Nella sua prima personale milanese da Giò Marconi, l'artista esplora l’erotismo, la vulnerabilità e la quiete di vite che abitano la città e se stesse.
Mentre il Brasile vive l’ennesimo limbo da campagna elettorale, tra la possibile rielezione di Lula e i fantasmi di Bolsonaro, in sala arriva un film che è sì drammatico, noir, ma è anche un thriller politico, un gangster movie, una commedia, un ritratto fedele di un Paese capace di portare il carnevale all’inferno.
L’agente segreto, diretto dal regista brasiliano Kleber Mendonça Filho, che ha già trionfato a Cannes e ai Golden Globe ed è candidato a quattro Oscar (Miglior film, Miglior film straniero, Miglior attore protagonista, Miglior casting), è il film dell’anno (sì, si può già dire a marzo, senza paura), e sicuramente uno dei film più belli e più importanti degli ultimi anni. Ma mica per i premi, per le cinque stelle su Letterboxd o perché è stato certificato fresh su Rotten Tomatoes, no. Qui si parla di cinema, quello vero, quello che rimane nel tempo, quello che va visto in sala, perché è un’esperienza, perché, come direbbe James Wood, è qualcosa che somiglia molto alla vita.
Wagner Moura, dal Pablo Escobar triste all’Oscar
Partiamo dal protagonista, brasiliano anche lui, Wagner Moura, attore straordinario. Per chi avesse qualche difficoltà con i nomi, è quello che ha interpretato Pablo Escobar nella serie Netflix Narcos, quello che poi è diventato uno dei meme più famosi del mondo, il Pablo Escobar triste, sconsolato, che è seduto su un dondolo e ha lo sguardo perso nel vuoto. Moura, oltre ad essere un fan di quel meme, ha sempre amato i film che avevano come protagonisti i lavoratori, la gente umile, semplice, abituata a lottare ogni giorno per rendere il mondo in cui viviamo un po’ più vivibile. Quando è arrivato a Hollywood, gli hanno chiesto se fosse disposto a recitare replicando l’accento americano, ma lui ha risposto di no, perché è un attore brasiliano, ed è una scelta politica, la stessa che hanno fatto, prima di lui, attori sudamericani e non come Gael García Bernal, Diego Luna, Alfredo Castro, Ricardo Darín. Nel 2012, dopo aver visto Il suono intorno, il primo lungometraggio di Kleber Mendonça Filho, ha capito che avrebbe voluto lavorare con lui. I due si sono incontrati, ne hanno parlato, e per provare a raccontare un Paese ancora così pieno di tensioni, di censure, di memorie selettive, dove il presente sembra non aver imparato nulla dal passato, si sono chiesti: Che cosa possiamo fare? Come possiamo reagire? È così che ha preso vita L’agente segreto.
Memoria, generazioni, valori e squali
Nel discorso di premiazione sul palco dei Golden Globe, dopo aver appena ritirato il premio per il migliore attore in un film drammatico, Wagner Moura ha detto: «È un film sulla memoria, sulla mancanza di memoria, sul trauma generazionale, e se il trauma può essere trasmesso di generazione in generazione, allora possono essere trasmessi anche i valori».
Il film è ambientato nel 1977, nel pieno della dittatura militare, durante il carnevale. Non a caso a Recife, città natale del regista. Il protagonista, Armando, ex professore universitario, è in viaggio da San Paolo verso Recife, diretto alla residenza Ofir, un ospizio per rifugiati politici gestito da Dona Sebastiana, una piccola grande donna nata nel 1900 che accoglie e protegge tutti quelli che ne hanno bisogno, li fa sentire al sicuro, vicini, e che, a detta sua, non è capace di tenersi un segreto. Se Armando, che adesso ha cambiato nome, si chiama Marcelo, come tutti quelli che vivono all’hospicio ofir, si trova lì è perché è stato licenziato brutalmente dall’università, dove dirigeva un gruppo di ricerca.
Il responsabile si chiama Henrique Ghirotti, un industriale che ha legami con il regime militare e che quando ha fatto visita all’università di Armando ha deciso di tagliare i fondi e di licenziare tutti. E adesso, lo stesso Ghirotti, che si era scontrato duramente con Armando e la moglie Fatima durante una cena, ha deciso di mettere una taglia su di lui, di assumere due sicari di professione per farlo fuori. Armando, che ha perso il nome, il lavoro, la moglie, scomparsa poco dopo lo scontro con Ghirotti, pur ritrovando Fernando, il figlio piccolo, al sicuro a casa dei nonni materni, cammina per Recife guardandosi intorno, parlando piano, cercando di non farsi notare. Lavora in un istituto di identificazione, dove cerca disperatamente il documento d’identità della madre. Cerca di tenersi buono Euclides Cavalcanti, il capo della polizia corrotto, che è anche amico, senza saperlo, dei due sicari che devono ucciderlo. Va a trovare Alexandre, il suocero, che lavora in un cinema, dove la gente impazzisce e fa la fila ogni giorno per vedere e rivedere Lo squalo. Alexandre gli racconta che il nipote, che il figlio di Armando vorrebbe vedere il film, ma Armando non è d’accordo, dice che solo a guardare la locandina (quella leggendaria che conosciamo tutti, ma con la scritta TUBARÃO) gli vengono gli incubi.
Un giorno Alexandre mostra ad Armando un disegno che il figlio ha fatto per lui, dove ci sono tutti, i genitori e i nonni, che sorridono felici sopra uno squalo, e dietro c’è una lettera in cui il piccolo Fernando confessa che sta cominciando a dimenticare la mamma. Uno squalo che torna e ritorna per tutto il film, dall’inizio, in cui se ne vede uno morto in un istituto di oceanografia, da cui devono estrarre la gamba di qualcuno che è stato eliminato dal regime, fino al finale, in cui vediamo Fernando, ormai diventato grande, raccontare di non aver fatto più incubi, da bambino, dopo aver visto Lo squalo al cinema.
Il carnevale e la carneficina
La storia di Armando, le storie che prendono forma, colore intorno a lui, vengono ricostruite da Flavia, una studentessa che ascolta la sua voce nelle interviste che aveva rilasciato quell’anno. Una storia, come dice lei, “accaduta prima di Google”, da cercare sui giornali e nelle audiocassette tdk dell’epoca. Quello che vediamo nel film, a pensarci bene, potrebbe essere quello che immagina Flavia ascoltando la voce di Armando. Dalla prima scena (in cui in fondo c’è un po’ tutto il film), con Armando che si ferma in una stazione di servizio sperduta sulla strada di Recife, vede che c’è un cadavere abbandonato da giorni, con il volto coperto, circondato dalle mosche e dai cani. Arriva la polizia, si ferma, ignora il cadavere, chiede i documenti ad Armando, lo fa scendere dalla macchina, la perquisisce, chiede una piccola donazione, e Armando, rimasto senza soldi, è quasi costretto a cedere le sue ultime sigarette. Qui si percepisce la grana, la fotografia, l’atmosfera che sentiremo nelle prossime due ore e mezza.
Il dramma della corruzione, della mancanza di umanità, di valori, di ordine e di progresso, a dispetto della bandiera verdeoro. La commedia, che tornerà sul corpo del capo della polizia, costretto a lavorare durante il carnevale con addosso ancora i coriandoli e un po’ di trucco, nel cinema, nei parchi, nelle strade, negli archivi, dove tutti fanno sesso con tutti, liberamente, nei salti della gamba estratta dalla pancia dello squalo, che sui giornali è diventata un personaggio horror splatter che intrattiene adulti e bambini (come dice Leo Canali, nel podcast Casaba, «il MacGuffin più squilibrato della storia del cinema»). Ne L’agente segreto, si percepisce tutto il dolore, tutta l’ambiguità di Recife, dell’intero Paese, esplicita nelle maschere del carnevale, nel gatto Giano (a due facce) che Armando trova all’ospizio, nel povero Hans, un sopravvissuto all’Olocausto che viene scambiato per un nazista a causa del suo accento tedesco, nelle pagine dei giornali che coprono i volti dei morti ammazzati, e anche nelle parole dolci e amare di Dona Sebastiana, mentre brinda alla vita con i suoi ospiti: “Nella vita ci sono cose brutte, ma anche cose belle”.
Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
