è la luce delle undici, la luce di mezzogiorno». Una tentazione infantile eppure significativa, nei primi giorni post-quarantena, in cui fu possibile fare brevi passeggiate solitarie intorno al proprio isolato, era quella di camminare in mezzo alla strada. Camminare tutto lo spazio, riabbracciarlo con la propria presenza. Dopo, qualcosa di questo è rimasto. «In questa primavera, a Milano, vedo moltissime persone che usano la città come se fosse Miami: come un campo aperto per fare attività fisica, una cosa che 20 anni fa, a Milano, sarebbe sembrata completamente inopportuna», osserva Nicola Russi. «L’aspetto interessante è che gli spazi che ora vengono selezionati dalle persone sono gli spazi meno disegnati, in cui c’è più libertà di azione. Durante la fase più intensa di Covid-19 si pensava che l’esito della privazione di libertà potesse essere un’ingegnerizzazione dello spazio pubblico, il tentativo di ridurre la sua capacità di accogliere le persone. Invece è interessante la contro-reazione: ci stiamo rendendo conto che, di spazio pubblico, non ne abbiamo abbastanza».

Italia, agosto 2020 (Photo by Rodin Eckenroth/Getty Images)
California, aprile 2020 (Photo by JOSH EDELSON/AFP via Getty Images)
Francia, giugno 2020 (Photo by PHILIPPE LOPEZ/AFP via Getty Images)

«Un tempo c’erano panchine ovunque», aggiunge Jack Self, «perché prima dei cellulari non potevi sapere esattamente quando una persona sarebbe stata in un posto. Quindi spesso era necessario aspettare. Negli ultimi decenni, invece, la città è diventata uno spazio da usarsi per andare da un negozio a un ristorante: le strade sono diventate dei corridoi. Per stare in uno spazio pubblico, dovevi avere uno scopo, e cioè comprare qualcosa. Ma una conseguenza della pandemia può essere un interesse rinnovato per gli spazi aperti in cui le persone possono raccogliersi: da qui possono nascere nuovi modelli di arredo urbano». Negli Stati Uniti, la mortalità dei pedoni ha raggiunto nel 2018 i livelli più alti degli ultimi 30 anni, e uno dei fattori principali, sostiene il report annuale della Governors Highway Safety Association, ripreso poi dalle maggiori testate del mondo, sarebbe da imputarsi all’utilizzo degli smartphone. «La mia percezione è che la gente potrebbe diventare più selettiva per quanto riguarda l’uso dei “propri schermi”», continua Self. «Almeno negli spazi pubblici: un maggior desiderio di relazione fisica, di ascoltare le persone. Le città erano piene di rumore e inquinamento, e la nostra strategia è stata di chiuderci dentro le nostre cuffie su Spotify: abbiamo, finora, affrontato il problema nel modo sbagliato. Adesso, avendo avuto esperienza di una città meno rumorosa, senza traffico, penso ci possa essere una volontà di non isolarsi così: ascoltare di più, senza mediare ogni esperienza tramite fotocamere e applicazioni. Usare meno le app di navigazione».

La pandemia, e soprattutto le possibilità che ha mostrato, riguardano gli spazi interni tanto quanto gli esterni. Se scuole e lavori si trasferiranno sempre più dentro le case, le case dovranno cambiare per accogliere questi spazi, e per non far sì che gli spazi più privati ne vengano contaminati. «L’architettura moderna è architettura del panottico», dice Nicola Russi. «Da un punto percepisci tutto, capisci qual è la struttura e l’organizzazione dell’intero spazio: pensa ai loft, alle doppie altezze… è difficile isolarsi all’interno di questi ambienti. È come se fossero stati costruiti solo in positivo: per mangiare felicemente tutti insieme in una grande cucina a isola, in cui tutto avviene sempre in condivisione. Il virus ha messo in evidenza il valore di essere da soli in uno spazio, o di potersi nascondere. Questo, naturalmente, vale sia in casa come all’esterno». «Calcare con forza l’ipotesi di uno smartworking costante ha diversi rischi», continua Azzurra Muzzonigro. «Annullare la divisione tra il tempo libero e il tempo del lavoro, innanzitutto. Il fatto che la casa non è necessariamente uno spazio sicuro, soprattutto per molte donne. E se gli uffici non sono più il luogo centrale del lavoro, questo significa andare a modificare radicalmente un sistema di economie che giravano intorno a quegli spazi. Non solo gli affitti: anche i bar, le imprese di pulizia. C’è tutta una filiera, legata allo spazio fisico, che viene messa in discussione».

La prima settimana di giugno 2020 ha visto una partecipazione politica transcontinentale con pochi precedenti: dopo l’uccisione di George Floyd, centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo hanno manifestato contro il razzismo. Molte piazze erano consapevoli della necessità di mantenere accorgimenti di sicurezza e distanziamento sociale. Altrove si è manifestato come “sempre”. Proteste e manifestazioni, nella storia della civiltà, sono una costante attraverso i secoli, i metodi di governo, gli Stati. «Chiedersi come faremo shopping o come ci muoveremo nei contesti commerciali delle città non è troppo interessante», ragiona Jack Self, «in fondo abbiamo già trovato dei meccanismi per quelle cose. Ma come faremo a manifestare? Come faremo a mettere pressione a un governo al fine di migliorare le nostre condizioni di vita? Questa è la domanda più difficile».

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