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18:58 venerdì 13 febbraio 2026
Alla Berlinale, il Presidente della giuria Wim Wenders è stato criticatissimo per aver detto che «il cinema deve stare lontano dalla politica» Lo ha detto durante la conferenza stampa di presentazione del festival, rispondendo a una domanda su Israele e Palestina.
È scoppiato un grosso scandalo attorno al più famoso e lussuoso ristorante del mondo, il Noma di Copenaghen Un ex dipendente sta raccogliendo e pubblicando decine di accuse nei confronti dello chef René Redzepi: si va dagli abusi psicologici alla violenza fidica.
Per il suo centenario, E/O ripubblicherà tutta l’opera di Christa Wolf con le copertine degli anni Ottanta Si comincia il 9 aprile con la riedizione di Cassandra.
James Blake presenterà il suo nuovo disco con una listening session gratuita in Triennale Milano Trying Times, questo il titolo del disco, esce il 13 marzo. Con questo evento in Triennale, Blake lo presenta per la prima volta al pubblico.
Gisele Pelicot ha scritto un memoir in cui racconta tutto quello che ha passato dal giorno in cui ha scoperto le violenze del suo ex marito Il libro uscirà in contemporanea in 22 Paesi il 19 febbraio. In Italia sarà edito da Rizzoli e tradotto da Bérénice Capatti.
Le cure per il cancro sono costate così tanto che la famiglia di James Van Der Beek è rimasta senza risparmi ed è stata costretta a lanciare una raccolta fondi In nemmeno due giorni, 42 mila persone hanno fatto una donazione e sono stati raccolti più di 2 milioni di dollari.
Anna Wintour e Chloe Malle hanno fatto la loro prima intervista insieme ed è talmente strana che non si capisce se fossero serie o scherzassero L'ha pubblicata il New York Times, per discutere del futuro di Vogue. Si è finiti a parlare di microespressioni e linguaggio del corpo.
Sembra proprio che la quarta stagione di Severance sarà anche l’ultima Le riprese della terza inizieranno quest'estate: dovremmo riuscire a vederla nel 2027.

È la politica, bellezza

Ma di cosa ha bisogno l'Italia? In vista del voto, iniziamo un giro di consultazioni su questioni concrete a un gruppo di commentatori selezionati.

12 Dicembre 2012

In vista del voto del prossimo febbraio, e ormai prossimi a immergerci nelle sempificazioni della campagna elettorale, abbiamo pensato fosse sensato porre una serie di quesiti cruciali sul sistema Italia a un selezionato gruppo di commentatori sollecitando risposte concise e proposte concrete. Vi proporremo il risultato delle nostre consultazioni da qui ai prossimi giorni, sperando di scaturire riflessioni e fornire un mezzo per affilare visioni e punti di vista.
Iniziamo con un punto dolente da tempo ormai immemore: il Sud Italia.

Il Mezzogiorno non può più vivere di rimesse pubbliche e occupazione statale. Ma lo “switch” Stato/Mercato non può effettuarsi a “interruttore” in-out perché, come dimostrano i casi Gesip, Alcoa, Ilva, il costo sociale sarebbe troppo alto. Occorre svezzare l’economia progressivamente, riducendo l’occupazione, i sussidi, il lavoro improduttivo e puntando su turismo, agricoltura di qualità, innovazione. L’asfissia totale di fondi privati e investimenti dall’estero paralizza la crescita, anche per la paura della criminalità organizzata: che fare?

Risponde Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni:

Non mi è ben chiaro in che senso Ilva o Alcoa dimostrerebbero che lo switch Stato/mercato non può avvenire a “interruttore in-out”. Sicuramente è sempre auspicabile che i cambiamenti siano graduali. Le regole del gioco possono essere giuste o sbagliate, ma è sulla base di quelle regole che le persone determinano i propri piani di vita.
In linea generale, sarebbe auspicabile che le transizioni fossero morbide, così che le persone potessero avere tempo per adattarsi, per rivedere le proprie aspettative alla luce del mutato contesto.
Ma in un Paese come l’Italia spesso il gradualismo diventa immobilismo, e l’unica speranza allora è dare un taglio netto. Il caso del Sulcis è emblematico: per troppo tempo abbiamo continuato ad illudere i lavoratori che ci fosse ancora spazio per produzioni antieconomiche, rendendogli sempre più difficile immaginare per sé e le proprie famiglie una vita diversa.
Più in generale, bisogna comprendere che non esistono interventi pubblici che possano generare “innovazione”. L’innovazione è per definizione imprevedibile, non risponde a una funzione predeterminata. Se bastasse distribuire fondi alle facoltà di ingegneria piuttosto che di medicina in una proporzione data, per generare “innovazione”, il gioco sarebbe presto fatto.
Invece no. Gli innovatori scavalcano la frontiera del possibile, e arrivano dove altri non pensavano si potesse arrivare. L’unico stimolo possibile e sostenibile all’innovazione è smettere di stimolare l’innovazione.
A maggior ragione in economie infiltrate dalla criminalità organizzata: che è poco capace a gestire imprese, ma è bravissima ad avvantaggiarsi dei sussidi smistati dai decisori pubblici.

Risponde Federico Fubini, giornalista del Corriere della Sera:

Credo che la questione vada al di là della portata della politica economica tradizionale. Il monopolio dell’uso della forza e della tassazione sono una prerogativa dello Stato e la mafia sta negando entrambi questi regimi di monopolio. Il risultato è che il livello di pressione fiscale ufficiale e il livello di pressione fiscale “ombra”, determinato dall’economia illegale, è del tutto insostenibile, in un sistema estrae risorse a favore di élite locali illegali e no. Forse non è politicamente corretto dirlo, ma è difficile uscire da questa situazione se non si accetta l’idea che queste organizzazioni, che stanno negando allo Stato il monopolio  sull’uso della forza e sulla tassazione, di fatto hanno dichiarato guerra allo Stato e affermato la propria sovranità sul territorio. Dunque è difficile uscire se la risposta è affidata solo all’applicazione del codice penale. Una situazione da cui non si potrà uscire fino a quando non si ammetterà che la criminalità organizzata ha dichiarato guerra al Paese, che si sta comportando come un invasore ostile.

Risponde Marco Ferrante, giornalista e scrittore:

Innnanzitutto il mezzogiorno non è uno solo. Ci sono zone in cui la cultura dei luoghi è tale da rendere molto difficile qualunque forma di sviluppo. Da Termini Imerese non è andata via solo la Fiat, ma tutte le imprese che avevano cercato di assecondare la nascita di quel polo. Il turismo può funzionare, ma per farlo funzionare bisognerebbe bonificare intere aree. Basti pensare alla costa jonica in Calabria e in Puglia (da Taranto a Porto Cesareo). Forse l’agricoltura potrebbe essere una prospettiva solida. In generale il dibattito sul Mezzogiorno è fatto da cinquant’anni di slogan. È difficile prendere sul serio quel rosario di parole fatto di inni all’innovazione, investimenti esteri, lotta alle mafie. La struttura sociale del Mezzogiorno è malata. In un certo senso, Banfield è ancora attuale. Le reti sociali non esistono perché l’egoismo è più forte della società.

Risponde Miguel Gotor, storico ed editorialista di Repubblica:

La crescita di occupazione produttiva nelle regioni del Mezzogiorno è una condizione indispensabile per la ripresa economica del Paese, tanto più alla luce di una crisi che ha avuto i suoi effetti più pesanti sul lavoro, soprattutto dei giovani, al Sud. E di lavoro bisogna parlare nel Meridione, ancora prima che altrove, per entrare in sintonia con il pensiero prevalente dei cittadini. Ovviamente non si crea lavoro soltanto immettendo soldi pubblici che, se spesi male, hanno creato molti danni nella storia dell’Italia meridionale. Ma un’azione di rilancio di quest’area non può prescindere da una visione che metta insieme la strategia e le risorse. Riguardo ai servizi essenziali, alle infrastrutture, il gap ancora presente tra le diverse aree del Paese richiede nel Sud una maggiore intensità degli interventi ordinari, come ha più volte sottolineato la Banca d’Italia, e invece si continua a fare il contrario. Oltre all’apprezzabile azione di accelerazione e di rimodulazione della spesa dei Fondi Strutturali avviata dal Ministro Barca, auspicherei la proposizione di un progetto per il Paese nel campo delle infrastrutture, dell’offerta di servizi adeguati a cittadini e imprese, della politica per l’innovazione e la ricerca, in grado di ridurre le differenze nelle opportunità. Ad esempio, è corretto puntare su turismo, agricoltura di qualità, ma non si può non considerare i rischi di una desertificazione industriale del Mezzogiorno. E purtroppo le cronache di questi giorni dell’ILVA di Taranto, così come quelle nei mesi scorsi di Termini Imerese e dell’IRISBUS, sembrano confermarlo. Occorre sostenere le imprese di mercato impedendo che esse vengano uccise da carenza di liquidità, schiacciate dalla morsa di un debitore insolvente (spesso lo Stato) e di un sistema di credito sempre più irrigidito dai vincoli imposti dalla crisi.

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