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Anna Wiener, fuga dalla Silicon Valley

Intervista all'autrice di La valle oscura, il memoir di un’umanista che ha trascorso 5 anni nel più grande laboratorio di trasformazione tecnologica e sociale.

12 Settembre 2021

Un’insider nella Silicon Valley, un’umanista nel più grande laboratorio di trasformazione tecnologica e sociale; un mondo a somiglianza di ingegneri e algoritmi. Anna Wiener ha passato cinque anni nella Bay Area lavorando per alcune rampanti start-up del comparto tecnologico, ha condiviso il loro linguaggio, le loro abitudini alimentari, i ritmi di lavoro deliranti, i limiti del loro futuro glorioso, immersa nella nebbia di San Francisco che smorza il senso di disruption, quello sì davvero inalienabile. Di tutto questo ho parlato con Anna, autrice di La valle oscura, Adelphi, un memoir che è contemporaneamente un rapporto scientifico su come il mondo si sta standardizzando, guidato da una sarabanda di esaltati che hanno a cuore solo il profitto e la prosecuzione della loro perenne adolescenza, e un’analisi affilata delle nostre fragilità etiche e sociali, decisamente meno importanti rispetto alla nostra sete di iperconnessione.

Dal 2013 al 2018 hai lavorato accanto a tecnici e smanettoni, assegnata a qualcosa di «non così tecnico» che un ingegnere era in grado di fare «perfino da ubriaco». Com’è successo che da New York sei finita lì, lasciando musica, libri e un lavoro nell’editoria? L’hai fatto per soldi, per curiosità, perché volevi essere parte di quell’onda tecnologica?
Nelle start-up ho sempre fatto lavori utili e importanti; il problema era che loro non li ritenevano cruciali perché non ero un tecnico. Sono entrata nel tech perché cercavo un lavoro che avesse un futuro, visto che in editoria non c’erano prospettive sostenibili: il turnover delle persone della mia età era esasperante e gli sbocchi professionali sempre di meno. Dall’altra parte il tech sembrava non avere altro che futuro, sembrava che – al di là delle critiche – soldi e opportunità fossero infiniti. Era come spalancare la porta verso un modo nuovo di fare business, e io ero ammaliata da tutta questa potenzialità.

Credi che quella novità fosse nuova per davvero? Non hai avuto la sensazione che la tecnologia proceda per cicliche distruzioni dell’esistente, come se ogni volta debba creare qualcosa di inimmaginabile e imporre che sia nuovo?Certo, la Silicon Valley è sempre stata lì, ha avuto i suoi alti e bassi, ma c’è  stata un’evoluzione nel modo di fare impresa, anche se di natura, come dire, puramente cosmetica o estetica: si pensi solo al linguaggio che usano, alla loro cultura aziendale, a come sono organizzati e come parlano di sé. L’attuale ciclo della Silicon Valley non sorprende nessuno dei nati negli anni Novanta. Quell’industria dà lavoro a un sacco di giovani e fa affidamento proprio sulla memoria corta. Una buona parte dell’attuale internet economy è fondata sulla vendita di cose vecchie spacciate per nuove. Insistere su originalità e innovazione è nel loro Dna.

Una persona importante ha detto che i limiti del proprio linguaggio determinano i limiti del proprio mondo. Non credi che laggiù stiano costruendo un mondo troppo grande per loro? In fondo si tratta di un manipolo di ragazzotti ancora intrisi della mitizzazione della loro adolescenza.
Quello che dici è interessante. Non credo che la visione del mondo dipenda dalla limitazione linguistica; per essere più  precisa, penso che abbia più a che fare con gli aspetti economici dell’industria (che, ovviamente, a loro volta influenzano il linguaggio). Più  in generale, penso che uno dei più  grandi difetti della Silicon Valley sia che le aziende operino con una visione cinica e priva di immaginazione; ed è  così perché esaltano la logica del libero mercato e credono che sia una panacea per tutti i mali della società. Non credo che un vocabolario più  esteso o sofisticato possa cambiare le cose. Le persone del tech hanno un talento speciale nel creare parole nuove per concetti vecchi e nel cooptare espressioni dense di risonanze, adattandole ai loro scopi. Si pensi alla parola «rivoluzione».

A me questi baby Ceo sembrano un’orda di venticinquenni arricchiti troppo in fretta che ricreano il loro spazio giochi ideale; penso ai colloqui di lavoro che descrivi: li vivono come le sfide dei videogiochi o, nel migliore dei casi, come un test universitario. Hanno un senso di comunità che non va oltre i dieci metri. Tu che idea ti sei fatta?
Circola una vasta mitologia sui fondatori delle start-up che non avrebbero finito gli studi; la verità è che la maggior parte di quelli che contano si sono laureati e che le forze in campo sono di tipo economico. Se il sistema che hanno messo in piedi è anti-intellettuale e anti-storico non dipende dal fatto che uno sparuto numero di loro ha lasciato il college anzitempo, dipende dal modello di sviluppo. L’irriverenza, la giocosità, l’infantilità hanno di certo a che vedere con il fatto che siano molto giovani, ma è  pure una questione di marketing, e rispondono a questa logica anche le loro modalità di reclutamento; un modo per convincere i dipendenti che quel posto di lavoro, che di fatto prevede le stesse fatiche impiegatizie di qualsiasi lavoro d’ufficio, è diverso. Tutto questo   decisamente americano, no?

Ti sei sentita un’estranea o alla fine ti sei immersa in quel gergo e in quel modo di fare?
Mi sono immersa eccome! Ho trovato il mio equilibrio e una certa stabilità; ho fatto l’upgrade dei miei modelli; ho eliminato i punti deboli facendo leva sugli insegnamenti-chiave per arginare la mia obsolescenza (lo dice in perfetto aziendalese della Silicon Valley).

In una delle parti più toccanti del libro racconti di quando il Ceo della start-up di analisi dati ti ha detto: «Sono giunto alla conclusione che non sei analitica. Non penso che abbiamo gli stessi valori. Non so nemmeno quali siano, i tuoi valori». Aveva deciso chi eri e cos’eri, e si sentiva in diritto di farlo perché eri una non tecnica, e probabilmente perché eri una donna. Perché queste start-up milionarie non spendono più tempo ed energie per coltivare la cultura dell’equità e della diversità?
Credo che ci fosse qualcosa di più del mio essere non tecnica o donna. Credo che si fosse convinto che non fossi più «devota alla causa»: metteva in dubbio il mio senso di responsabilità, il mio impegno. Comunque sì, penso proprio che le tech com- pany potrebbero creare prodotti più interessanti, utili ed equi se organizzassero i luoghi di lavoro secondo i princìpi dell’equità. Voglio sottolineare che dentro alcune di queste aziende ci sono persone che si battono per questi valori; la questione   se le aziende gli daranno il potere e le risorse per mettere in pratica un cambiamento.

Che ne pensi dell’uso dei Big Data? Possono essere usati come armi di persuasione di massa?
Credo sia più una questione di amplificazione che di persuasione. Contenuti estremi e teorie della cospirazione hanno sempre avuto il loro pubblico, ma gli algoritmi dei social network veicolano quel materiale e quelle idee verso un pubblico molto più ampio.

Stiamo davvero vivendo in un capitalismo della sorveglianza?
Viviamo in un capitalismo capitalismo. :)

Di quali antidoti possiamo servirci? Dobbiamo ribellarci? Disconnetterci?
Sono piuttosto ottimista sul futuro della tecnologia perché c’è  ancora moltissimo da fare. Per esempio: mettere in atto politiche intelligenti e significative che incidano sugli aspetti della concorrenza e sulla legislazione che regola il lavoro; migliorare il modo di lavorare; pensare a nuove forme di organizzazione aziendale, come le cooperative possedute dai lavoratori e le no-profit. Non credo che ribellione e disconnessioni individuali siano una soluzione efficace, anche se danno senz’altro un risultato sul piano personale.

E tu, che ormai sai tutto sul data mining, che stratagemmi adotti?
Cerco solo di stare più attenta possibile visto che uso gli stessi servizi che hanno tutti. Quando   possibile riduco al minimo le informazioni da dare. E continuo a coprire la telecamerina del mio portatile.

Quanto bisogna allontanarsi dalla Silicon Valley per percepire l’oscura tossicità che emana?
Penso che la si possa saggiare a intensità diverse. Le aziende della Silicon Valley sono ossessionate dall’idea di crescita, ed  è del tutto normale a livello strategico. Molte di quelle nate nella Bay Area hanno un impatto globale. Non c’è bisogno di stare vicino ai meccanismi dell’industria per renderti conto che il mondo sta cambiando, si sta ribaltando.

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