Per Alessandro Michele, la Couture è una questione personale

Nello show Specula Mundi gli ospiti hanno sperimentato un inedito peep show, ricordandosi cosa vuol dire isolarsi dal mondo, per poi poterlo reinventare.

30 Gennaio 2026

A livello generale, una sfilata non è un evento sociale che è possibile ascrivere all’alveo delle “esperienze intimiste”. Dalle 100 alle 500 persone si ritrovano in una location convenuta, per assistere a uno spettacolo che negli anni è divenuto poi sempre più scenografico, perché mai sia poi l’Instagram non ne registri l’esistenza, o che TikTok non ne possa tagliare i momenti salienti trasformandoli in meme. Eppure, per questa collezione di Haute Couture di Valentino, Specula Mundi, Alessandro Michele ha deciso di trasformare quel rito collettivo in una esperienza privata. Lo ha fatto come potrebbe farlo solo Alessandro Michele, cioè rivoluzionando il setting, sostituendo alla monotonia della sfilata osservata in maniera “statica” – seduti, a guardare le modelle che passano e la vita che se ne va – il brivido quasi erotico dello spioncino. Essendo Michele non così didascalico (pur essendosi definito nel backstage dello show un “voyeur”) non è proprio uno spioncino, quanto una struttura chiamata Kaiserpanorama, una macchina ottica collettiva di forma circolare, in legno, punteggiata da piccoli fori, usata sul finire del XIX secolo. Walter Benjamin la definiva “acquario della lontananza e del passato”, per la sua capacità di sospendere l’immagine, isolandoci da tutto il resto. In ultima analisi, rendeva il pubblico più capace di concentrarsi, lontano da qualunque altro tipo di stimolo visivo o uditivo.

Un dispositivo narrativo che fa sentire gli spettatori partecipi di un’esperienza dalla lentezza quasi proibita, seppur compiuta in un formato “collettivo”, e che, aiutata dalle movenze delle modelle che passano da un Kaiserpanorama all’altro (sono 26), per farsi ammirare da tutti gli ospiti in sala, replica la sacralità di una liturgia. Le divinità di riferimento di Michele però, nulla hanno di aulico: l’unica sua agiografia è pagana, e riserva un fervore quasi religioso alle dive di Hollywood, creature elevate a rango ultraterreno dal grande schermo.

Per Alessandro Michele la couture è una questione privata

courtesy Valentino

Per Alessandro Michele la couture è una questione privata

courtesy Valentino

Per Alessandro Michele la couture è una questione privata

courtesy Valentino

All’altare delle divinità di Hollywood

I vestiti in seta con tagli di sbieco o con scolli vertiginosi che si chiudono con un fiocco in vita; i copricapi di piume; la moltiplicazione ad libitum del lamé dorato in abiti che guardano dichiaratamente a Roberto Capucci; i top tubolari dai riflessi metallici; i ricami preziosi dai motivi floreali che ricoprono le tuniche; le maniche lunghe a palloncino che si pieghettano sulle braccia con precisione quasi geometrica; i colli dei cappotti che incorniciano il viso. Si scorge chiaramente, attraverso tutti gli espedienti estetici che può fornire la moda, il riflesso di una collezione che mette al centro la mitologia hollywoodiana, più che quella cattolica. I riferimenti non sono mai esplicitati ma alcuni sono abbastanza riconoscibili, se si è a proprio agio con il personalissimo Pantheon di Michele. C’è la Marchesa Casati, Brigitte Helm in Metropolis di Fritz Lang, lo spaesamento spaziale di 2001-Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick, e ovviamente Le fanciulle delle follie (nell’originale inglese Ziegfeld Girls), omaggio al fondatore scomparso dieci giorni fa. Nella traccia audio che ha anticipato il défilé, infatti, si sente la voce di Valentino Garavani, in un estratto del documentario a lui dedicato da Matt Tyrnauer, The last emperor, nel quale il couturier ricorda di come l’epifania per la moda gli venne da bambino, guardando proprio il grande schermo e i sogni di celluloide che rifletteva. Ciò che non è inserito nell’audio è il momento successivo, quello nel quale cita come film che gli ha dato l’imprimatur proprio il musical del 1941 con Hedy Lamarr, Judy Garland e Lana Turner.

La couture come etica del fare

In una nota diffusa da Valentino sui suoi profili social, lo stilista ha spiegato come la scomparsa del fondatore sia arrivata in un momento nel quale la produzione della sfilata era già avviata, e le note del comunicato stampa già finalizzate. E però il debito di riconoscenza nei suoi confronti era tale da convincerlo a parlare. «Lavorare all’interno di questo spazio significa accettarne il peso e la grazia. Significa riconoscere che ogni forma esiste solo nella relazione con ciò che l’ha resa possibile, e che ogni atto creativo è anche un atto di custodia», scrive. «Ed è in questa postura che l’eredità di Valentino si manifesta: non solo come un repertorio straordinario di immagini e soluzioni formali ma come un’etica del fare. Una pratica fondata sull’idea che creare significhi prendersi cura, che la bellezza sia attenzione radicale e paziente ai corpi, alle forme, al tempo che le attraversa e le custodisce». Ed è proprio in quella magnificenza, nella scelta del farci spiare attraverso il buco della serratura, in quella grandeur di tessuti e alternative che riverbera non tanto la nostalgia, il peccato che si imputa sempre a Michele, quanto la volontà di ridare sacralità a un’arte che consumiamo distrattamente sugli schermi dei nostri telefoni, e che invece dovremmo considerare come spazio liminale tra realtà e fantasia. Un non-luogo nel quale fermarci tutto il tempo che serve, contemplandone non solo l’eventuale riuscita estetica, ma anche le possibilità che offre di re-immaginare il mondo e noi stessi.

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